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Tra le cose che mi hanno interessato di più alla Buchmesse di Francoforte c’è stato un evento che… non si è svolto in Fiera, ma al di fuori, in una sala dell’Hotel Marriott. Il tema era «The future of Electronic Publishing» e a parlare era Richard Bowles, Managing Director, Worldwide Industry Education, di Intel, di cui sapevo che è anche responsabile delle pubblicazioni di Intel Press.

Il titolo era di quelli che mi incuriosiscono sempre, e sono andato al Marriott, un po’ sorpreso perché l’evento non fosse in uno dei tanti punti in cui si tenevano presentazioni e conversazioni all’interno dei padiglioni. Ci siamo trovati in pochi ad ascoltare Bowles, ma ne è nata poi una discussione davvero vivace, su una posizione che evidentemente si è ritrovata su un versante un po’ «eretico» per trovare il gradimento degli organizzatori della Buchmesse. (È curioso attribuire proprio a Intel un sospetto d’eresia in queste faccende…)

Alla Intel stanno lavorando  a un progetto di editoria elettronica ispirato dalla necessità di rispondere alle esigenze di un pubblico professionale: un progetto di lungo periodo, che seguirà una sua roadmap nello stile che Intel mette in campo nel progettare il futuro dei suoi microprocessori  – un percorso di diciotto mesi. Interpretando un po’ quel che ho visto, direi che Intel sta progettando una sorta di e-reader in software di livello professionale, in grado di permettere l’integrazione fluida di video ad alta definizione e che implementi caratteristiche di espandibilità e di collaborazione, puntando non ai reader di oggi (che si chiamino Kindle, iPad o quant’altro), ma a hardware più potenti e performanti in grado di decodificare video HD in streaming in tempo reale e di gestire comunicazioni in tempo reale. In sostanza, un software di lettura di pubblicazioni digitali complesse per i tablet di domani, ma un domani non tanto lontano, o per i notebook di oggi (non sono pochi quelli che cominciano a lamentare di dover portare con sé smartphone, e-reader e notebook, invece di uno o due soli apparecchi…).

Quel che è «eretico» in questo momento, nell’atteggiamento di Intel, è ovviamente lo «snobbare» strumenti come Kindle o iPad, ma anche il fatto di aver preso come punto di partenza intorno a cui costruire il proprio progetto il formato pdf – anche se (come si è chiarito nella discussione, e come si poteva anche immaginare) non sarebbe impossibile per gli ingegneri Intel partire da un testo più fluido, marcato in qualche «dialetto» di XML.

Bowles ha dimostrato, con una coppia di notebook collegati via WiFi, le funzioni di collaborazione previste e lo streaming video, e ha dato qualche idea del concetto che Intel ha di «espandibilità»: sostanzialmente, la possibilità da parte dell’autore di aggiungere nel tempo elementi al suo e-book (chiamiamolo così).

Defalcando gli aspetti che mi sembrano puramente incidentali, direi che Intel lavora a un progetto di lettore in versione «pro», che è una delle idee di cui da tempo parlo (e immagino di non essere il solo): qualcosa di molto più potente dei vari Stanza, Bluefire Reader, iBooks e simili, più adatto per chi non si limita a leggere un romanzo in poltrona ma con i libri studia o lavora. Nella discussione, Bowles si è detto d’accordo con me che la semplice metafora del libro sia troppo limitante: il software che serve deve usare un’altra metafora, dotata di maggiori valenze, come quella della biblioteca o della scrivania. Perché chi studia o lavora non usa quasi mai un solo libro alla volta, ma ne ha sempre molti aperti sulla scrivania, che non legge da cima a fondo ma consulta continuamente, confronta, segue fino a un certo punto per poi approfondire da qualche altra parte, e via di questo passo; così come, al momento, è difficile organizzarsi dei «testi a fronte», quando si vuol confrontare un originale impegnativo con la traduzione in un’altra lingua (o addirittura in più altre lingue).

Non so se Bowles e la Intel riusciranno a farsi ascoltare, ma mi sembra che alcune premesse del loro lavoro siano corrette e promettenti, e che stiano prestando ascolto a quanto chiede una categoria più avanzata di utenti/lettori/fruitori. Si prospetta un nuovo appuntamento per la Fiera di Londra in primavera: vedremo quali direzioni prende il progetto e a quali risultati arriva.

«Art should be a trailer for the future.»

Mi sembra una affermazione formidabile: è una citazione da Jack Goldstein (1945-2003), che ho scoperto visitando a ottobre il Museum für Moderne Kunst (MMK) di Francoforte, dove è in corso una mostra dedicata a questo artista (rimarrà fino al 10 gennaio 2010). È solo una di una lunga serie di frasi di Goldstein riprodotte su una parete del museo, e mi sembra esprima con grande impatto l’idea che cercavo di esplicitare in uno dei post precedenti, dove tentavo di giustificare il mio interesse per l’arte nel contesto dei miei interessi per l’editoria e il suo cammino. L’idea dell’arte come apripista per il futuro mi attrae. Goldstein dice «should be», quindi «deve» essere annuncio del futuro: è un’affermazione diretta a sé e agli altri artisti; per me si tratta di un «potere», invece: può essere un’anticipazione, un modo di vedere la strada.

Non ho dubbi che gli artisti (nel senso delle arti visive) siano le persone che, soprattutto nell’ultimo secolo, hanno maggiormente riflettuto sulla percezione visiva e sul potere delle immagini – che è capacità di suscitare emozioni ma anche di produrre conoscenza, o stimoli di riflessione, in generale potere di comunicazione.

Jack Goldstein, poi, ha esplorato quasi a 360 gradi: interessanti i suoi gruppi di dischi (che si appendono come quadri ma effettivamente vinili incisi), i suoi filmati un po’ ipnotici e quasi ossessivi, come Hampstead Heath del 1973 – ripresa di un paesaggio con un grande albero in posizione dominante, in cui periodicamente entra una figura umana alternativamente da sinistra e da destra; ogni volta che la figura entrata in campo si ferma, l’inquadratura si sposta in modo da escluderla. E il gioco si ripete continuamente, per circa otto minuti, senza una conclusione apparente. Anche Fingerprints, altro filmato parte di una lunga serie dello stesso anno 1973, per esempio, lavora intorno allo stesso meccanismo di esclusione delle tracce umane più evidenti: su un foglio bianco periodicamente un dito lascia un’impronta – ma appena questo avviene, l’inquadratura si sposta in modo da nascondere l’impronta e ripresentare ancora solo il foglio bianco. Tracce e presenze che scompaiono o sono ignorate.

Il MMK di Francoforte merita una visita anche di per se stesso: completato nel 1991 su progetto dell’architetto viennese Hans Hollein, ha una curiosa forma a fetta di torta (e Tortenstück lo hanno effettivamente soprannominato), con una disposizione peculiare degli spazi interni, molto aperti, in cui il vuoto risulta più interessante del pieno. Fra i pezzi «stabili» della sua collezione ci sono anche opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, On Kawara e quella complessa scultura di Joseph Beuys che è Blitzschlag mit Lichtschein auf Hirsch (1958-1985), che avevo avuto occasione di vedere già alla Tate Modern qualche anno fa e che trovo sempre affascinante ma anche inquietante (più che a tuoni e lampi, mi fa pensare a Il pozzo e il pendolo…).