22. aprile 2012 · Commenti disabilitati su Roberto Casati, la forma saggio e l’iPad · Categorie:editoria, media · Tag:, , , ,

Leggo con curiosità sul «Domenicale» del Sole 24 Ore l’articolo di Roberto Casati intitolato «Il saggio, vittima dell’iPad»: ho apprezzato molti fra gli scritti di Casati, in genere mi piace il suo modo di porre le questioni, e anche il suo stile di scrittura. Ma questa volta non mi convince del tutto.

Mi sembra condivisibile la tesi più generale: l’iPad (o un qualsiasi dispositivo analogo, direi) è un ecosistema, ed è un ecosistema completamente differente da quello del libro (dove l’ecosistema è il libro in generale, non uno specifico libro, beninteso). In effetti, l’uno e l’altro sono sistemi all’interno, potremmo dire, di un sistema più grande – lo chiamerei genericamente il sistema della comunicazione. E quando in un sistema un elemento muta, o si introduce un elemento nuovo, le ripercussioni si fanno spesso sentire da tutt’altra parte, anche in modo controintuitivo. L’arrivo di dispositivi come i tablet, con la presenza di un’infrastruttura che consente la connessione pressoché costante anche in mobilità, sta producendo cambiamenti notevoli nella dieta mediatica e nelle modalità di fruizione: a suo tempo, però, una funzione simile l’ha svolta proprio il libro stampato (la stampa come agente di mutamento, come suonava il titolo originale del libro di Elizabeth Eisenstein, in italiano La rivoluzione inavvertita, il Mulino).

 Poi, però, Casati finisce per dedurne che il nuovo contesto «non è favorevole alla lettura dei saggi, e finirà per non essere favorevole alla loro scrittura», perché in questo nuovo contesto «l’ebook non è la primadonna ma una comparsa fra le tante, e in cui l’attenzione viene continuamente sollecitata da tutte le altre comparse». Mi sembra però che arrivi a questa conclusione perché nel corso dell’articolo è passato dall’idea (che condivido) del libro come ecosistema (libro in un senso molto vicino alla Biblioteca di Babele) a quella del singolo libro come ecosistema: «La particolarità del formato-saggio viene dal fatto di dover presentare un argomento complesso in modo sostenuto e in continua interazione con il lettore» e «lo zapping non fa parte delle opzioni di lettura come non ne fa parte la troppo grande discontinuità nel tempo».

Ma non è proprio così, o non è sempre così: se leggo un saggio (magari dello stesso Casati?) e ci trovo una citazione, che ne so, da Cicerone, Machiavelli o Proust, o un rimando in nota, posso benissimo pensare che l’autore l’abbia fatto solo per scaricarsi la coscienza e tributare un riconoscimento ai suoi predecessori, ma è molto più facile che lo interpreti come un invito: mi alzo, prendo dalla mia biblioteca il testo citato e vado a vedere la citazione nel suo contesto originale, per verificare la pezza d’appoggio o capire meglio, o semplicemente perché quella citazione o quel rimando mi hanno incuriosito. E se il libro non lo possiedo, posso addirittura andare fino a una biblioteca pubblica a consultarlo o a una libreria per acquistarlo. Intanto le ore passano… non è esattamente zapping, ma divagazioni, escursioni o fughe sono all’ordine del giorno, se un saggio non è banale.

Devo dire, anzi, che mi sembra un indice di qualità di un saggio (non l’unico, certo) la sua capacità di suscitare interessi e favorire sollecitazioni. Peraltro, non so cosa succede agli altri (non credo però di costituire un caso eccezionale o patologico), ma ciò che mi spinge verso un saggio, verso un libro o verso qualsasi altro mezzo di comunicazione, è l’interesse per un tema, un argomento, un soggetto: e l’interesse per l’argomento prevale. Mi porta a iniziare un saggio, ma se un’indicazione all’interno di quel saggio mi conduce da un’altra parte, posso benissimo prendere quella diramazione. Poi magari tornerò indietro, anche a distanza di tempo; e poi magari mi allontanerò nuovamente, sotto l’influsso di una suggestione. O anche perché mi renderò conto che, per capire bene qualcosa, devo prima approfondirne un’altra.

Le strategie di «lettura» sono molto diverse e ciò che mi sembra degno di attenzione in questo passaggio di contesto è il fatto che ci costringa a rimetterle in primo piano e a rianalizzarle. Vado a vedere la mostra su Tiziano e il paesaggio moderno a Palazzo Reale a Milano, scopro cose che non conoscevo, acquisto il catalogo della mostra, lo leggo, incontro altre cose che non sapevo, sono spinto ad acquistare un altro libro, mi vien voglia di tornare a vedere la stessa mostra, oppure mi vengono in mente altri dipinti visti agli Uffizi, al Prado o alla Tate Gallery, vado a ripescare cataloghi acquistati tempo addietro per rivedere, sia pure in riproduzione, un Canaletto o un Constable… Sarà anche zapping, ma non riesco a dargli una connotazione negativa. Forse è poco sistematico? Sarà, ma questo è il modo in cui ho imparato la maggior parte delle cose che so (molto poche, è vero, mi vergogno).

L’esempio che ho fatto è solo uno, e se ne possono fare, credo, anche su temi molto più astratti: vorrei farvi notare che non ho nominato neanche una volta la Rete o qualche «new medium». Così mi sembra funzionino le cose: capita, certo, anche il saggio che si legge di filato dalla prima pagina all’ultima, magari perché è così avvincente da non lasciarti allontanare – o magari perché parla di argomenti che conosci così bene che non hai bisogno di andare a verificare nulla né di rinfrescarti la memoria né di appurare qualcosa che ti giunge nuovo. Ho fatto invece più di una volta l’esperienza di tornare, anche dopo anni, a un libro, scoprendo finalmente di capirlo davvero, o di coglierci uno spessore che prima mi era sfuggito (anche se magari l’avevo letto fino in fondo): anni di zapping in mezzo! E lo stesso mi è capitato per musica, opere d’arte, film, ma anche luoghi… e persone.

Ho fatto un giro lungo, mi rendo conto, ma spero di aver reso l’idea. Mi sembra che i nuovi dispositivi digitali non facciano che accelerare, potenziare e favorire una modalità che già esisteva: abbiamo conquistato un’altra ala della Biblioteca di Babele. Non credo che per questo la forma-saggio ne sia penalizzata. Sarà interessante, al contrario, vedere come evolverà, mettendo a frutto tutte le nuove possibilità. Ci vorrà un po’ di tempo, immagino, e qualche buona idea, ma bisogna liberarsi dall’idea che il libro cartaceo «[assolve] al suo compito in modo egregio perché contiene solo se stesso […] segnala, con la sua compiutezza, la promessa di un incontro esclusivo tra autore e lettore». Perché un libro cartaceo è stato, per parecchi secoli, il modo migliore che abbiamo avuto per comunicare vincendo i limiti della distanza fisica e temporale, e traendo sostentamento dalla ricchezza delle relazioni con gli altri libri (e con altre forme di comunicazione), ma oggi ha molti concorrenti. E non è affatto detto che questo sia un male o un ritorno alla barbarie.