19. ottobre 2011 · Commenti disabilitati su Intel e il futuro dell’editoria elettronica · Categorie:editoria, eventi, tecnologie · Tag:, , , , ,

Tra le cose che mi hanno interessato di più alla Buchmesse di Francoforte c’è stato un evento che… non si è svolto in Fiera, ma al di fuori, in una sala dell’Hotel Marriott. Il tema era «The future of Electronic Publishing» e a parlare era Richard Bowles, Managing Director, Worldwide Industry Education, di Intel, di cui sapevo che è anche responsabile delle pubblicazioni di Intel Press.

Il titolo era di quelli che mi incuriosiscono sempre, e sono andato al Marriott, un po’ sorpreso perché l’evento non fosse in uno dei tanti punti in cui si tenevano presentazioni e conversazioni all’interno dei padiglioni. Ci siamo trovati in pochi ad ascoltare Bowles, ma ne è nata poi una discussione davvero vivace, su una posizione che evidentemente si è ritrovata su un versante un po’ «eretico» per trovare il gradimento degli organizzatori della Buchmesse. (È curioso attribuire proprio a Intel un sospetto d’eresia in queste faccende…)

Alla Intel stanno lavorando  a un progetto di editoria elettronica ispirato dalla necessità di rispondere alle esigenze di un pubblico professionale: un progetto di lungo periodo, che seguirà una sua roadmap nello stile che Intel mette in campo nel progettare il futuro dei suoi microprocessori  – un percorso di diciotto mesi. Interpretando un po’ quel che ho visto, direi che Intel sta progettando una sorta di e-reader in software di livello professionale, in grado di permettere l’integrazione fluida di video ad alta definizione e che implementi caratteristiche di espandibilità e di collaborazione, puntando non ai reader di oggi (che si chiamino Kindle, iPad o quant’altro), ma a hardware più potenti e performanti in grado di decodificare video HD in streaming in tempo reale e di gestire comunicazioni in tempo reale. In sostanza, un software di lettura di pubblicazioni digitali complesse per i tablet di domani, ma un domani non tanto lontano, o per i notebook di oggi (non sono pochi quelli che cominciano a lamentare di dover portare con sé smartphone, e-reader e notebook, invece di uno o due soli apparecchi…).

Quel che è «eretico» in questo momento, nell’atteggiamento di Intel, è ovviamente lo «snobbare» strumenti come Kindle o iPad, ma anche il fatto di aver preso come punto di partenza intorno a cui costruire il proprio progetto il formato pdf – anche se (come si è chiarito nella discussione, e come si poteva anche immaginare) non sarebbe impossibile per gli ingegneri Intel partire da un testo più fluido, marcato in qualche «dialetto» di XML.

Bowles ha dimostrato, con una coppia di notebook collegati via WiFi, le funzioni di collaborazione previste e lo streaming video, e ha dato qualche idea del concetto che Intel ha di «espandibilità»: sostanzialmente, la possibilità da parte dell’autore di aggiungere nel tempo elementi al suo e-book (chiamiamolo così).

Defalcando gli aspetti che mi sembrano puramente incidentali, direi che Intel lavora a un progetto di lettore in versione «pro», che è una delle idee di cui da tempo parlo (e immagino di non essere il solo): qualcosa di molto più potente dei vari Stanza, Bluefire Reader, iBooks e simili, più adatto per chi non si limita a leggere un romanzo in poltrona ma con i libri studia o lavora. Nella discussione, Bowles si è detto d’accordo con me che la semplice metafora del libro sia troppo limitante: il software che serve deve usare un’altra metafora, dotata di maggiori valenze, come quella della biblioteca o della scrivania. Perché chi studia o lavora non usa quasi mai un solo libro alla volta, ma ne ha sempre molti aperti sulla scrivania, che non legge da cima a fondo ma consulta continuamente, confronta, segue fino a un certo punto per poi approfondire da qualche altra parte, e via di questo passo; così come, al momento, è difficile organizzarsi dei «testi a fronte», quando si vuol confrontare un originale impegnativo con la traduzione in un’altra lingua (o addirittura in più altre lingue).

Non so se Bowles e la Intel riusciranno a farsi ascoltare, ma mi sembra che alcune premesse del loro lavoro siano corrette e promettenti, e che stiano prestando ascolto a quanto chiede una categoria più avanzata di utenti/lettori/fruitori. Si prospetta un nuovo appuntamento per la Fiera di Londra in primavera: vedremo quali direzioni prende il progetto e a quali risultati arriva.

04. marzo 2011 · Commenti disabilitati su EbookLab a distanza · Categorie:editoria · Tag:, , , , , , , ,

Non sono riuscito ad andare a Rimini a seguire «dal vivo» l’eBook Lab (avevo sperato di farcela, ma c’è sempre qualche contrattempo), ma è stato interessante seguire i molti tweet che sono circolati in diretta, in particolare quelli di Gino Roncaglia (@roncaglia), quelli del gruppo (non so chi fosse fisicamente presente) di Apogeo (@apogeonline), di Cecilia Averame (@AveCecilia), tanto per citare almeno qualcuno degli amici che avrei rivisto volentieri.

Vedo girare qualche dato sulle vendite di ebook (nel senso dei contenuti, non dei dispositivi), che indicano che qualcosa si è mosso, anche se non c’è stata l’esplosione che qualcuno si aspettava. Ma, come sempre, la curva impiega un po’ di tempo a sollevarsi in maniera decisa.

Fra le affermazioni circolate, non ho apprezzato molto quella di Ricky Cavallero della Mondadori – secondo cui su tutti gli iPad ci sarebbero libri piratati… falso, sul mio non ce ne sono. Ci sono contenuti liberi (grazie a iniziative come LiberLiber) o regolarmente acquistati – anche se cerco di stare alla larga da quelli protetti con DRM. Affermazione falsa, dunque, visto che basta un controesempio per rendere falso un quantificatore universale.

Immagino che ci saranno contributi interessanti anche nei prossimi giorni. Sono sicuro che Paola Dubini dirà cose molto utili: un po’ perché lo fa sempre, un po’ perché ho avuto modo di incontrarla una decina di giorni fa – e ho avuto qualcosa che si può definire un’abbondante anteprima. Le invidio la lucidità con cui affronta questi temi. Ma certamente il suo non sarà l’unico intervento importante.

Buon lavoro a tutti quelli che sono a Rimini.

30. ottobre 2010 · Commenti disabilitati su Libro vs ebook: che senso c’è? · Categorie:media · Tag:,

Continuo a vedere molte discussioni in cui si contrappone il libro (nel senso dell’oggetto cartaceo) all’ebook, all’enhanced book o ad altri «oggetti» digitali. Non voglio dire che queste discussioni non abbiano alcun senso, e sono disposto anche ad ammettere esplicitamente che in qualche caso ce l’hanno; ma mi sembra che sarebbe molto più fruttuoso oggi mettersi in una prospettiva diversa, fare un piccolo salto di livello e affrontare le questioni in una più generale prospettiva di comunicazione (non trovo un termine migliore).

In altre parole: non penso siano importanti in sé il libro, l’ebook o altre cose ancora, bensì quello che si cerca o quello che si vuole fare.

Facciamo qualche esempio. Cerco di mettermi dalla parte di una persona qualsiasi (nel senso di mettere tra parentesi quelli che possono essere i miei interessi di «operatore» nel mondo editoriale). Supponiamo che questa persona voglia sapere qualcosa di Kiribati – che è poi un piccolo stato dell’Oceania (ma questo è inessenziale); e che voglia delle informazioni abbastanza approfondite. Non molti anni fa, non avrebbe avuto molte possibilità di scelta: con ogni probabilità, avrebbe dovuto fare ricorso a un’enciclopedia o a una biblioteca, in sostanza a uno o più libri di qualche tipo, o al più a un fascicolo di una rivista.

Oggi e in un paese come il nostro, la sua strategia può essere molto più complessa: può “googlare” la parola Kiribati e scoprire l’esistenza di un numero molto più ampio di fonti: sicuramente ancora libri (anche alcuni di cui prima non sarebbe mai venuto a conoscenza), riviste, ma anche siti web, video, magari programmi televisivi accessibili dalla Rete; o anche forum, liste di discussione o social network in cui può incontrare persone che sanno di Kiribati (o l’hanno visitato o ci vivono) e gli possono raccontare quello che gli serve. La sua possibile dieta comunicativa oggi è molto più ricca e potrà scegliere – in base a molti criteri diversi, che possono andare dalle preferenze (per un tipo di medium, una lingua ecc.) a valutazioni relative alla credibilità e affidabilità della fonte, ai consigli dei conoscenti o a forme di valutazione dei pari. e in funzione di particolari vincoli (un ipovedente o un non vedente preferirà un audiolibro o un podcast ed escluderà i video).

L’esempio può essere facilmente generalizzato: la procedura che ciascuno di noi segue dipende

  • da quello che vuole raggiungere o ottenere – informazioni, conoscenze, svago o altro ancora;
  • da quello che è (gusti, preferenze, limiti fisici e così via)
  • dal contesto (in mezzo al deserto del Sahara non si possono fare le stesse cose che si fanno in una grande città europea, e viceversa; più semplicemente, in viaggio o a casa).

Volta a volta, la strada che si seguirà sarà diversa: per rilassarmi stasera potrei leggere un giallo, guardare un film in dvd, ascoltare un disco, giocare a carte o con la Playstation, o fare molte altre cose. Dipenderà dall’umore o da qualche altro fattore, non importa. Quello che importa è che non è detto che il libro sia sempre la soluzione migliore.

Non c’è nulla di rigido, peraltro: ciascuno di noi ha atteggiamenti diversi in momenti e situazioni diverse; analogamente, due persone diverse possono reagire in modo diverso alle stesse situazioni.

Se faccio il giro dall’altra parte del tavolo e mi metto nei panni di un autore o di un editore, vedo una condizione difficile ma anche interessante. Alcuni elementi di fondo non sono cambiati, ma il mio «lavoro» (o comunque lo si voglia chiamare) ora non può non tenere conto di una disponibilità più ampia di strumenti.

Alcuni elementi di fondo non sono cambiati: basta riflettere a quello che è successo nei tempi in cui la carta stampata era, se non proprio l’unico, certo il mezzo più efficace. Ogni editore sa bene che il pubblico è vario: per interessi, gusti, abitudini, condizioni economiche e così via. Così nel tempo sono state trovate soluzioni diverse per rispondere a esigenze diverse: di uno stesso «titolo» si possono trovare in commercio magari un’edizione principale rilegata con sovraccoperta, una edizione economica, una tascabile, una di lusso, una per il club del libro, una (ridotta) per bambini, illustrata, una stampata con caratteri più grandi per ipovedenti o presbiti, una o più commentate per la scuola… Formati, caratteristiche, prezzi differenziati.

E, più a monte, ogni editore ha sempre lavorato molto per realizzare i suoi libri al meglio: il che significa costruirli nel modo più adatto per l’argomento trattato (o il genere di libro) e per il destinatario prefigurato.

Sotto questo profilo, oggi non è cambiato un granché: semplicemente viene a cadere il vincolo della carta. Lo so che esagero con quel «semplicemente», ma voglio sottolineare che l’approccio di fondo non deve cambiare: si tratta sempre di trovare il modo migliore di comunicare, in funzione dell’argomento e del destinatario. Solo che oggi la scelta fra gli strumenti è molto più ampia, le tecnologie digitali hanno abbattuto barriere che sembravano rigide e invalicabili, tutti abbiamo una dieta mediatica molto più ricca, interessi, gusti e contesti si sono molto diversificati. Quindi quello a cui ci troviamo di fronte non è un impoverimento, ma un arricchimento; e le nostre attività non diventano necessariamente più semplici, ma probabilmente più complesse.

In base a:

  • quello che si vuole comunicare (argomento, genere, finalità)
  • destinatario prefigurato (interessi, gusti, caratteristiche, condizioni economiche ecc.)
  • contesto

le opzioni oggi sono molto più numerose, e sarebbe miope ignorarle. I tipi di «prodotti» realizzabili sono molti di più: immagino siano possibili molte cose nuove, così come molte varianti delle vecchie.

Si tratta di aver sempre presente qual è l’obiettivo e non lasciarsi sviare dalle classificazioni (che sono utili, ma non devono diventare delle gabbie). Voglio «raccontare» la teoria della relatività? A chi? Erano problemi che ci ponevano anche ieri, e sapevamo benissimo che queste domande pongono questioni di linguaggio, di organizzazione delle informazioni e così via. A uno studente universitario potremo proporre anche le equazioni di Einstein, ma a un pubblico più generico no. L’esempio è banale, ma lo si può arricchire, e comunque problemi analoghi si pongono per qualunque argomento e qualsiasi genere di libro. Anche un autore di thriller si porrà sicuramente il problema di trattenere il più possibile l’attenzione dei suoi lettori: non si tratterà di scegliere se usare o meno le formule, ma sicuramente ancora di linguaggio, di organizzazione della trama e così via.

La domanda oggi diventa: qual è il modo migliore di raccontare la relatività di Einstein, avendo a disposizione non solo la carta ma anche tutti gli strumenti della tecnologia digitale? Quale mix usare? Quali strategie usare? (monocanale, multicanale, multimediale, transmediale… chi più ne ha più ne metta.)

La risposta non sarà, probabilmente, unica, nella maggior parte dei casi: anche a parità di destinatario e di contesto. Ci sono molte altre variabili: dalle competenze e dalle capacità degli autori, alla forza organizzativa dell’editore, da vincoli economici alla possibilità/necessità di lavorare da soli o in un gruppo… Ci si può augurare una maggiore varietà, non un appiattimento. E, per controbilanciare un’affermazione precedente, non è detto che un prodotto digitale sia sempre la soluzione ideale.

08. ottobre 2009 · Commenti disabilitati su Editoria e computer · Categorie:media · Tag:,

Nel periodico tentativo di fare pulizia e spazio, nei giorni estivi in cui la pressione degli impegni è un po’ meno intensa, in mezzo a una gran quantità di carta che è finita al riciclaggio, esaurita ogni speranza di interesse, mi sono tornate fra le mani un paio di fotocopie che risalgono agli inizi del 1983 – quasi 27 anni fa, ormai. Il gioco del «come eravamo» qualche volta può essere divertente, magari anche soltanto per dimostrare gattopardescamente che tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’era.

La prima fotocopia è dalla rivista Popular Computing, gennaio 1983: un articolo di Lisa Bergson e Jed Horowitz che si intitola «Book Publishers Warm to Computers» e vi si discute dei grandi risparmi di tempo e di denaro che si preparano per gli editori con l’introduzione dei word processor (software). Solo due anni prima, si citano le parole di Tom Malloy allora direttore della produzione per la divisione Trade e College di Harper & Row, la maggior parte degli editori pensava che i word processor fossero riservati agli studi legali. Nel 1982 la maggior parte degli editori ancora non era attrezzata a ricevere dischetti (già, di questo si parlava allora) dagli autori – convertire da un formato all’altro era un’impresa. Nel corso del 1982, a quanto pare, la McGraw-Hill americana era riuscita a convertire con successo ben sei dischetti (il che significa, si presume, sei libri) da word processor a un formato adatto per i sistemi di fotocomposizione, e la cosa è citata come un vero successo.

Per non parlare dei primi tentativi di trasferimento diretto dei file via linea telefonica: Patricia Ehresmann della Random House è stata fra i pionieri, in questo campo, ma nell’articolo si racconta che nel luglio 1982 Ehresmann aveva fatto dei tentativi di trasferire file a tre fotocompositori: due andati a buon fine con un computer Osborne per il trasferimento (ma con decine di errori di trasmissione emersi nella bozza stampata) e uno fallito miseramente con un TRS-80 Model III. Già, allora anche trovare un modem affidabile era un problema, e i protocolli di comunicazione erano più o meno magia nera. Ricordo anch’io (ed era qualche anno dopo) di aver tentato il collegamento di un micromputer con un terminale di fotocomposizione… Era stato necessario acquistare un’interfaccia per il terminale (che era enorme e costava più di quanto oggi costi un buon notebook), con lunghi mesi di attesa per poterla ricevere da non so più dove: era in sostanza una RS-232 che avrebbe dovuto consentire il passaggio di informazioni da un Apple o da un Commodore al terminale. La scheda arrivò nuda, senza praticamente istruzioni, nessuno sapeva come usarla e alla fine si rivelò uno spreco, perché non riuscimmo mai a farla funzionare davvero.

Beh, a pensare a quanto sia diventato semplice oggi trasferire un file pdf a uno stampatore via Internet, allegandolo a un messaggio di posta elettronica o trasferendolo via ftp, quei tempi fanno sorridere. Ma 25 anni fa non eravamo in molti a pensare che cose del genere dovessero essere possibili (anche se la parola Internet non l’avevamo nemmeno sentita mai pronunciare).

Più interessante, forse, è osservare come  l’attenzione (allora) fosse tutta concentrata sull’idea di risparmiare tempo e denaro, mentre (a giudicare dall’articolo di Popular Computing, ma anche dai miei ricordi, anche se possono essere molto parziali e riferiti a un punto di osservazione non necessariamente privilegiato) nessuno rifletteva su quali avrebbero potuto essere le conseguenze sul modo di lavorare, sull’organizzazione del lavoro editoriale, sulla natura stessa dei prodotti editoriali. Una riflessione che è sempre stata molto parziale, se non addirittura assente: le trasformazioni dell’editoria sono state più subite che governate. Ancora oggi mi sembra si parli più di costi e profitti che di modi di lavorare e di ragioni di produrre una cosa piuttosto che un’altra; per non parlare di temi del tutto snobbati come la cultura o la responsabilità civile.

L’altra fotocopia recuperata è dai Proceedings dell’American Philosophical Association – probabilmente l’ultimo fascicolo del 1982 (la fotocopia è un po’ rovinata, la data è sparita, ma credo che la ricostruzione sia corretta) ed è di una «Letter to the Editor» firmata da Michael Scriven dell’Università di San Francisco. Il discorso riguarda la produzione editoriale rivolta al mondo accademico (libri e riviste), ma è interessante che già allora si parlasse di soft copy e demand printing, antenati dei nostri e-book e POD (Print On Demand), accanto a microfilm e videodischi (che oggi ci sembrano cose da museo, più o meno). Scriven scriveva parole non banali per quei tempi, ma neanche lui aveva previsto lo sviluppo e la diffusione di una rete delle reti, benché avesse ben presente il modello dei bulletin board. Divertente la sua idea di editoria elettronica per i convegni, che trascrivo:

… another form of electronic publishing which we can call electronic timespread conferencing (sometimes called «bulletin board» by the home computer folk). This sets up special interest groups with their own group’s slice of memory in a big computer system, plus access via local phone numbers, so that they can carry on a «correspondente-chess» kind of discussion as and when each member checks in, and leaves some reaction in the «journal». Given the airfare and hotel room tariff problems, this may provide enough of the benefits to save the cost of a terminal: a professional association could run a timespread annual convention by renting space, reviewing papers, assigning codes for each session to those paying a small fee, and setting up a window for the discussion.

E per concludere questa specie di mezz’ora dei ricordi (del futuro, direi, più che del passato), un’ultima citazione sul tema della diffusione e dell’accettazione delle nuove tecnologie (Scriven parla di editoria universitaria, ma le osservazioni mi sembrano generalizzabili a tutta l’editoria):

Traditions die hard and books are so handy that this won’t be an easy change-over. We need to see more professional associations experimenting with it e.g. running a parallel electronic meeting, publishing a shadow edition of one journal. Many have done this with micrographics, with rather limited success; the package of advantages for the digital version may swing the scales. We need leadership from several of the scholarly presses (a consortium?), who have so far simply been threatened and done almost nothing. Their reputation is their only raison d’entre [sic] now as before, and this gives them a chance to publish good work by new authors or on new topics without hugh [sic] risk capital investment. The vicious circle of «market depending on an installed base of machines and the purchase of machines depending on what’s available in the market» can be overcome by intelligent co-ordinated planning between the professional societies and the scholarly presses.

Oggi leggo che avremo presto il Kindle di Amazon anche in Italia. Non posso fare a meno di riflettere sulla cosa, rileggendo le parole di Scriven. Domani andrò a seguire il barcamp Librinnovando allo IED. Sono ancora curioso, nonostante le delusioni.