Come siamo arrivati fin qui (seconda parte)

di Henry Jenkins e Howard Gardner

Da: Our Space. Being a Responsible Citizen of the Digital World,

A collaboration of The GoodPlay Project and Project New Media Literacies

(traduzione italiana di Virginio B. Sala)Creative Commons Licence

 

Il nostro modo di affrontare l’apprendimento

Henry: Le nostre conversazioni con il Progetto GoodPlay sono state produttive per tutte le persone coinvolte, perché ha messo sul tavolo un insieme di esperienze e competenze molto più ampio di quello che ciascuno dei due gruppi avrebbe potuto accumulare da solo. Howard e io siamo arrivati a questo progetto con una formazione disciplinare diversa, impegni intellettuali diversi ed esperienze diverse con i media digitali e la cultura popolare. Queste differenze si riflettevano anche negli studenti laureati e nei ricercatori che lavoravano nelle nostre rispettive squadre. Non siamo stati sempre d’accordo e,  addirittura, qualche volta abbiamo avuto delle forti divergenze. Il mettere insieme i due gruppi ha significato che, in ogni conversazione, aleggiava un sano scetticismo verso tutte le affermazioni, il che ha portato a un prodotto finale che riflette sia i rischi sia i benefici del mondo online, esplora sia le decisioni dei singoli agenti sia il loro più ampio contesto socioculturale, equilibra pratiche pedagogiche tradizionali ed emergenti e può essere applicato in una scuola che abbia un laptop per bambino e in una che non abbia nemmeno un laptop. Speriamo che gli educatori non adotteranno soltanto i materiali che corrispondono ai loro preconcetti ma integreranno nella loro pedagogia i disaccordi e i dibattiti intorno ai nuovi media. Nessuno di noi sa dove ci possa portare tutto questo, perciò è troppo presto per assumere delle posizioni rigide.

Non tutte le attività proposte qui funzioneranno in tutti i contesti educativi. Confidiamo che gli educatori prendano le loro decisioni su quali attività adottare e come adattarle o modificarle in base alle particolarità locali. Ma speriamo che gli educatori cerchino di raggiungere la stessa prospettiva equilibrata che è emersa attraverso le nostre conversazioni di molti anni insieme, senza cedere alla paura del nuovo paesaggio mediale, ma assumendo sempre una prospettiva scettica, ma non cinica.

Mentre il gruppo del GoodPlay intervista giovani per scoprire di più su come già elaborano i dilemmi etici che incontrano o come cercano di definire quel che costituisce il «buon gioco», il gruppo NML costruisce e mette alla prova sul campo risorse che consentiranno agli educatori di promuovere quello che riteniamo sia il nucleo centrale di capacità sociali e competenze culturali necessario per l’ingresso nella nuova cultura partecipativa. Stiamo sviluppando guide strategiche per i docenti sul «leggere» e il «mappare» in una cultura partecipativa e stiamo sviluppando una biblioteca di apprendimento pensata per incoraggiare i giovani e gli educatori a esplorare attivamente siti di produzione culturale e comunità online. Quello che abbiamo appreso attraverso questi progetti ha informato i nostri contributi a «Our Space». Tutti i materiali di NML sono stati realizzati in base al presupposto che i giovani debbano imparare attraverso esperienze autentiche in una serie di comunità di pratica differenti.

Le attività che abbiamo sviluppato spesso mettono gli studenti e i loro insegnanti a contatto con nuovi strumenti e nuove tecnologie, ma ciò su cui mettiamo davvero l’accento è sull’aiutare tutte le persone coinvolte a esplorare alcune fra le pratiche culturali emergenti che si sono sviluppate attorno alle nuove piattaforme mediali. Anche gli studenti che hanno vite online ricche e notevole possono essere troppo ristretti nella loro esplorazione del mondo online, mentre immaginiamo che le generazioni future dovranno acquisire le competenze per navigare e negoziare in molteplici comunità, ciascuna delle quali ha le proprie norme, pratiche e tradizioni, e presenta standard e aspettative particolari. Al contempo, dato che l’accento per noi cade su abilità e competenze, anziché sulle tecnologie, abbiamo cercato di identificare attività low-tech che possano aiutare quanti hanno un accesso digitale limitato ad acquisire abitudini mentali che consentano loro una transizione più piena al ciberspazio, se e quando se ne presenterà loro l’occasione. Molte delle abilità che identifichiamo non sono nuove; molte fanno parte da molto tempo dei processi educativi; ma hanno acquistato una nuova importanza e un nuovo significato in risposta alle trasformazioni della nostra infrastruttura informativa.

Queste abilità emergenti sono distribuite in modo disuguale entro la cultura, il che rende difficile creare un intervento «taglia unica» che soddisfi le esigenze di tutti i diversi interessi. NML, perciò, ha sviluppato un approccio più modulare: una impostazione che offre lo scheletro di base per i nuovi docenti e gli studenti che non hanno esperienza, ma può soddisfare le esigenze anche di partecipanti più esperti. Secondo noi gli educatori sono partner importanti che a loro volta si appropriano dei nostri contenuti e li remixano nel lavoro concreto e spesso all’impronta. Vogliamo che gli insegnanti applichino le loro conoscenze e le loro esperienze per dare sostanza alle nostre attività. Osservando come i nostri materiali vengano inseriti nei programmi scolastici ed extrascolastici, abbiamo visto che vengono impiegati nel modo più efficace quando gli insegnanti danno fiducia alla capacità dei giovani di operare scelte significative e apprezzano le loro idee. Ogni volta che è possibile, vogliamo che le nostre attività siano aperte e flessibili. E, ogni volta che è possibile, vogliamo che studenti e docenti vadano nei siti effettivi in cui sta avvenendo il cambiamento culturale, invece di simulare quelle pratiche in un’aula.

Nel mio Cultura convergente (Jenkins, 2007), mettevo in guardia da alcune delle sfide implicite nel portare la cultura partecipativa nell’istruzione formale:

Non è ancora chiaro se i successi riscossi dagli spazi di affinità siano facilmente duplicabili nelle aule scolastiche semplicemente proponendo attività simili. La scuola impone una severa gerarchia (e ruoli ben distinti per adulti e ragazzi) … La scuola appare meno flessibile nel sostenere scrittori che si trovano in stadi molto diversi del loro sviluppo. Anche gli istituti scolastici più innovativi mettono dei limiti a quello che gli studenti possono scrivere, rispetto alla libertà di cui godono per i fatti loro [p. 196].

In effetti, i test sul campo che NML ha condotto con i nostri materiali hanno dimostrato quanto siano realistiche molte di queste preoccupazioni. Le relazioni di potere rigide fra studenti e insegnanti qualche volta garantiscono il trasferimento di conoscenza fra le generazioni, ma possono impedire ai giovani di cercare dagli adulti a loro vicini consigli sensati a proposito dei dilemmi etici che incontrano. Invece, giovani e adulti che condividono gli stessi interessi si incontrano online, spesso collaborando su progetti comuni, in modi che rispettano e apprezzano quello che ciascun partecipante può portare come contributo. Gli insegnanti in aula lottano per trovare il modo di conservare il loro status di esperti, senza rendersi conto che anche i giovani possono conoscere cose che debbono essere messe sul tavolo di discussione. La cultura popolare spesso abbraccia valori che sono in contrasto con quelli dell’istituzione scolastica, e studenti e insegnanti debbono negoziare un insieme di direttive sull’uso appropriato o inappropriato di quei materiali in aula. (Per maggiori informazioni su questo tema, vedete Our Space, le nostre direttive.)

Nell’era digitale, le aule scolastiche non sono più ambienti isolati, separati dalla società circostante, bensì nodi in una rete di apprendimento complessa. I nostri materiali sfruttano la porosità di questa nuova ecologia dell’apprendimento e ampliano la gamma delle opportunità che le scuole hanno tradizionalmente offerto ai loro studenti, collegano i discenti a più ampie comunità di conoscenza e incoraggiano i giovani a esprimere le loro prospettive e a condividere le loro creazioni con un pubblico più largo. Mentre prepariamo i giovani a un mondo che è sempre più definito attraverso la collaborazione e la risoluzione collettiva di problemi, dobbiamo aiutarli ad acquisire le abilità sociali necessarie per contribuire in modo significativo a una rete di altre persone che apprendono. In un mondo in cui le persone che mettono in comune le loro conoscenze e condividono le loro capacità esperte possono risolvere problemi più complessi rispetto a quanti lavorano da soli, dobbiamo offrire ai nostri studenti domande più difficili e dare loro una possibilità di affrontarle insieme.

Troppo spesso gli educatori adottano posizioni che precludono l’esplorazione dei nuovi media, invece di incoraggiare i giovani ad acquisire le abilità necessarie per partecipare significativamente e di favorire lo sviluppo di una prospettiva etica che consenta loro di mettere in campo le proprie risorse con responsabilità e in sicurezza. Le attività incluse in questo casebook adottano una prospettiva diversa, suggerendo modi in cui insegnanti e giovani possono impegnarsi in Facebook e MySpace, Wikipedia, YouTube, Second Life e World of Warcraft. Senza una simile formazione, i giovani sono lasciati ad affrontare questi nuovi ambienti per i fatti loro. Alcuni di loro di conseguenza sono tagliati fuori o lasciati in condizioni di rischio. Alcuni insegnanti propugnano un «no puro e semplice» nei confronti di Wikipedia, per esempio, invece di aiutare i giovani a comprendere i procedimenti e le norme attraverso i quali i wikipediani valutano e giudicano l’affidabilità delle informazioni che forniscono. Alcune scuole oscurano YouTube invece di aiutare i giovani a riflettere sui loro ruoli in quanto produttori e distributori di contenuti mediali. Ci sono programmi educativi che sottolineano i diritti dei detentori di copyright, ma non fanno conoscere agli studenti gli elementi fondamentali del fair use o le pratiche emergenti delle licenze Creative Commons. E molti adulti si preoccupano per questioni di riservatezza personale senza capire perché i giovani possano attribuire un valore anche alla condivisione delle loro esperienze e idee personali con le loro reti sociali estese.

Tutti questi temi, e molti altri, sono stati discussi continuamente dai due gruppi nel corso dello sviluppo di questa raccolta di casi. Sappiamo che insegnanti diversi assumeranno prospettive diverse su queste questioni culturali, ideologiche e pedagogiche. Abbiamo cercato di progettare questi materiali in modo tale che possano essere portati in molte direzioni diverse pur veicolando sempre alcuni concetti etici fondamentali che aiuteranno i giovani a tracciare autonomamente una via significativa come produttori di media e membri di comunità online.

David Buckingham ha messo in luce il valore di avvicinare l’uso che i giovani fanno della tecnologia in funzione del loro «essere» (rispettando chi sono e quello che sono in questo preciso momento) invece che del loro «diventare» (vedendo il loro stato attuale come un gradino verso le loro identità da adulti). Alcune delle nostre attività affrontano le conseguenze di lungo termine delle decisioni, ma cerchiamo anche di prendere sul serio le attività in cui i giovani già sono coinvolti e le questioni etiche con cui già debbono misurarsi nelle loro quotidiane interazioni con le comunità online.

Sappiamo anche che i giovani non sono i soli che impareranno qualcosa nel trattare queste unità: molti adulti sanno ancora poco di queste comunità sociali e pratiche culturali emergenti; la maggior parte di loro è incerta su quali parti del nostro attuale strumentario etico continui ad applicarsi in queste situazioni non familiari. Speriamo che gli educatori useranno questi materiali per mettere alla prova e rafforzare le loro stesse strutture concettuali, restando aperti a nuove possibilità, anche se restano saldamente ancorati a valori e standard di lunga tradizione. Come educatori, è nostro dovere agire guidati dalla ragione e non dalla paura; e questa responsabilità ci impone di porci continuamente domande su noi stessi e i nostri studenti. Insegniamo loro a non fidarsi troppo delle informazioni che leggono su Wikipedia; forse dovremmo insegnare loro anche a non riporre troppa fiducia nelle notizie sensazionalistiche che provocano il panico morale a proposito delle vite digitali dei giovani.

Come Spider-Man, abbiamo ricevuto un grande potere e una grande responsabilità. Che cosa ne faremo?

 

Howard: La nostra collaborazione ha affinato la mia comprensione di linee di faglia significative – aree di incertezza, tensione e controversia nei campi in cui abbiamo lavorano congiuntamente. Alcune di queste linee di faglia hanno a che fare con l’atteggiamento generale nei confronti dei nuovi media, alcuni con i modi di considerare i giovani, alcuni con i luoghi e i mezzi migliori per l’educazione. Qui traccerò una linea di faglia per ciascuna delle quattro aree che si sono dimostrate rilevanti nella nostra attuale impresa. Per mettere bene in chiaro i contrasti, dipingerò molto nettamente le concezioni contrapposte, e poi rifletterò sulle conseguenze per i problemi etici.

1. Modi di considerare i nuovi media

Da una parte ci sono gli entusiasti – le persone che in generale credono nel potere dei media e, in particolare nelle loro potenzialità benevole. Nel secolo scorso questi entusiasti hanno salutato con calore l’avvento della radio, della televisione e le varie innovazioni del mondo cinematografico. Il massimo dell’entusiasmo l’hanno tributato al nuovi media digitali, che sono visti non solo come peculiarmente potenti, ma come una promessa speciale di democratizzazione della società, di possibilità di far sentire voci nuove e in precedenza inudibili, di mezzi che consentano a ogni singolo di esprimersi creativamente e collaborativamente.

Dall’altra parte ci sono gli scettici, che hanno osservato come le utopie previste dall’introduzione dei precedenti media non si siano mai realizzate. Pochi ambiti della società, secondo la loro visione, sono stati migliorati da radio, televisione o cinema. Inoltre, anziché dimostrarsi democratici, questi media prima o poi sono caduti sotto il controllo di potenti imperi mediatici, dalla Disney nel mondo dell’intrattenimento a Murdoch in quello del giornalismo della carta stampata e del piccolo schermo. Il «big sort» è un esito probabile tanto quanto una vitale piazza di villaggio. Abbiamo poche ragioni per pensare che i nuovi media digitali ci introducano in un’era diversa o più felice – in realtà, potrebbe essere solo questione di tempo prima che tutti finiamo per lavorare per il Grande Fratello Google.

2. Concezioni dei giovani, in generale e oggi

Per molti che non sono più giovani, la speranza del futuro sta nei giovani: singoli che sono innocenti, ben motivati, ansiosi di apprendere, intenzionati a fare la cosa giusta. Questi ottimisti sono colpiti dal grande impegno, forse senza precedenti, dei giovani nel servizio sociale, nel volontariato, nelle forme partecipative della comunicazione. Nel modo di vedere di questi adulti, i giovani sono la nostra maggiore risorsa non sfruttata e debbono essere messi nelle condizioni di poter seguire il loro genio.

Anche se non avversano i giovani in alcun senso, gli spiriti più conservatori non vogliono difendere un’idea romantica della gioventù. I giovani sono ancora relativamente in via di formazione e, in quanto tali, possono essere spinti verso il bene, verso il male, o verso la loro stessa autoglorificazione. I giovani delle Children’s Crusades avevano forse le migliori intenzioni ma i loro sforzi sono stati un fiasco; le Guardie Rosse in China e i membri del Komsomol in Unione Sovietica non hanno esitato a rivoltarsi contro genitori e insegnanti. Il signore delle mosche documenta in modo icastico quello che potrebbe succedere – quello che può effettivamente succedere – quando i giovani vengono lasciati completamente a se stessi. Per quanto riguarda i giovani di oggi, il loro apparente impegno nel volontariato è difficile da separare dal loro desiderio di entrare in una università d’élite, in vista di riempirsi le tasche a Wall Street o a Hollywood.

3. Le sedi ideali per l’educazione

Pochi mettono in discussione l’importanza dell’educazione, ma ci sono divergenze significative rispetto ai luoghi in cui si svolgerà e in cui dovrà svolgersi in futuro. I pensatori visionari credono che i giorni delle classi da cartone delle uova e della scuola taylorizzata siano finiti. In misura sempre crescente l’educazione avverrà al di fuori di istituzioni formali e gestite dallo stato. Si svolgerà nelle case, nei centri comunitari, sul posto di lavoro e in particolare nel mondo digitale – mediante computer palmari o facilmente trasportabili. In questa concezione, le scuole come le conosciamo hanno esaurito la loro utilità e la loro graduale scomparsa non potrà che essere salutata positivamente.

Un punto di vista contrastante sottolinea la longevità e l’utilità delle scuole. Queste istituzioni sono state e restano il modo migliore per educare un gran numero di giovani all’alfabetizzazione, alle varie discipline e alla cittadinanza. I paesi che hanno le scuole migliori sono quelli che sono e continueranno a essere i più avanzati al mondo. Ovviamente le scuole possono e debbono essere migliorate e, ogniqualvolta possibile, debbono utilizzare i nuovi media digitali e riconoscere i nuovi siti di apprendimento informale online. Ma ogni idea che i giorni dell’istruzione formale siano contati è o ingenua o perversa.

4. Il sostegno migliore per l’educazione

Per secoli, se non per millenni, le scuole sono state organizzazioni gerarchiche. Gli insegnanti, la sede della conoscenza e delle abilità, stanno davanti alla classe, leggono, spiegano e interrogano gli studenti perché diano la risposta giusta alle domande. Il compito degli studenti è impadronirsi delle conoscenze e delle abilità del passato e di dimostrare quanto hanno appreso in esami di un tipo o dell’altro. L’idea che gli studenti possano assumere un ruolo costruttivo nella formazione/produzione di conoscenza è vista come sbagliata e disastrosa.

Mentre questa prospettiva è ancora dominante nella maggior parte del mondo, è sostanzialmente assente fra quanti si concentrano sulle potenzialità di apprendimento dei nuovi media digitali. In effetti, tutti noi che lavoriamo a questo progetto ci definiremmo dei costruttivisti: crediamo cioè che le persone di ogni età debbano essere in grado di costruire conoscenza, se questa deve essere padroneggiata, resa propria dal discente e in condizioni di essere applicata in modo appropriato in situazioni nuove o non familiari.

Qui tuttavia sorge un nuovo fattore di tensione. Alcuni sono colpiti dalla misura in cui, lasciati a se stessi, i neofiti è facile adottino presupposti errati, divaghino in direzioni inutili o controproducenti e non riescano a sviluppare le abilità necessarie. Perciò sono favorevoli a una notevole quantità di “impalcatura”. Cioè, quando un singolo viene posto di fronte a un nuovo problema, un nuovo rompicapo o un nuovo concetto, invece di chiedergli di partire da zero, gli si debbono dare delle indicazioni su quali strade sia più o meno produttivo procedere. E poi da lì, si forniscono ulteriori suggerimenti o punti d’appoggio per rendere più facile la strada verso la padronanza e per impedire perdite di tempo e frustrazioni. Ovviamente, come è implicito nella metafora, una volta che il discente è sicuramente su una strada produttiva, l’impalcatura può e deve essere tolta. Gli studenti e gli insegnanti di maggior talento avranno bisogno di poca impalcatura (o di nessuna): sono in grado di “capire da soli”.

Quanti assumono una posizione più rigorosamente costruttivista non sono grandi estimatori delle impalcature. Le vedono come un modo di “influenzare il testimone” e come un mezzo per impedire le vere scoperte, anche scoperte davvero nuove ed entusiasmanti che il progettista dell’impalcatura non avrebbe potuto prevedere. Dal loro punto di vista, meglio dare al discente un problema o un gioco invitanti e poi togliersi dai piedi. Nella maggior parte degli studenti alberga un “genio interiore” che li terrà lontani dai sentieri improduttivi e fornirà quelle ricche ricompense che sono il premio di un impegno personale.

 

Delineate in questo modo, ovviamente, queste sono concezioni estreme, e volutamente. La maggior parte dei lettori con ogni probabilità si troverà in una qualche posizione in mezzo fra gli opposti corni dei dilemmi, e lo stesso valore per quasi tutti quelli che sono stati impegnati in questo progetto. In ciascun gruppo, poi, ci sono state differenze sui punti messi più in risalto, e molti di noi hanno avuto la sensazione di dover lottare costantemente in prima persona con gli antipodi schizzati qui.

Penso che esplicitare queste tensioni sia produttivo. Alcuni di noi ne sono consapevoli, ma, in particolare quando ci si trova coinvolti in discussioni o diverbi con altri, si tende magari a non essere consapevoli di quanto ciascuno di noi graviti verso l’una o l’altra delle alternative. La posizione in sé può anche essere inossidabile, ma avere la consapevolezza di avere assunto una posizione, insieme con la consapevolezza che altri (genitori, colleghi, adulti, giovani) possono porsi in modo diverso rispetto a questi problemi può essere salutare.

Per entrare nel concreto, vorrei proporre un esempio specifico tratto dal dominio di cui si occupa questo testo – il copiare, il plagio, l’uso non dichiarato di materiali altrui, proposti come propri. Nessuno sarebbe disposto a difendere totalmente questa pratica, eppure è un fatto che questi processi di copia, resi possibili dai media digitali, siano praticamente onnipresenti nelle aule di tutto il mondo sviluppato. Il problema è complicato dalla crescita della “cultura del remix”, di cui fanno parte forme legittime di appropriazione come nuove opere ispirate da classici della letteratura, del cinema e della musica.

Come si deve riflettere su questa situazione e come poi si può cercare di modificarla? La posizione di ciascuno dipenderà dal punto in cui si trova negli spettri di cui ho parlato sopra, dal lato su cui sta di ciascuna linea di faglia:

  1. Pensate che i nuovi media forniscano delle soluzioni o che aggravino il problema?
  2. Vi aspettate che i giovani sviluppino norme nuove e ragionevoli o pensate che si debbano cercare consigli e modelli dalle persone di esperienza, più avanti con gli anni?
  3. I problemi della copia vanno affrontati nella scuola o sarebbe meglio se fossero trattati da altre istituzioni e altri media?
  4. Lo sviluppo di un nuovo insieme di norme sull’uso dei materiali nei nuovi media digitali deve essere un’impresa che comporta una buona dose di “impalcatura” o una tale impalcatura non è necessaria o addirittura errata?

Tenendo sotto osservazione le vostre reazioni a queste alternative, potrete vedere in che misura avete già opinioni forti su questi argomenti. Nelle pagine che seguono, passeremo in rassegna molti campi dell’etica che si presentano nei nuovi media digitali, Presentiamo materiali e provocazioni che fanno emergere questi problemi. Il nostro obiettivo è spingere tutti noi – insegnanti, genitori, studenti, ricercatori – a esaminare quello che diamo come presupposto e a impegnarci con la massima onestà e capacità di riflessione nelle difficoltà che presentano. La speranza, mia e dei miei colleghi, è che il vostro pensiero e le vostre azioni vengano affinati e resi più complessi dai materiali che qui vi presentiamo. Speriamo di sentire presto da voi che cosa ne pensate.

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