09. marzo 2009 · Commenti disabilitati su Fra numeri e musica · Categorie:musica, progetti, recensioni e segnalazioni

Si vedono i primi risultati del lavoro di questi mesi da “libero professionista”. Ancora poca cosa rispetto alle speranze, ma ci vuole un po’ di tempo perché le idee si chiariscano e si concretizzino.

Intanto, dalla Muzzio (editore con cui avevo lavorato molto negli anni Ottanta) è uscito in libreria il libro di Jonathan Koomey, I numeri che contano, che ho tradotto all’inizio dell’anno. Un libro piacevole, soprattutto utile, per chi per lavoro deve quotidianamente avere a che fare con informazioni numeriche. È il frutto del lavoro dell’autore come docente: insegna un po’ i “trucchi del mestiere”, quelle piccole cose che possono fare la differenza. Dall’attenzione ai dettagli, all’importanza della documentazione, ai modi di presentare i risultati di una ricerca, tipograficamente o nelle esposizioni orali (con l’ausilio di un software di “presentazione”, magari).

Dopo parecchi anni, durante i quali siamo comunque rimasti in contatto, ho ricominciato a collaborare con Franco Muzzio: stiamo fra l’altro riavviando la collana “Strumenti della Musica”, che avevo creato e diretto, negli anni Ottanta.

A proposito di musica, un contributo un po’ più originale è l’articolo che ho scritto per il numero 9 di Audio Video & Music, apertura di una serie che conto di dedicare ai dischi del 1969: il mio modo di celebrare un quarantennio, visto che si parla tanto di ricorrenze. Il 1969 è stato in effetti l’anno in cui un uomo ha messo il piede per la prima volta sulla Luna, ma anche l’anno del festival di Woodstock, dell’addio dei Cream, del primo disco di King Crimson, Yes, Genesis, Led Zeppelin, e di parecchi altri gruppi che, come si suol dire, “hanno fatto la storia”. Il primo articolo è dedicato ai King Crimson, al loro In the Court of the Crimson King e in particolare al brano d’apertura del disco, “21st Century Schizoid Man”: per molti la nascita del rock progressivo (già, il mio progetto di una storia del progressive va avanti…). Ho tentato di dare del pezzo un minimo di analisi musicale, anche, sebbene sia un terreno su cui mi muovo con un po’ di timore. Ma mi interessa molto. Un grazie ufficiale a Pier Calderan, che mi ha invitato a partecipare alla rivista e mi ospita fra le sue pagine (si sono invertiti i ruoli: da direttore editoriale di Apogeo ho pubblicato i suoi libri, ora Pier pubblica i miei articoli!).

Questo primo pezzo, intanto, si può scaricare da qui (si scarica tutto il numero della rivista). Il prossimo articolo sarà dedicato al primo disco degli Yes…

21. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Franco Fabbri e la popular music · Categorie:musica, progetti, recensioni e segnalazioni · Tag:, ,

Nel 2008, a breve distanza l’uno dall’altro, sono stati pubblicati due libri di Franco Fabbri: Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular musica nei Tascabili del Saggiatore (388 pagine, 13 euro), Around the clock. Una breve storia della popular music da UTET (248 pagine, 14,50 euro). Nessuno dei due è una vera novità: il primo è alla sua terza edizione, e raccoglie, sia pure modificati, saggi comparsi in varie altre sedi; il secondo è estratto dal IV volume della corposa Storia della musica diretta da Alberto Basso (UTET 2004), mi sembra proprio senza modifiche, anche se non ho avuto la pazienza di controllare tutto parola per parola.

Val la pena comunque di parlare di questi due libri perché sono belli, ben fatti, e per chi si interessa di popular music sicuramente utili; Franco Fabbri scrive molto bene, conosce profondamente ciò di cui parla, ha un buon senso dello humor e altrettanto senso della misura, il che rende ancora più efficaci le puntate polemiche che affiorano ogni tanto. Around the clock è quello che promette il titolo: una storia della popular music (del Novecento) in forma breve. Si legge con piacere, se ne ricava molto: idee generali, linee di tendenza, correnti, generi. Non mi sembra ci sia altro dello stesso calibro in circolazione, perciò bene ha fatto la UTET a scorporare questo testo dall’opera maggiore, rendendola economicamente abbordabile e fruibile per un pubblico più ampio.

La terza edizione de Il suono in cui viviamo presenta diverse differenze rispetto alle edizioni precedenti; per chi ha la prima o la seconda, le aggiunte credo valgano il prezzo di copertina, decisamente contenuto. Avendo colpevolmente trascurato le edizioni precedenti, questa è stata per me una scoperta molto gradevole: ho apprezzato soprattutto i saggi sui generi musicali, sulla forma dei brani dei Beatles e sulla struttura chorus/bridge, e quelli che toccano da vicino la storia del rock “progressivo”, e fra questi ho trovato splendido il saggio intitolato “Acquiring the Taste”, che parte dalle note di copertina dell’omonimo disco dei Gentle Giant (1971) per affrontare il tema del progressive, senza darne una definizione, ma accostandosi alla musica come “testo primario”, giusta la definizione di A. F. Moore. E lo fa poi analizzando in modo illuminante The House, The Street, The Room, traccia numero 3 di quell’album.

La citazione dalla copertina di Acquiring the Taste (il disco) che apre il saggio è davvero splendida: considerato che possiedo il vinile (più o meno da quando è uscito) e anche il CD, non mi aveva mai colpito molto. Leggerla sulle pagine del libro, separata dal suo contesto originale, mi ha invece affascinato – e il commento di Fabbri ha intensificato il piacere della riscoperta e dell’approfondimento. Scoprire peraltro dall’introduzione al libro che questo saggio doveva essere il primo capitolo di un libro sulla storia del progressive che Fabbri aveva in animo di scrivere mi ha un po’ depresso. Mi sono fatto prendere, un po’ di tempo fa, dall’entusiasmo all’idea di affrontare la stessa impresa, ma temo che alla fine quello che avrò scritto non sarò all’altezza di quello che avrebbe potuto scrivere lui, tempo e impegni permettendo. Ma continuerò a provarci lo stesso.

04. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Nanotecnologia, paura, moda · Categorie:filosofia, media, progetti · Tag:, , , ,

Il New York Times dedica un articolo alla “paura da nanotecnologia”: New Products Bring Side Effect: Nanophobia. In breve: aumentano i prodotti, in particolare nel settore della cura della pelle, della bellezza, della cosmesi, che incorporano nanooggetti attivi. Con tutta probabilità svolgono effettivamente la loro azione, come annunciano le pubblicità, realizzando qualcuna delle promesse della nanotecnologia. L’aspetto meno attraente è che questi oggetti a nanoscala entrano nell’organismo ma poi, in molti casi, non ne escono, si accumulano magari nel fegato e possono provocare danni – perché l’obiettivo di arrivare presto sul mercato fa trascurare un controllo di medio-lungo periodo e forse anche sono ancora deboli gli strumenti di riflessione critica su queste intraprese. Così in molti si sviluppa una nuova paura: che nell’organismo possano entrare nanooggetti ineliminabili e capaci di svolgere un’attività a nostra insaputa.

Bene (o forse: male), ecco un tema che potrebbe essere di interesse. Intanto, c’è da esercitare un po’ di spirito critico: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, l’articolo del New York Times non è vangelo, la notizia va verificata, per quanto si può, sul piano scientifico. E’ vero che esistono prodotti di nanotecnologia che hanno questo comportamento? O è una delle tante bufale che ci vengono propinate?

Che la notizia abbia un fondamento scientifico o meno, c’è la questione della nanofobia (che può nascere anche ove non esistesse realmente alcun pericolo), più in generale della “paura“, che è un concetto che si può esplorare sotto molti aspetti, non ultimo quello filosofico – ma senza trascurare quanto ci possono dire in proposito gli psicologi.

C’è anche un altro aspetto interessante: l’articolo del New York Times compare nella sezione “Fashion and Style”, cioè “moda e stile”, non in una sezione dedicata alla scienza. Già l’atteggiamento della redazione che colloca l’articolo in quella sezione e non in un’altra ammette qualche riflessione (potremmo classificarla sotto l’etichetta di “filosofia della comunicazione”?), poi si può analizzare il significato che hanno oggi la moda e il culto del corpo (bellezza/fitness), quanto sono entrati a far parte dell’immagine di sé.

Proseguendo su questa strada, si può forse trovare la chiave per costruire un telegiornale (di orientamento) filosofico. Filosofia del/dal quotidiano (pensando a Rocco Ronchi e ad Augusto Cavadi).

04. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Ancora Philosophy TV · Categorie:progetti, web tv · Tag:, ,

Una web-tv “di filosofia” non vuol dire un canale che trasmette una sorta di talk show continuo in cui si parla di Platone e di Heidegger invece che di Ronaldo o di Paris Hilton, né una variante delle “iene” con una caricatura di Socrate che ferma la gente per strada chiedendole che cosa pensa siano la giustizia o la bellezza. Forse ci potrebbero stare anche queste cose (a piccole dosi), ma non credo sia questa la strada.

Credo sia ora di sperimentare con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, e in particolare con quelli che sono maggiormente frequentati – che noi stessi frequentiamo più o meno abitualmente. Il cinema, la fotografia, la musica, l’illustrazione, il fumetto, la letteratura. Di un romanzo, come di un film, si può dare una lettura in termini di pura evasione (e va benissimo, ci vogliono anche i momenti poco impegnati), ma anche nei momenti di relax i mezzi di comunicazione in qualche modo “educano”, e su quello si può fare leva. Ogni generazione impara a dare un nome e un senso a sentimenti, atteggiamenti, esperienze, attraverso un’esplorazione vicaria nelle forme di narrazione del suo tempo, più che nella presa diretta con il mondo. La prima educazione sentimentale era un tempo un romanzo, oggi più spesso un film o uno spettacolo televisivo – e da lì si scoprono comportamenti e fenomeni, si impara a nominarli ed esprimerli: ieri era Cyrano con la sua poesia, oggi lo si dice con i lucchetti (perché, nel bene e nel male, lo ha insegnato Moccia).

Questo significa che si può prendere un quadro, una fotografia, un fumetto, un romanzo, un corto, un film, un racconto, una canzone e “leggerli” con una sensibilità filosofica (il che significa parlarne, indubbiamente: un po’ di Piero Angela, Santoro o Fazio con relativi ospiti); ma anche senza parlarne, già la scelta di un soggetto piuttosto che di un altro sarebbe significativa. E si può pensare anche a una creazione di oggetti mediali ad hoc. Tenendo conto anche del fatto che nel progetto ci deve essere molto Escher (la mano che disegna la mano che disegna la mano) – cioè ci deve essere una attenzione non solo agli oggetti di cui si parla, o a partire dai quali si parla, ma anche delle forme stesse dell’espressione. Ma proprio per questo abbiamo cominciato a parlare di web tv e non di un ennesimo saggio scritto.

Michele Forzani di limen music è molto interessato ai nostri discorsi, e ha molto da dare, non solo in termini di competenza tecnica sull’audio e sul video, ma anche di idee progettuali e di entusiasmo. E spero che qualcun altro si unisca alla discussione…