musica


Si vedono i primi risultati del lavoro di questi mesi da “libero professionista”. Ancora poca cosa rispetto alle speranze, ma ci vuole un po’ di tempo perché le idee si chiariscano e si concretizzino.

Intanto, dalla Muzzio (editore con cui avevo lavorato molto negli anni Ottanta) è uscito in libreria il libro di Jonathan Koomey, I numeri che contano, che ho tradotto all’inizio dell’anno. Un libro piacevole, soprattutto utile, per chi per lavoro deve quotidianamente avere a che fare con informazioni numeriche. È il frutto del lavoro dell’autore come docente: insegna un po’ i “trucchi del mestiere”, quelle piccole cose che possono fare la differenza. Dall’attenzione ai dettagli, all’importanza della documentazione, ai modi di presentare i risultati di una ricerca, tipograficamente o nelle esposizioni orali (con l’ausilio di un software di “presentazione”, magari).

Dopo parecchi anni, durante i quali siamo comunque rimasti in contatto, ho ricominciato a collaborare con Franco Muzzio: stiamo fra l’altro riavviando la collana “Strumenti della Musica”, che avevo creato e diretto, negli anni Ottanta.

A proposito di musica, un contributo un po’ più originale è l’articolo che ho scritto per il numero 9 di Audio Video & Music, apertura di una serie che conto di dedicare ai dischi del 1969: il mio modo di celebrare un quarantennio, visto che si parla tanto di ricorrenze. Il 1969 è stato in effetti l’anno in cui un uomo ha messo il piede per la prima volta sulla Luna, ma anche l’anno del festival di Woodstock, dell’addio dei Cream, del primo disco di King Crimson, Yes, Genesis, Led Zeppelin, e di parecchi altri gruppi che, come si suol dire, “hanno fatto la storia”. Il primo articolo è dedicato ai King Crimson, al loro In the Court of the Crimson King e in particolare al brano d’apertura del disco, “21st Century Schizoid Man”: per molti la nascita del rock progressivo (già, il mio progetto di una storia del progressive va avanti…). Ho tentato di dare del pezzo un minimo di analisi musicale, anche, sebbene sia un terreno su cui mi muovo con un po’ di timore. Ma mi interessa molto. Un grazie ufficiale a Pier Calderan, che mi ha invitato a partecipare alla rivista e mi ospita fra le sue pagine (si sono invertiti i ruoli: da direttore editoriale di Apogeo ho pubblicato i suoi libri, ora Pier pubblica i miei articoli!).

Questo primo pezzo, intanto, si può scaricare da qui (si scarica tutto il numero della rivista). Il prossimo articolo sarà dedicato al primo disco degli Yes…

Appena rientrato da un concerto alla Palazzina Liberty, a Milano, riprendo le mie “note” dopo un po’ di assenza, dovuta al periodo di assestamento dopo essere tornato, con gli inizi dell’anno, un “libero professionista”. Il concerto, nell’ambito di una serie intitolata “La musica che scopre la musica” organizzatada dall’Associazione gli amici di musica/realtà (che si riferisce alla rivista di studi musicali diretta da Luigi Pestalozza, presentava l’orchestra Cantelli in tre brani per orchestra d’archi (Polka “Venerdì” di Sokolov, Liadov e Glazunov, la Serenata per archi op 48 in do maggiore di Caiovskij e la Sinfonia da camera in do minore op. 110a di Sostakovic) e, soprattutto, Tetratkys di Giacinto Scelsi, un brano per flauto solo, eseguito da Annamaria Morini. Brano complesso e corposo (quasi venti minuti di musica), assai impegnativo per lo strumentista, ma soprattutto in prima esecuzione pubblica, poiché si tratta di un’opera ritrovata e ancora inedita.

Scelsi, nato nel 1905 e scomparso nel 1988, è stato un compositore molto originale, ma il catalogo delle sue opere è ancora incompleto (esiste una Fondazione Isabella Scelsi e un Archivio storico della Fondazione, presso cui il lavoro di catalogazione è ancora in corso). Sono ancora possibili, dunque, sorprese; e se saranno come questo Tetratkys saranno sorprese piacevoli. Annamaria Morini è flautista eccellente, fortemente concentrata sulla musica moderna e contemporanea e ha dato fondo alle sue energie: il pezzo è ad alto contenuto virtuosistico e lascia poco respiro; è sempre molto teso, anche nei momenti più lirici, e sfrutta tutta l’estensione del flauto, facendone apprezzare tutta la personalità.

Sarà interessante poterlo riascoltare presto, perché la Morini lo registrerà per limen music (in video) e in quell’occasione avrò il piacere di poter fare con lei una conversazione (che ovviamente registreremo) sia su questo pezzo, sia più in generale sul “percorso” del flauto nel secondo Novecento. Promette di essere un’occasione molto interessante.

Idea simpatica, “Le fiabe del jazz” sono firmate da Roberto Piumini (nome ben noto come autore e traduttore) e Claudio Comini (cui è attribuita l’ideazione della collana) per le edizioni Curci: le ho scoperte, come spesso accade, per puro caso in un giro in libreria subito dopo Natale. Sono libretti a colori di 32 pagine in formato quadrato (19,5 per 19,5 cm) corredati di un CD, ciascuno dedicato a un grande del jazz: Duke Ellington, John Coltrane e Thelonious Monk sono i primi tre protagonisti della serie, in vendita al prezzo di copertina di 14,90 euro. La “fiaba” è un racconto fantastico che trae in qualche modo spunto dalla vita del musicista, accompagnato dalle belle illustrazioni di Fabio Magnasciutti; la storia si può ascoltare anche dal CD, letta da Roberto Piumini, accompagnata da brani del musicista di cui si parla o di Corrado Guarino, che le esegue con il suo quartetto. I brani sul CD sono commentati e accompagnati da piccoli “esercizi” che coinvolgono il lettore/ascoltatore e lo incoraggiano a esplorare attivamente – per esempio, nel caso di Duke Ellington, il “giro” di blues.

La collana è proposta dalla Curci (che è fondamentalmente un editore musicale) per ragazzi di sette anni o più; ma non dubito che possa piacere molto anche agli adulti – sia il testo che le illustrazioni si possono “leggere”, mi sembra, a più livelli, sempre con pari soddisfazione. Il CD è godibilissimo e, quasi senza parere, riesce a dare informazioni tutt’altro che banali: giustamente, alcune cose si possono capire solo ascoltando e la guida è con mano leggera, non troppo invadente. Credo sia questo il significato di “imparare divertendosi”.

Nel 2008, a breve distanza l’uno dall’altro, sono stati pubblicati due libri di Franco Fabbri: Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular musica nei Tascabili del Saggiatore (388 pagine, 13 euro), Around the clock. Una breve storia della popular music da UTET (248 pagine, 14,50 euro). Nessuno dei due è una vera novità: il primo è alla sua terza edizione, e raccoglie, sia pure modificati, saggi comparsi in varie altre sedi; il secondo è estratto dal IV volume della corposa Storia della musica diretta da Alberto Basso (UTET 2004), mi sembra proprio senza modifiche, anche se non ho avuto la pazienza di controllare tutto parola per parola.

Val la pena comunque di parlare di questi due libri perché sono belli, ben fatti, e per chi si interessa di popular music sicuramente utili; Franco Fabbri scrive molto bene, conosce profondamente ciò di cui parla, ha un buon senso dello humor e altrettanto senso della misura, il che rende ancora più efficaci le puntate polemiche che affiorano ogni tanto. Around the clock è quello che promette il titolo: una storia della popular music (del Novecento) in forma breve. Si legge con piacere, se ne ricava molto: idee generali, linee di tendenza, correnti, generi. Non mi sembra ci sia altro dello stesso calibro in circolazione, perciò bene ha fatto la UTET a scorporare questo testo dall’opera maggiore, rendendola economicamente abbordabile e fruibile per un pubblico più ampio.

La terza edizione de Il suono in cui viviamo presenta diverse differenze rispetto alle edizioni precedenti; per chi ha la prima o la seconda, le aggiunte credo valgano il prezzo di copertina, decisamente contenuto. Avendo colpevolmente trascurato le edizioni precedenti, questa è stata per me una scoperta molto gradevole: ho apprezzato soprattutto i saggi sui generi musicali, sulla forma dei brani dei Beatles e sulla struttura chorus/bridge, e quelli che toccano da vicino la storia del rock “progressivo”, e fra questi ho trovato splendido il saggio intitolato “Acquiring the Taste”, che parte dalle note di copertina dell’omonimo disco dei Gentle Giant (1971) per affrontare il tema del progressive, senza darne una definizione, ma accostandosi alla musica come “testo primario”, giusta la definizione di A. F. Moore. E lo fa poi analizzando in modo illuminante The House, The Street, The Room, traccia numero 3 di quell’album.

La citazione dalla copertina di Acquiring the Taste (il disco) che apre il saggio è davvero splendida: considerato che possiedo il vinile (più o meno da quando è uscito) e anche il CD, non mi aveva mai colpito molto. Leggerla sulle pagine del libro, separata dal suo contesto originale, mi ha invece affascinato – e il commento di Fabbri ha intensificato il piacere della riscoperta e dell’approfondimento. Scoprire peraltro dall’introduzione al libro che questo saggio doveva essere il primo capitolo di un libro sulla storia del progressive che Fabbri aveva in animo di scrivere mi ha un po’ depresso. Mi sono fatto prendere, un po’ di tempo fa, dall’entusiasmo all’idea di affrontare la stessa impresa, ma temo che alla fine quello che avrò scritto non sarò all’altezza di quello che avrebbe potuto scrivere lui, tempo e impegni permettendo. Ma continuerò a provarci lo stesso.

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