15. dicembre 2011 · Commenti disabilitati su Parole e musica · Categorie:media, musica · Tag:, ,

Senza commento. Ma mi sembra un passo troppo bello per non riportarlo. L’originale (in islandese) è del 1957.

«A Brekkukot le parole erano troppo preziose per usarle – perché significavano qualcosa; la nostra conversazione era come denaro intatto prima dell’inflazione: l’esperienza era troppo profonda per potersi esprimere a parole; solo il moscone era gratuito. La lussureggiante poesia tedesca a dire il vero mi diceva ben poco, e a volte niente; ero solo stupefatto. ma una nota, se suonata nella corretta relazione con le altre, poteva dirmi tanto; e a volte tutto.

Ja spanne nur den Bogen mich zu töten,

du himmlisch Weib.

[Stendi pur l’arco per uccidermi / tu donna divina.]

Se si accetta la teoria che le parole vengono dette per nascondere i pensieri, che le parole significano qualcosa di totalmente diverso, se non addirittura opposto, di quel che dicono, allora è possibile, almeno occasionalmente, riconciliarsi con loro e perdonare il poeta; per non parlare poi se le parole in tutta la loro stranezza hanno il compito di indicare la verità in musica; si è costretti ad ammetterle, in una certa misura – per amore della musica.»

– Halldór Laxness (Reykiavik, 1902-1998), Il concerto dei pesci, Iperborea, Milano, 2007, pp. 169-170.

02. settembre 2010 · Commenti disabilitati su Exile on Main St. · Categorie:media, musica, recensioni e segnalazioni · Tag:, , ,

Il numero 20 di Audio Video & Music è scaricabile da ieri qui, con il mio ormai diventato consueto contributo: questa volta a proposito di Exile on Main St. dei Rolling Stones.

Registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972, quest’anno è stato riproposto in una nuova edizione in CD, anche con versione doppio CD «Deluxe» e una decina di bonus track, celebrato come una riscoperta. Il disco merita qualche attenzione, sia per le condizioni particolari in cui è stato registrato (per gran parte non in studio, ma nei sotterranei di una villa in Francia) sia perché è una sintesi quasi perfetta (c’è chi lo definisce un capolavoro, non solo degli Stones, ma di tutto il rock) delle molteplici influenze della musica americana nella musica di Jagger, Richards e soci. Che gli Stones abbiano sempre amato il blues, il country, il soul non è un mistero: e la loro musica ha sempre guardato al di là dell’oceano, assai più che all’Inghilterra. Qui però si potrebbe parlare, più che di influenze, di assimilazione e partecipazione: anche se si può giocare a scorgere echi di questo e di quello, la sintesi è originale. Bill Janovitz ha fatto un buon lavoro di analisi dei singoli pezzi del disco originale (un doppio vinile) in un libro che ha recentemente pubblicato in italiano il Saggiatore (si intitola proprio Exile on Main St., sottotitolo «Il capolavoro riscoperto dei Rolling Stones. Guida all’ascolto»), che consiglio a chi ne voglia sapere di più.

Un aspetto che ho solo sfiorato nel contributo ad Audio Video & Music (e che Janovitz invece affronta con buon dettaglio) è quello della copertina del disco, che è decisamente interessante, in sé e in rapporto a quel che succedeva nello stesso periodo. La copertina è in bianco e nero, un collage di fotografie su cui spiccano semplicemente, in rosso, il nome del gruppo e il titolo del disco. Le fotografie sono opera di Robert Frank, un fotografo svizzero (nato nel 1924), che aveva pubblicato nel 1958 un libro fotografico diventato «di culto», The Americans, uscito prima in Francia e poi in America e pubblicato anche in Italia nel 1959 dal Saggiatore (ora lo ha ripubblicato, in una nuova edizione, Contrasto, nel 2008).

Frank nel 1955 aveva ottenuto una borsa dalla John Simon Guggenheim Foundation per realizzare un lavoro fotografico sull’America e, nel giro di due anni, aveva percorso le strade di 48 stati dell’Unione raccogliendo una documentazione molto personale, da cui emerge una visione dell’America «dal basso», niente affatto celebrativa ma attenta alla quotidianità e alle condizioni delle persone comuni. L’edizione americana del libro realizzato da Frank (coraggioso, con il suo editore: fu il primo libro con fotografie a tutta pagina, con una pagina bianca a fronte) ebbe la prefazione di Jack Kerouac, che si può leggere tradotta in italiano anche in Rete. Cito un bel passo di Janovitz (pp. 23-24):

Le fotografie di The Americans tendono a ritrarre spazi ristretti. Lo scatto che raffigura un bar di Las Vegas vuoto, eccetto per un ragazzo che indossa una camicia sgargiante e fissa dentro la luce del jukebox – foto che gli Stones hanno usato nei collage di Exile – appare claustrofobico, con la luce del giorno che penetra a malapena attraverso le finestre a oblò; il bar sembra un luogo perennemente notturno, che si oppone al mondo esterno. Tutto è avvolto nella penombra, in bianco e nero. Anche gli scatti in esterni, le facciate dei palazzi di mattoni, hanno quella luce malinconica che richiama Edward Hopper. Il libro nel suo insieme lascia una sensazione claustrofobica, intima, che fa a pugni con la visione romantica di un’America che si estende «da un mare a un altro mare luccicante», con pianure battute dal vento, coperte da «onde dorate di frumento». Raffigura invece questi luoghi ristretti, un’America gotica di funerali, croci e lande collinose, con personaggi che ricordano «Eleanor Rigby», che afferrano momenti passeggeri di semplice felicità e di rapporti umani, mentre l’orologio scandisce l’inesorabile passare del tempo; si tratta di «vite silenziosamente disperate», anime anonime alle quali solo le fotografie offrono uno straccio d’immortalità.

Robert Frank viene dunque invitato a collaborare alla realizzazione della copertina: prende i Rolling Stones quando arrivano a Los Angeles per la parte finale della lavorazione del disco e li porta in giro per la città, ma ancora una volta non nella parte più luccicante, bensì in quella più malfamata, la Main Street, e lì li riprende mentre passeggiano fra persone comuni, locali di infimo ordine, scene di mediocre quotidianità.  nel collage finale, curato da John Van Hamersveld, compaiono questi scatti in mezzo ad altre foto dei mebri del gruppo e pezzi di carta scarabocchiati.

In qualche modo, dunque, c’è un doppio omaggio (se così si può chiamare) all’America: nella musica, nelle immagini della copertina. E le due cose si tengono, affondano le radici in un terreno comune.

Siamo lontanissimi dalle copertine tradizionali: non sono passati molti anni da quando in copertina si vedevano al massimo i ritratti dei musicisti (basta pensare anche solo ai primi dischi dei Beatles e degli stessi Rolling Stones). Nel giro di pochi anni, è arrivata l’onda della psichedelia e della sua grafica vertiginosa; in mezzo è passata la buccia di banana di Andy Warhol per i Velvet Underground, esempio principe di un modo ancora diverso di intendere la comunicazione grafica di un prodotto musicale. E nei primi anni Settanta, invece, si sta diffondendo il gusto «prog», sia musicalmente che graficamente (anche Fragile degli Yes, per esempio, con la copertina di Roger Dean, è stato registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972). L’esempio di Warhol e dei Velvet Underground influirà sul «glam» di Bowie e simili, ma più sotto l’aspetto della teatralità e della «maschera». La grafica psichedelica ha avuto il suo ruolo di rottura, ma ha lasciato poche tracce di sé negli anni successivi. Per parecchio tempo la grafica alla Roger Dean ha caratterizzato il prog in quasi tutte le sue varianti, con mondi fantastici, gusto dell’esotico, un po’ di fiabesco. La grafica di Exile sta un po’ a parte: ma riflette bene il senso un po’ decadente dell’immagine che gli Stones si diedero in quegli anni. E la sua influenza non si farà sentire sul breve, ma su un periodo un po’ più lungo, quando arriverà il punk (i Public Image Ltd. dell’84, i Sex Pistols).

Ero convinto di trovare qualche traccia di Exile on Main St. anche sul libro che ha pubblicato recentemente Luca Beatrice (Visioni di suoni. Le arti visive incontrano il Pop, Arcana, Roma, 2010, pp. 366+32, Euro 26,50), ma così non è stato. Peccato, ero curioso di vede che cosa ne pensasse. Il libro è comunque degno di interesse. Il tema dei rapporti fra musica e arti visive mi affascina molto.

A proposito di copertine: abbiamo perso qualcosa, nel passaggio dal vinile al CD, ma stiamo perdendo molto di più nel passaggio alla «musica liquida». Ci resta solo il video, ma quando si scarica un brano o l’equivalente di un disco dalla Rete lo si ritrova accompagnato al più da un francobollo il cui valore comunicativo è davvero scarno (o scarso), e si perdono anche molte informazioni che rendevano molto istruttiva la lettura della cover o del libretto dei CD. Qualcuno troverà un’idea per ricostruire creativamente un’abbinamento fra grafica e musica?

19. novembre 2009 · Commenti disabilitati su Musica in video (e non solo) sul Web · Categorie:attività, musica, progetti, web tv · Tag:, , ,

La partenza ufficiale, anche se ancora in sordina, delle trasmissioni di Limen (www.limenmusic.it) è un motivo di soddisfazione. Non solo e non tanto perché ci sono di mezzo, in piccolissima parte, anch’io (il merito e tutto il lavoro sono di Michele Forzani), ma soprattutto perché è il primo passo verso la realizzazione di un progetto ambizioso, che credo davvero di valore.

Quello che si vede, per ora, è solo una parte del tutto, ma certo è anche il nucleo pregiato: musicisti di altissimo livello che suonano, in studio ma in condizioni “dal vivo”, in concerti rivolti a un pubblico potenzialmente illimitato. La qualità delle registrazioni audio e video è eccellente: sul Web lo si può già apprezzare, anche se non a pieno – tutto è salvato e pronto per l’alta definizione. Io ci sono nelle interviste ai musicisti, in cui cerco di comparire il meno possibile, ma di tenere un ruolo “da levatrice”, sollecitando i musicisti e lasciando a loro tutta la scena. Rivedendo sullo schermo, mi sembra ne escano delle piacevoli presentazioni dei concerti, utili senza diventare difficili da seguire per chi non è strettamente un “addetto ai lavori”. E mi sembra anche che ne esca, implicitamente, un ritratto dei musicisti stessi.

La web tv per ora ha un canale che procede a palinsesto, e una sezione di video on demand: il palinsesto è relativamente limitato, ma ogni pochi giorni entreranno nuovi video e progressivamente la sezione on demand andrà ad arricchirsi. Il materiale accumulato negli ultimi mesi è molto, e ci sono ottime cose in arrivo.

Per l’anno prossimo quello a cui si sta lavorando è un web magazine che sarà strettamente legato alla tv, con articoli, saggi, testi, documenti, partiture. Tutto relazionato, in modo che si possa passare da un video a tutti i materiali pertinenti della rivista, e viceversa da ogni materiale della rivista si possa andare ai video attinenti, mantenendo compresenti gli elementi relazionati.

Col tempo, il tutto permetterà di costruire percorsi di “lettura” trasversali. E dando spazio non solo alla musica in senso stretto, ma anche ai rapporti con le altre arti, con la letteratura, la scienza, la filosofia. Si tratta di un progetto editoriale del tipo che mi attrae, perché cerca di combinare un po’ tutti gli elementi – testo, audio, video… e si presta molto bene ad ampliarsi progressivamente. Diventa sempre più interessante quanti più “oggetti” entrano in gioco, e le relazioni possono diversificarsi. Al tempo stesso è una cosa seria, con contenuti significativi e ha quindi una valenza “culturale” positiva (spero). In fondo, se oggi si vuole ascoltare e vedere musica che non sia il pop spinto dalle case discografiche, e la si voglia vedere e ascoltare bene, non esistono molte fonti.

20. settembre 2009 · Commenti disabilitati su Fiabe jazz (dal vivo con quartetto) · Categorie:media, musica · Tag:, , ,

Ho scritto tempo addietro delle belle «favole jazz» scritte da Roberto Piumini e Claudio Comini con illustrazioni di Fabio Magnasciutti, pubblicate dalle edizioni Curci: oggi ho avuto il piacere di vederne/sentirne due (quella dedicata a Duke Ellington e quella a John Coltrane) in versione teatrale. L’ambito era quello delle manifestazioni di MiTo, la sede il teatro Smeraldo a Milano; Roberto Piumini voce recitante, le illustrazioni proiettate su maxischermo e un quartetto jazz dal vivo a commentare, completare, arricchire. Sala piena, con moltissimi bambini (giustamente, visto che lo spettacolo era destinato a loro, innanzitutto), poco meno di un’ora e mezza di spettacolo, la misura giusta per non pretendere troppo dagli spettatori, alcuni dei quali davvero molto piccoli – e complessivamente molto attenti, curiosi e partecipi.

Claudio Comini ha fatto la sua comparsa fra fra una fiaba e l’altra e alla fine, commentando e animando, coinvolgendo il pubblico, soprattutto quello più giovane, in tre «giochi», quasi piccoli esperimenti per «capire che cos’è il jazz».

Non ho idea se si tratti di un esperimento che resterà isolato, ma spero che non sia così: merita di essere diffuso e ripetuto in molte altre sedi. Questa versione teatrale delle fiabe unisce in maniera molto intelligente la parte più ludica e fantastica con quella informativa, lavorando per suggestioni e stimoli racchiusi in una narrazione coinvolgente (e credo lo sia anche per i ragazzi: per me lo è stata sicuramente).

Roberto Piumini ha una bella voce, adatta a una forma di presentazione che è un po’ più di una lettura e un po’ meno di una recitazione teatrale (non credo esista un’espressione per designarla, ma sarebbe bello trovarla, perché questa mi sembra la soluzione giusta per questi contesti), il quartetto ha suonato molto bene, mantenendosi sul filo di una (relativa) facilità, ma concedendosi qualche sprazzo virtuosistico, una buona miscela che può far contenti quanti si avvicinano al jazz e anche una buona parte (almeno) degli spettatori già appassionati.

Credo sia anche un buon esempio di come oggi sia bene (se non proprio necessario) progettare non semplicemente libri, ma comunicazioni che sfruttino nel modo migliore i media esistenti, senza rifiutare a priori nulla, ma concentrandosi maggiormente sulle domande cruciali (cioè, semplificando molto: che cosa si vuol dire, a chi si vuol dirlo e quale sia il modo migliore per dirlo in base a chi parla, a chi è il destinatario e a quali sono le condizioni generali al contorno).

Sono uscito dal teatro molto soddisfatto: lo spettacolo ha contribuito di molto a migliorare il mio umore (e a farmi venir voglia di fare musica).