media


Ci mancherà, Steve Jobs. Non ho avuto mai il piacere di incontrarlo e di conoscerlo di persona, non posso aggiungere nulla di originale a quanto hanno già scritto in tanti. Ma si è detto che è stata una delle figure che hanno contribuito a cambiare il mondo, e in qualche modo posso confermarlo. Il mio primo personal computer è stato un Apple IIe, nel 1980 (anche per l’informatica cominciano a passare gli anni): è arrivato in casa nello stesso anno in cui è nata Marianna, la mia prima figlia, e in cui abbiamo cambiato casa per la prima volta – un anno di non pochi cambiamenti e di cui mi restano non pochi ricordi.

L'Apple IIAvevo da poco tradotto Intervista sul personal computer per Franco Muzzio: è stato l’ultimo libro, se ben ricordo, a cui ho lavorato ancora con la vecchia macchina per scrivere elettrica Ibm – dopo è arrivato AppleWriter, ed era un gran bel programma, con alcune caratteristiche che rimpiango ancora, nonostante tutte le comodità del WYSIWYG e di tutto quello che è arrivato in questi trent’anni. E con l’Apple II e AppleWriter è cambiato il mio modo di lavorare, come in tempi più recenti iPhone ha cambiato in buona parte il mio modo di comunicare e iPad quello di leggere.

Stimolato dalla prima pagina del «domenicale» del Sole 24 Ore, una decina di giorni fa mi sono comprato il primo volume («Dalle origini al Rinascimento», curato da Amedeo De Vincentiis) dell’Atlante della letteratura italiana, a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà: un tomo di grande formato, quasi 900 pagine (858+xxvi, per l’esattezza), cartonato con sovraccoperta, 85,00 Euro di prezzo di copertina (ma su lafeltrinelli.it, per esempio, lo si trova significativamente scontato), edito da Einaudi.

Non sono un esperto di storia della letteratura italiana e non posso mettermi a discutere con competenza dei contenuti: lo posso apprezzare da lettore, mi incuriosisce molto e conto di apprendere qualcosa dalla lettura. Ma ne parlo lo stesso, perché l’impostazione di questo libro merita di essere notata.

Innanzitutto, è un «atlante»: incrocia la prospettiva della storia (quella con cui siamo più soliti considerare le letterature) con la prospettiva della geografia. E come ogni atlante che si rispetti, è un libro ricco di cartine e fa ampio uso di strumenti di visualizzazione – mappe, tabelle e diagrammi, oltre a un piccolo numero di fotografie. La componente illustrativa ha un peso importante perché occupa almeno un terzo dello spazio, ma soprattutto perché (e basta leggere un po’ di pagine a caso per capirlo) non è un’aggiunta estrinseca, bensì componente imprescindibile del discorso. È sorprendente prendere in mano un testo che parla di letteratura e vedere così tanti elementi grafici: sorprendente in senso positivo.

Sostengo da molti anni che, anche nella saggistica, bisogna imparare a sfruttare tutti i mezzi della visualizzazione: ho provato a difendere questa posizione e a incoraggiare in questo senso quasi tutti gli autori con cui ho avuto occasione di lavorare, ma raramente ho trovato più di una generica comprensione. Anche quelli che nella vita di tutti i giorni poi, per spiegare le loro idee, non riescono a fare a meno di tracciare disegnini sulla carta o sulla lavagna, appena si mettono a scrivere celebrano solo il primato della parola. Giustissimo usarle, le parole: ma in un’epoca che sappiamo bene (ed è stato scritto in tutte le salse) dominata dall’immagine, dal visivo, non imparare a fare buon uso di questi strumenti è fortemente limitante.

Gli autori dell’Atlante invece hanno fatto un ottimo uso degli strumenti visivi: se anche non vi interessa affatto la letteratura italiana, dateci un’occhiata, perché può offrire materiale di riflessione anche per altri tipi di libri (e per altri tipi di prodotti editoriali – digitali e non).

Poi: il volume è suddiviso in quattro parti, caratterizzate geograficamente: L’età di Padova (1222-1309), L’età di Avignone (1309-1378), L’età di Firenze (1378-1494), L’età di Venezia (1494-1530); ed è costituito, se non ho contato male, da 111 contributi (un caso, o qualche divertimento numerologico?); ci sono diversi autori che hanno firmato più di un contributo, ma comunque si tratta di almeno una quarantina di collaboratori (non ho avuto la pazienza di fare il conto esatto).

Fermiamoci al dato numerico: una quarantina di autori (solo per questo volume), un comitato scientifico, i curatori dell’opera, dei volumi e delle singole parti, gli illustratori, i grafici, gli impaginatori, i redattori – stiamo parlando di una squadra di una sessantina di persone almeno, se non di più. Alla Einaudi non sono nuovi a opere complesse, sanno sicuramente ormai bene come gestire lavori di grandi dimensioni e come «tenere insieme» così tanti fili che minacciano continuamente di aggrovigliarsi o di sfuggire dalle mani. Ho partecipato qualche volta a operazioni editoriali con molti collaboratori (ma mai con così tanti) e so che il rischio di finire fuori controllo è in agguato a ogni passo – problemi di flussi dei materiali, di coerenza, di gestione degli imprevisti ma anche dei rapporti personali.

Se, come molti sembrano augurarsi, gli editori scompariranno, avremo ancora opere di questa complessità? Si genereranno spontaneamente come Wikipedia? O al posto degli editori vedremo emergere nuove entità culturali? Forse di iniziative di questo calibro si faranno carico le università, o le accademie, o i musei? Altri ancora? Qualcuno forse penserà che non è importante: in fondo, a chi interessa un atlante della letteratura italiana? Se anche non ci saranno altri lavori del genere, non morirà nessuno. Forse non sono in grado di dare una risposta ben articolata, ma ho proprio l’impressione che invece perderemmo qualcosa – e che non la perderebbero solo i pochi (?) interessati a questo atlante o ad altri prodotti simili.

Scendendo un poco più in profondità rispetto al puro dato quantitativo, ci si accorge che il volume ha una struttura non immediatamente evidente ma molto interessante: ciascuna delle quattro parti comprende una introduzione generale e una serie di saggi, sempre di due tipi diversi, saggi «narrativi» e saggi «grafici». Senza ripetere una storia della letteratura (ne esistono già molte), i saggi narrativi prendono spunto da un evento e da un luogo specifici (Melfi, ottobre 1231: l’imperatore Federico II fa pubblicare ufficialmente il Liber augustalis; oppure Venezia, marzo 1476: alcuni fiorentini finanziano l’edizione volgare delle storie di Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini – tanto per citarne un paio a caso), mentre i saggi grafici, come precisano i curatori,

insistono – in genere – su geografie più larghe e su cronologie più dilatate. Non di rado […] propongono il trattamento sistematico di un tema che [i saggi narrativi] affrontano in maniera sintetico-esemplare: così, a fronte di un singolo episodio come il bando dei letterati e dei giuristi filo-imperiali dalla Bologna del 1274, si avrò una ricostruzione seriale dell’esilio degli intellettuali nell’Italia dei secoli XIII e XIV; a un traumatico momento di divisione interna all’Arcadia nella Roma del 1711, seguirà un quadro d’insieme della distribuzione delle colonie arcadiche sulla carta geografica della penisola fra Sei e Settecento. Ma è frequente anche il caso di saggi grafici liberi da nessi cogenti con i saggi narrativi. […] La differenza fra i primi e i secondi risiede nelle modalità d’approccio al problema. I saggi narrativi investigano una situazione specifica: un punto della mappa, una congiuntura storico-letteraria suscettibile di estrapolazioni e interpretazioni generali. I saggi grafici rispondono a una logica ermeneuticamente divesa: ragionano di curve più che di punti, di strutture più che di congiunture.

Citazione forse un po’ lunga, ma mi sembra anche illuminante: qui c’è un bel progetto, che risolve con grande eleganza il problema di non ripetere una storia già trattata con dovizia di particolari altrove, trovando una chiave strutturale che peraltro permette di fare delle incursioni dentro punti esemplari di quella storia e di vederla ancorata nei luoghi specifici in cui si è svolta. E c’è un criterio forte che ispira la realizzazione dei contributi grafici. Insomma, una serie di idee progettuali davvero notevole.

Questi aspetti progettuali rendono il volume particolarmente interessante, anche al di là dei suoi contenuti specifici. E suscitano qualche domanda che credo non sia proprio peregrina. Chi è l’autore dell’Atlante della letteratura italiana? È ovviamente facile associare un autore a ciascun contributo, ma non lo è invece attribuire un «autore» in senso stretto al tutto. I due curatori, Luzzatto e Pedullà, per certi versi qui hanno una funzione più simile a quella del regista per un film: danno un’impronta forte ma non avrebbero mai potuto realizzare il tutto da soli. Per non dire dei molti che non figurano fra gli autori, ma che sarebbero comparsi nei titoli di coda di una pellicola cinematografica (redattori, disegnatori, impaginatori, correttori di bozze e così via – come costumisti, truccatori, location scout, rumoristi…).

Si tratta di un esempio davvero istruttivo: credo che in futuro ci saranno molti più prodotti editoriali di complessità paragonabile a questo – e non solamente in questo settore, della saggistica alta, ma anche in quelli dell’intrattenimento o della varia. Perché la realizzazione di un progetto nel mondo digitale, che di quel mondo sfrutti largamente le possibilità, richiederà sempre di più un lavoro di squadra, in cui attribuire l’epiteto di «autore» non sarà affatto facile. È improbabile che nascano tanti nipotini di Leonardo capaci di usare con la stessa competenza e la stessa creatività parole, immagini, immagini in movimento, suoni, tecniche di programmazione e forse altre cose ancora. Più probabile che, come per il teatro o il cinema, servano «compagnie» di persone con capacità e competenze diverse – che magari si aggregano variamente, a seconda dei progetti, in modo flessibile, reticolare. Mi sembra più probabile una «morte» dell’autore (in senso tradizionale, magari con la A maiuscola), in questo senso, che la scomparsa dell’editore – perché è più nel suo DNA saper mettere in piedi iniziative complesse e articolate, in cui anche marketing e promozione, intesi in senso affatto nuovo, hanno un ruolo.

Continuo a vedere molte discussioni in cui si contrappone il libro (nel senso dell’oggetto cartaceo) all’ebook, all’enhanced book o ad altri «oggetti» digitali. Non voglio dire che queste discussioni non abbiano alcun senso, e sono disposto anche ad ammettere esplicitamente che in qualche caso ce l’hanno; ma mi sembra che sarebbe molto più fruttuoso oggi mettersi in una prospettiva diversa, fare un piccolo salto di livello e affrontare le questioni in una più generale prospettiva di comunicazione (non trovo un termine migliore).

In altre parole: non penso siano importanti in sé il libro, l’ebook o altre cose ancora, bensì quello che si cerca o quello che si vuole fare.

Facciamo qualche esempio. Cerco di mettermi dalla parte di una persona qualsiasi (nel senso di mettere tra parentesi quelli che possono essere i miei interessi di «operatore» nel mondo editoriale). Supponiamo che questa persona voglia sapere qualcosa di Kiribati – che è poi un piccolo stato dell’Oceania (ma questo è inessenziale); e che voglia delle informazioni abbastanza approfondite. Non molti anni fa, non avrebbe avuto molte possibilità di scelta: con ogni probabilità, avrebbe dovuto fare ricorso a un’enciclopedia o a una biblioteca, in sostanza a uno o più libri di qualche tipo, o al più a un fascicolo di una rivista.

Oggi e in un paese come il nostro, la sua strategia può essere molto più complessa: può “googlare” la parola Kiribati e scoprire l’esistenza di un numero molto più ampio di fonti: sicuramente ancora libri (anche alcuni di cui prima non sarebbe mai venuto a conoscenza), riviste, ma anche siti web, video, magari programmi televisivi accessibili dalla Rete; o anche forum, liste di discussione o social network in cui può incontrare persone che sanno di Kiribati (o l’hanno visitato o ci vivono) e gli possono raccontare quello che gli serve. La sua possibile dieta comunicativa oggi è molto più ricca e potrà scegliere – in base a molti criteri diversi, che possono andare dalle preferenze (per un tipo di medium, una lingua ecc.) a valutazioni relative alla credibilità e affidabilità della fonte, ai consigli dei conoscenti o a forme di valutazione dei pari. e in funzione di particolari vincoli (un ipovedente o un non vedente preferirà un audiolibro o un podcast ed escluderà i video).

L’esempio può essere facilmente generalizzato: la procedura che ciascuno di noi segue dipende

  • da quello che vuole raggiungere o ottenere – informazioni, conoscenze, svago o altro ancora;
  • da quello che è (gusti, preferenze, limiti fisici e così via)
  • dal contesto (in mezzo al deserto del Sahara non si possono fare le stesse cose che si fanno in una grande città europea, e viceversa; più semplicemente, in viaggio o a casa).

Volta a volta, la strada che si seguirà sarà diversa: per rilassarmi stasera potrei leggere un giallo, guardare un film in dvd, ascoltare un disco, giocare a carte o con la Playstation, o fare molte altre cose. Dipenderà dall’umore o da qualche altro fattore, non importa. Quello che importa è che non è detto che il libro sia sempre la soluzione migliore.

Non c’è nulla di rigido, peraltro: ciascuno di noi ha atteggiamenti diversi in momenti e situazioni diverse; analogamente, due persone diverse possono reagire in modo diverso alle stesse situazioni.

Se faccio il giro dall’altra parte del tavolo e mi metto nei panni di un autore o di un editore, vedo una condizione difficile ma anche interessante. Alcuni elementi di fondo non sono cambiati, ma il mio «lavoro» (o comunque lo si voglia chiamare) ora non può non tenere conto di una disponibilità più ampia di strumenti.

Alcuni elementi di fondo non sono cambiati: basta riflettere a quello che è successo nei tempi in cui la carta stampata era, se non proprio l’unico, certo il mezzo più efficace. Ogni editore sa bene che il pubblico è vario: per interessi, gusti, abitudini, condizioni economiche e così via. Così nel tempo sono state trovate soluzioni diverse per rispondere a esigenze diverse: di uno stesso «titolo» si possono trovare in commercio magari un’edizione principale rilegata con sovraccoperta, una edizione economica, una tascabile, una di lusso, una per il club del libro, una (ridotta) per bambini, illustrata, una stampata con caratteri più grandi per ipovedenti o presbiti, una o più commentate per la scuola… Formati, caratteristiche, prezzi differenziati.

E, più a monte, ogni editore ha sempre lavorato molto per realizzare i suoi libri al meglio: il che significa costruirli nel modo più adatto per l’argomento trattato (o il genere di libro) e per il destinatario prefigurato.

Sotto questo profilo, oggi non è cambiato un granché: semplicemente viene a cadere il vincolo della carta. Lo so che esagero con quel «semplicemente», ma voglio sottolineare che l’approccio di fondo non deve cambiare: si tratta sempre di trovare il modo migliore di comunicare, in funzione dell’argomento e del destinatario. Solo che oggi la scelta fra gli strumenti è molto più ampia, le tecnologie digitali hanno abbattuto barriere che sembravano rigide e invalicabili, tutti abbiamo una dieta mediatica molto più ricca, interessi, gusti e contesti si sono molto diversificati. Quindi quello a cui ci troviamo di fronte non è un impoverimento, ma un arricchimento; e le nostre attività non diventano necessariamente più semplici, ma probabilmente più complesse.

In base a:

  • quello che si vuole comunicare (argomento, genere, finalità)
  • destinatario prefigurato (interessi, gusti, caratteristiche, condizioni economiche ecc.)
  • contesto

le opzioni oggi sono molto più numerose, e sarebbe miope ignorarle. I tipi di «prodotti» realizzabili sono molti di più: immagino siano possibili molte cose nuove, così come molte varianti delle vecchie.

Si tratta di aver sempre presente qual è l’obiettivo e non lasciarsi sviare dalle classificazioni (che sono utili, ma non devono diventare delle gabbie). Voglio «raccontare» la teoria della relatività? A chi? Erano problemi che ci ponevano anche ieri, e sapevamo benissimo che queste domande pongono questioni di linguaggio, di organizzazione delle informazioni e così via. A uno studente universitario potremo proporre anche le equazioni di Einstein, ma a un pubblico più generico no. L’esempio è banale, ma lo si può arricchire, e comunque problemi analoghi si pongono per qualunque argomento e qualsiasi genere di libro. Anche un autore di thriller si porrà sicuramente il problema di trattenere il più possibile l’attenzione dei suoi lettori: non si tratterà di scegliere se usare o meno le formule, ma sicuramente ancora di linguaggio, di organizzazione della trama e così via.

La domanda oggi diventa: qual è il modo migliore di raccontare la relatività di Einstein, avendo a disposizione non solo la carta ma anche tutti gli strumenti della tecnologia digitale? Quale mix usare? Quali strategie usare? (monocanale, multicanale, multimediale, transmediale… chi più ne ha più ne metta.)

La risposta non sarà, probabilmente, unica, nella maggior parte dei casi: anche a parità di destinatario e di contesto. Ci sono molte altre variabili: dalle competenze e dalle capacità degli autori, alla forza organizzativa dell’editore, da vincoli economici alla possibilità/necessità di lavorare da soli o in un gruppo… Ci si può augurare una maggiore varietà, non un appiattimento. E, per controbilanciare un’affermazione precedente, non è detto che un prodotto digitale sia sempre la soluzione ideale.

Sono arrivati tutti, ormai: da bookrepublic a bibletstore, da ibs a lafeltrinelli e bol e quant’altri. Volevamo i libri elettronici in italiano, siamo stati accontentati. Dubbi?

Sandrone Dazieri segnalava il Bluefire Reader di Bluefire Productions per iPhone, iTouch e iPad: grazie ancora. Lo si trova su iTunes, è una app gratuita, permette di leggere anche gli ebook protetti con DRM. Un passo avanti, anche se non toglie nulla alle altre osservazioni sul DRM.

Questo mi aspetterei, in un futuro non troppo lontano: che si sviluppino dei reader (software) che permettano di leggere tutto, risolvendo per me i problemi di formati e protezioni. Vorrei che si standardizzasse tutto abbastanza perché i programmi di lettura diventassero come i browser: posso scegliere fra Explorer, Firefox, Chrome, Opera, Safari e altri ancora, e vedere gli stessi siti. Per i programmi di lettura mi aspetterei una maggiore varietà di funzioni: da quelli orientati alla lettura sequenziale, per chi è interessato solo a leggere romanzi come faceva prima, ma su un supporto diverso; a quelli più raffinati che rendano più facile non solo la lettura ma anche la consultazione e l’integrazione con altri strumenti – più vicini, insomma, all’idea di un ambiente di lavoro per chi studia, fa ricerca, scrive professionalmente e così via. Penso, per esempio, a una sorta di evoluzione di strumenti come Scrivener o Devonthink di cui dà una bella dimostrazione Howard Rheingold (ma resi indipendenti dal sistema operativo: soffro a non poter usare strumenti come questi e a doverne solo parlare perché ho una macchina Windows).

Mi aspetto, insomma, una segmentazione in base a una «classificazione» degli utenti possibili. Con tutte le varianti possibili man mano che (prevedo) si incorporeranno nei nuovi «prodotti» elementi diversi dal puro testo scritto. Credo sia giusto cominciare fin d’ora a parlarne, per suggerire a chi crea questi programmi la direzione in cui muoversi.

Ho visto con piacere che qualcuno ha raccolto l’idea di cominciare seriamente a parlare di come sono fatti i libri elettronici: grazie a Fabrizio Venerandi. Sarebbe utile un sito dove si cominciassero a raccogliere le recensioni di ebook: inutile raccontare di Pirandello e del Fu Mattia Pascal (altri ci hanno già pensato), ma si può cominciare a segnalare che cosa un’edizione digitale offre e che cosa no: ci sono o non ci sono collegamenti ipertestuali, cura dell’edizione e via di questo passo. Va affinato il modo di parlare di questi oggetti e vanno perfezionati i criteri di giudizio: quella della recensione dell’ebook mi sembra un’arte ancora da inventare. Esiste già un sito del genere? Non credo che siano sufficienti eventuali commenti nei siti dei distributori/rivenditori/librerie online: credo sarebbe utile un sito ad hoc indipendente, e in cui poter fare anche un po’ di «metariflessione», sui criteri e il linguaggio della recensione. Se qualcuno sa di un sito del genere, me lo segnali. Altrimenti: non ci sarà qualcuno che raccolga l’idea?

Altro punto che mi sta a cuore: come si codifica il testo. Mi sembra un problema importante, ma di cui si è parlato poco (o io non me ne sono accorto: è possibile). Uno strumento come Docbook è interessante, ma mi sembra che sia fortemente improntato dagli interessi di chi lo ha definito, cioè i libri di informatica. Ma è un buon punto di partenza. O c’è di meglio? Qualcuno sta lavorando con TEI? Perché una scelta, perché un’altra?

Quanto deve o può essere fine il livello di strutturazione e codifica del testo per un ebook? Si può codificare la struttura avendo presente fondamentalmente il modo in cui vengono resi graficamente gli elementi nel libro tradizionale: così si distinguono i capitoli, i paragrafi di vario livello e così via; poi all’interno del testo si distinguono in qualche modo le evidenziazioni (quelle che tradizionalmente si trattano con il corsivo e il grassetto). Sospetto che molti lavorino così, ma, anche se apparentemente il criterio guida è quello strutturale, in fondo ci si lascia orientare ancora da un criterio grafico.

I corsivi non sono tutti uguali: a volte evidenziano una definizione, a volte un uso improprio, altre il titolo di un libro, quello di un film, oppure una parola straniera… Se si pensa semplicemente «espressione evidenziata» e si codifica di conseguenza, si perdono informazioni. Tanto c’è la ricerca su tutto il testo, penserà qualcuno. Ma è una ricerca poco intelligente: mi dà delle risposte utili se sto cercando Il Gattopardo, ma se domani volessi cercare nella mia biblioteca tutti i passi di tutti i libri che ho, in cui si cita il titolo di un film? Oggi i motori di ricerca dei reader non me lo lasciano fare, ma se anche me lo consentissero, come potrebbero darmi una risposta? Lo potrebbero fare solo se nel testo i titoli di film fossero codificati come tali, non semplicemente come espressioni evidenziate. Quanto più fine è la codifica, tanto più utile potrà dimostrarsi in futuro il testo. O no? Mi sbaglio? Sto creandomi un problema inutile? La cosa è ininfluente?

C’è qualche luogo (più o meno virtuale) in cui di queste cose si discuta pubblicamente?

La lista delle cose che vorrei sicuramente non è finita, ma per ora mi fermo qui. Tempo di riprendere la questione ci sarà.

Una sola osservazione, più leggera e un po’ fuori tema (ma non troppo), prendendo spunto da uno dei commenti al post precedente. Sandrone Dazieri si preoccupava del suo futuro d’autore, pensando a un’evoluzione dell’editoria nello stesso senso dell’industria musicale, e non sentendosi all’altezza di emulare Madonna o Lady Gaga «live». Ho letto Drood di Dan Simmons, in questi ultimi giorni, e sono rimasto colpito dalla sua descrizione delle «letture» pubbliche e a pagamento di Charles Dickens. Non so quanto ci sia di «storico» (come si diceva una volta nelle note dei romanzi d’avventura), ma l’idea mi sembra degna di nota. Di sicuro Dickens ebbe molto successo in quelle sue letture teatrali, e doveva essere molto bravo; di sicuro non tutti possono essere Dickens. Ma non mancano altrettanto sicuramente esempi (oggi) di occasioni in cui eventi letterari inducono lo spostamento di molte persone, disposte anche a pagare: festival della letteratura, della filosofia, della mente; reading in teatro e così via. Forse ci si potrebbe pensare davvero (luogo reale, luoghi virtuali, perché no?). Non andreste a sentire Dazieri che legge pagine del Gorilla? Anche Dickens aveva nei suoi programmi l’omicidio di Nancy da parte di Sykes, un bel precedente.

Per inciso finale: ho letto Drood con l’applicazione Kindle per l’iPad, dopo averlo acquistato da Amazon (volevo leggerlo in inglese, mi ispirava): non sono troppo integralista, quando qualcosa mi interessa non mi ferma quasi nulla.

« Pagina precedentePagina successiva »