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Senza commento. Ma mi sembra un passo troppo bello per non riportarlo. L’originale (in islandese) è del 1957.

«A Brekkukot le parole erano troppo preziose per usarle – perché significavano qualcosa; la nostra conversazione era come denaro intatto prima dell’inflazione: l’esperienza era troppo profonda per potersi esprimere a parole; solo il moscone era gratuito. La lussureggiante poesia tedesca a dire il vero mi diceva ben poco, e a volte niente; ero solo stupefatto. ma una nota, se suonata nella corretta relazione con le altre, poteva dirmi tanto; e a volte tutto.

Ja spanne nur den Bogen mich zu töten,

du himmlisch Weib.

[Stendi pur l'arco per uccidermi / tu donna divina.]

Se si accetta la teoria che le parole vengono dette per nascondere i pensieri, che le parole significano qualcosa di totalmente diverso, se non addirittura opposto, di quel che dicono, allora è possibile, almeno occasionalmente, riconciliarsi con loro e perdonare il poeta; per non parlare poi se le parole in tutta la loro stranezza hanno il compito di indicare la verità in musica; si è costretti ad ammetterle, in una certa misura – per amore della musica.»

– Halldór Laxness (Reykiavik, 1902-1998), Il concerto dei pesci, Iperborea, Milano, 2007, pp. 169-170.

Come promesso, la traduzione della seconda parte dell’Appendice al casebook, scritta da Henry Jenkins e Howard Gardner, è pronta.

Per chi vuole leggerla, è qui.

Sono molto contento di aver contributo, quando ero direttore editoriale di Apogeo, alla pubblicazione di Cultura convergente di Henry Jenkins: è uno dei libri su cui sono tornato più spesso, negli ultimi anni, per cercare di capire almeno qualcosa del complesso mondo della comunicazione. Da allora, ho seguito con curiosità il suo blog, «Confessions of an Aca-Fan», una delle risorse che trovo più significative sulla Rete, dove Jenkins pubblica regolarmente contributi della dimensione del saggio, con un livello di approfondimento abbastanza raro.

Di altra natura il mio rapporto con Howard Gardner, psicologo di cui ho seguito negli anni i numerosi volumi pubblicati in italiano — fino a che quest’anno ho avuto il piacere di tradurre il suo Truth, Beauty and Goodness Reframed: Educating for the Virtues in the Twenty-first Century (in corso di pubblicazione per Feltrinelli con il titolo di Verità, bellezza, bontà), interessante per il suo tentativo di rivitalizzare la riflessione sulle «virtù», in un contesto che, come solitamente accade in Gardner, tiene sempre conto del mondo dell’apprendimento e della formazione.

La copertina di OurSpaceNel libro Gardner racconta anche di alcuni progetti (descritti più dettagliatamente altrove, ma in pubblicazioni rimaste, almeno finora, in lingua inglese), come il Good Work e il Good Play Project, di cui sapevo poco e su cui ho cercato di documentarmi un po’.

È stato con sorpresa (le coincidenze esistono?), alla fine, che ho scoperto che Jenkins e Gardner, e i relativi gruppi (New Media Literacies, a suo tempo al MIT e ora all’University of Southern California, presso la Annenberg School of Communication and Journalism, e GoodPlay presso la Harvard Graduate School of Education) hanno collaborato per oltre un anno a un «digital ethics curriculum», unendo e mettendo a confronto le relative competenze. Pochi giorni fa, il progetto ha assunto un livello di visibilità più alto, con la pubblicazione in rete del casebook relativo, intitolato Our Space: Being a Responsible Citizen of the Digital World, che si può trovare agli indirizzi

http://www.goodworkproject.org/practice/ourspace/

http://newmedialiteracies.org/our-space-being-a-responsible.php

Il testo è liberamente scaricabile, pubblicato sotto Creative Commons 3.0.

Mi sembra un lavoro davvero significativo, che merita diffusione e qualche riflessione. Vorrei dare il mio piccolo contributo, e per questo ho tradotto la parte finale, l’Appendice – che in realtà sembra piuttosto una Introduzione, in cui Jenkins e Gardner raccontano «come sono arrivati fin qui», dividendosi le pagine con due interventi ciascuno.  La prima parte della traduzione è qui; la seconda tra un paio di giorni. Se poi riuscirò, vorrei tradurre tutto il casebook, o almeno una parte significativa: mi sembra ne valga la pena.

(Qualunque suggerimento per migliorare la traduzione è ovviamente gradito.)

Ci mancherà, Steve Jobs. Non ho avuto mai il piacere di incontrarlo e di conoscerlo di persona, non posso aggiungere nulla di originale a quanto hanno già scritto in tanti. Ma si è detto che è stata una delle figure che hanno contribuito a cambiare il mondo, e in qualche modo posso confermarlo. Il mio primo personal computer è stato un Apple IIe, nel 1980 (anche per l’informatica cominciano a passare gli anni): è arrivato in casa nello stesso anno in cui è nata Marianna, la mia prima figlia, e in cui abbiamo cambiato casa per la prima volta – un anno di non pochi cambiamenti e di cui mi restano non pochi ricordi.

L'Apple IIAvevo da poco tradotto Intervista sul personal computer per Franco Muzzio: è stato l’ultimo libro, se ben ricordo, a cui ho lavorato ancora con la vecchia macchina per scrivere elettrica Ibm – dopo è arrivato AppleWriter, ed era un gran bel programma, con alcune caratteristiche che rimpiango ancora, nonostante tutte le comodità del WYSIWYG e di tutto quello che è arrivato in questi trent’anni. E con l’Apple II e AppleWriter è cambiato il mio modo di lavorare, come in tempi più recenti iPhone ha cambiato in buona parte il mio modo di comunicare e iPad quello di leggere.

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