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È stato un periodo intenso, anche fin troppo: alla fine le cose succedono sempre tutte insieme. In questi ultimi dieci giorni circa, ho completato la traduzione de The (fabulous) Fibonacci Numbers per Franco Muzzio, e quella di What Darwin got Wrong di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini per Feltrinelli (in italiano si chiamerà, a quanto pare, Gli errori di Darwin). Più pesante la prima, più impegnativa ma anche più attraente la seconda. Anche il rapporto con Piattelli Palmarini è stato molto gradevole – è sempre pericoloso tradurre da un’altra lingua il testo di un autore che in realtà è di madrelingua italiana. Sicuramente si tratta di un libro che farà discutere: lo si può pronosticare vedendo le discussioni che ha già suscitato l’edizione in lingua inglese. Varrà la pena di riparlarne quando l’uscita sarà vicina.
Lo scorso fine settimana, poi, ho fatto una rapida puntata a Roma, per incontrare Ran Lahav, in Italia per un seminario: sta finendo di scrivere il suo nuovo libro, la cui uscita in Italia, per Apogeo, è prevista per la fine della primavera (se tutto va come dovrebbe andare). Ran è una persona a cui voglio molto bene, in questi anni si è sviluppato con lui un rapporto d’amicizia, e non solo professionale, a cui tengo molto. Gli sviluppi della sua riflessione sulla pratica filosofica mi sembrano interessanti e importanti.
Un incontro piacevole, a roma, anche con Pietro Del Soldà, per riflettere, fra l’altro, sul suo «sillabario platonico», fatto di testi e interviste audio (lo si trova sul sito di “Pratiche filosofiche”), che contiamo di far diventare un ebook, rimescolando i materiali esistenti e qualcosa di nuovo. Progetto con qualche ambizione, di unire (almeno) testo e audio, probabilmente anche qualcosa di più. Vedremo.
Dopo quasi vent’anni, ho rivisto a Roma anche Massimo Del Duca, che aveva scritto un libro intitolato Musica digitale per la collana «Gli strumenti della musica» della Franco Muzzio Editore. È stato un libro importante, avrà presto un seguito, ma con tutta probabilità più orientato alla parte scientifica, con la musica come uno dei tanti esempi possibili. In effetti, si trattava di un libro sull’elaborazione digitale dei segnali, e le applicazioni vanno dalla geofisica all’eliminazione del rumore (in ambietni rumorosi, nei veicoli industriali, per esempio).
Il viaggio a Roma è stato l’occasione anche per una visita al MACRO, il Museo di Arte contemporanea di Roma: la mostra dedicata a Urs Luthi, un artista che non conoscevo, meriterà qualche riflessione, nei prossimi giorni…
Con giovedì 4 marzo ho iniziato il corso di «editoria multimediale» all’Università di Firenze: quest’anno gli studenti sono molti di più dell’anno scorso, una trentina… parecchi per un corso di una laurea specialistica. Tutti gli anni il corso riserva qualche sorpresa piacevole, per gli argomenti che emergono, per le discussioni che nascono in aula… vedremo. Ho fatto anche due esami e, per la prima volta, ho dato due “lodi”: Matteo Sbardella e Giulia Tardi meritano dunque una menzione. Il primo ha analizzato le prime reazioni all’unnuncio dell’iPad di Apple, la seconda ha seguito le vicende del «social marketing» di Paolo Iabichino nelle prime settimane dall’uscita del suo libro (di cui ho parlato in uno dei post precedenti), e l’ha fatto impostando una relazione in modo originale, proprio da work in progress, che mi è piaciuta proprio per il suo carattere aperto.
I due giorni a Firenze sono stati l’occasione per vedere la mostra intitolata Uno sguardo nell’invisibile, dedicata a Giorgio De Chirico (e a Max Ernst, Magritte, Baltus) a Palazzo Strozzi: le mostre di Palazzo Strozzi mi piacciono sempre molto, le trovo sempre ben organizzate, con buone didascalie (e ben visibili anche a chi comincia ad avere qualche problema di vista) e di dimensioni tali da poter essere visitate con calma in un tempo ragionevole, senza perdere la concentrazione. Anche di questa mostra riparlerò, perché il tema è troppo interessante per non meritare qualche riflessione. C’è stato il tempo anche per un giro all’Accademia – i Prigioni e il David di Michelangelo meritano sempre.
Saltando un po’ di palo in frasca… ho finito l’articolo per il nuovo numero di Audio Video Music: questo mese è dedicato a Bitches Brew di Miles Davis, dato che ricorre proprio in queste settimane il quarantesimo dalla sua pubblicazione e visto che è uscito un bel libro dedicato a quel disco, scritto da Enrico Merlin e Veniero Rizzardi, pubblicato dal Saggiatore.

Devo fare una correzione al post precedente: credo di aver trovato il sito web a cui si riferisce Paolo Galluzzi nella sua introduzione al catalogo della mostra su Galileo in corso a Palazzo Strozzi a Firenze. Non si tratta delle pagine a cui si accede dal sito della mostra stessa: ci si arriva invece dal sito del Museo di Storia della Scienza, ed è decisamente più interessante e più utile di quel che avevo visto in precedenza. Mi sembra effettivamente possa servire ora da preparazione alla vista.

Se volete vederlo, ecco il link: http://brunelleschi.imss.fi.it/galileopalazzostrozzi/indice_flash.html.

Spero che gli trovino un indirizzo più facile a cui pescarlo: meriterebbe di essere raggiunto più agevolmente.

Venerdì 13 marzo, si è aperta a Firenze, nelle sale di Palazzo Strozzi, la mostra Galileo. Immagini dell’universo dall’antichità al telescopio, curata da Paolo Galluzzi. Ero a Firenze giovedì e venerdì per il corso che tengo, proprio a due passi da Palazzo Strozzi, in via del Parione, a Scienze della Formazione, è sono riuscito a visitare la mostra nel giorno di apertura – credo sia la prima volta, in tutta la mia vita, che riesco a visitare una mostra di questo livello nel suo primo giorno … e ne valeva la pena.

Temevo la folla, dopo aver visto le code enormi già alle nove del mattino davanti alla Galleria degli Uffizi, ma era solo un’illusione: non c’era fila alla biglietteria, nelle sale eravamo un decente numero di persone, ma non certo quante ne avrebbe meritate la qualità della manifestazione. Così ho potuto fare una visita rilassata, senza dover continuamente badare a non ostacolare qualcun altro, ma dispiace dover annotare la cosa, in un anno che dovrebbe invece essere l’anno dell’astronomia (come ha voluto l’Unesco) e per una mostra che dovrebbe essere manifestazione centrale nelle celebrazioni italiane e dell’anno e dei 400 anni dalle prime osservazioni galileiane con il cannocchiale.

La mostra, dunque. Bella, innanzitutto; molto ricca: sono sette sale, grandi e piene di oggetti; ben commentata da grandi cartelli di inquadramento e di spiegazione; con varie installazioni video con modelli, simulazioni e spiegazioni. Avevo a disposizione tre ore circa prima di tornare a prendere il treno, e mi ci sono volute tutte, ma su molto ho sorvolato un po’, complice anche la stanchezza. Ci tornerò una delle prossime settimane, dopo aver sfogliato e letto il catalogo (molto bello, anch’esso ben fatto, pubblicato da Giunti): ne vale la pena.

È interessante il percorso in sé, di storia dell’astronomia e delle concezioni dell’universo dalle civiltà più antiche (Mesopotamia, Egitto) fino al Seicento, anche se limitato all’area del Mediterraneo – limitazione comprensibile, spiegata dal curatore anche in considerazione degli spazi bellissimi ma non illimitati di Palazzo Strozzi e dei vincoli di budget. Ancora più affascinanti però sono i singoli oggetti in mostra, dalle stupende carte del Cellario agli acquerelli originali di Galileo che giusto 400 anni fa registravano le sue prime osservazioni della Luna, dal prezioso telescopio che Galileo inviò in omaggio nel 1610 con la dedica del Sidereus Nuncius a Cosimo de’ Medici; dallo stupendo arazzo fiammingo della seconda metà del Quattrocento, che raffigura i moti dell’universo (alto più di quattro metri, lungo più di otto), in prestito da Toledo, ai molti strumenti astronomici, astrolabi, sfere armillari, sfere e globi celesti, orologi, di cui non si sa se ammirare di più la perizia tecnica mirabile dei costruttori o la bellezza (sono vere opere d’arte!). Per non parlare poi dei manoscritti e dei libri …

La mostra – scrive Paolo Galluzzi nell’Introduzione al catalogo – è stata concepita […] come la prospettazione di un percorso affascinante che, partendo dalle origini più remote della civiltà occidentale, faccia percepire anche al pubblico dei non specialisti come, accanto alla sua straordinaria dimensione matematica e strumentale, l’astronomia abbia rappresentato, in misura probabilmente maggiore di qualunque altro settore della conoscenza, un terreno fertilissimo per lo sviluppo delle riflessioni sulla natura dell’uomo, sul significato e sui fini della sua presenza nel cosmo, sui principi di armonia, simmetria e proporzionalità che governano l’universo (sui quali si fondò anche la definizione classica dei concetti di bellezza e di bene) e sui criteri utilizzati nell’opera magistrale della creazione del mondo.

Mi sembra che il gruppo che ha lavorato per realizzare la mostra sia riuscito nel suo intento: l’équipe del Museo di Storia della Scienza di Firenze, in particolare il suo Laboratorio Multimediale, il Laboratorio di orologeria storica dell’ITIS “Leonardo da Vinci” di Firenze, l’Opera Laboratori Fiorentini che ha realizzato e strutture espositive, lo Studio Gris di Padova che ha curato l’allestimento, lo Studio Rovai/Weber che ha curato la grafica. Complimenti.

Qualche difetto c’è, in qualche caso facilmente rimediabile, e in ogni caso non tale da inficiare la qualità complessiva del lavoro. Le due stanze in cui si proiettano i video erano nude, senza nemmeno una sedia: ci vorrebbe poco per rendere un po’ più confortevole la visione dei filmati (girano a rotazione, alternativamente in italiano e in inglese, e sono interessanti) e offrire qualche minuto di riposo in una visita che, se condotta con cura, è molto lunga. L’illuminazione non è ovunque perfetta: in qualche punto è scarsa, in qualche altro rende difficile l’osservazione a causa delle molte superfici riflettenti: succede solo in pochi punti, ma lì colpisce un po’ fastidiosamente, probabilmente di più chi come me porta gli occhiali. E poi (ma questo è un difetto che si riscontra spesso alle mostre) ci vorrebbe poco per stampare le didascalie dei vari oggetti in un corpo un po’ più grande, per chi ormai deve quotidianamente lottare con miopia e presbiopia che si contendono il dominio dei suoi occhi. Splendidi invece i cartelloni pensati per il percorso per i ragazzi (quelli li leggo bene anch’io). Apprezzabile sicuramente l’idea di fornire spunti di riflessione ai visitatori più giovani, con domande e quesiti non banali, ma formulati sempre in modo molto comprensibile (saranno utili anche a molti adulti).

Galluzzi nella sua Introduzione al catalogo parla anche di un “ricchissimo sito web” legato alla mostra, che “oltre a costituire uno strumento essenziale per preparare la visita, proietta i contenuti della mostra oltre i limiti temporali della sua apertura al pubblico”. Beh, peccato che non venga dato l’indirizzo del sito, e che questo non compaia da nessuna parte nel catalogo (l’ho sfogliato già per qualche ora: se c’è deve essere ben nascosto, mentre sarebbe stato opportuno metterlo bene in vista magari in quarta di copertina o in una delle alette del catalogo). L’unico sito che sono riuscito a trovare è galileofirenze.it, in gran parte un sito di servizio (orari, prenotazione di biglietti, eventi collaterali, concorso ecc. ecc.) con una parte limitata dedicata ai contenuti effettivi, e costituita pressoché esclusivamente da immagini. Spero non sia tutto qui, perché sarebbe un’occasione sprecata – anche se, ovviamente, creare un buon sito web richiede tempo e ha un costo. Cercherò di scoprire se esiste qualcosa di più.

Alla visita alla mostra mi sono preparato spiritualmente la mattina con una puntata al Museo di Storia della Scienza di Firenze (di cui Galluzzi è il direttore). Peccato che gran parte del museo sia in fase di ristrutturazione e riorganizzazione: la riapertura a pieno regime è prevista per l’autunno del 2009, nel frattempo si possono visitare solo due piani (biglietto a prezzo ridotto per compensare). Quello che si vede rimane comunque pregevole, ancora una volta specialmente gli strumenti che sono di una bellezza stupenda. A quanto sembra, per la riapertura è prevista anche una maggiore presenza di installazioni multimediali, a cura del Laboratorio Multimediale del museo stesso: sarà interessante vedere quali soluzioni sono state adottate.