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Alla fine, mi sono deciso, e ho comprato un iPad. Ci sarei arrivato comunque, prima o poi, inevitabilmente. Se ne è parlato troppo per non prenderlo in considerazione. A questo punto gira per casa e per la mia borsa da un mese e mezzo giusto, quindi posso cominciare a fare qualche considerazione sensata.

Avevo già avuto occasione di vederlo da vicino e di provarlo per qualche minuto, ma non è la stessa cosa, naturalmente, portarselo a casa e cominciare a manipolarlo per capire se fa quello che dovrebbe, per le mie abitudini, il mio modo di leggere e di lavorare.

Le impressioni «su strada» non sono tutte dello stesso segno. Dalla parte positiva: si legge e si vede molto bene, l’interfaccia è facile da padroneggiare avendo già usato un iPhone (ma probabilmente anche per chi non ne ha mai visto uno). La retroilluminazione non è fastidiosa nella maggior parte delle condizioni, ma la lettura diventa un po’ faticosa in alcune condizioni (sole forte da finestrino sul treno, per esempio, quando non puoi spostarti molto per trovare una posizione adeguata). In compenso si può leggere a letto senza accendere la luce (eliminando quindi ogni discussione in proposito con chi di dovere).

Di segno negativo, la mancanza di porte per l’uso di chiavette o schede di memoria. O si usa la Rete o si interagisce con un personal computer via iTunes. Il mio iPad ha solo il WiFi (quello volevo, in effetti, ma è stato anche l’unico che ho trovato: non è stato facile riuscire ad acquistarne uno a luglio!), non volevo accollarmi l’ennesimo abbonamento con una compagnia telefonica, il conto in banca ha la spiacevole caratteristica di non essere infinito e preferivo investire qualcosa in contenuti anziché in connessioni. Magari in futuro me ne pentirò, ma a fronte di risorse limitate bisogna pur prendere delle decisioni (difficile dire quanto razionali).

Ancora, sul fronte positivo, interessante l’offerta di strumenti, sotto forma di «app» (una parola che è già diventata un tormentone), anche se invece è fastidioso avere tre o quattro o più app per fare la stessa cosa come leggere libri: iBooks, Kindle for iPad, Stanza e quant’altro, più le app dei singoli editori, e quella per Repubblica e quella per Il Sole 24 Ore, e quella per… E per il momento la commutazione è ancora noiosa. Va tutto bene se vuoi leggere il giornale (mi dispiace, ma è meglio di quello di carta) o un romanzo, ma quando lavori non c’è niente da fare, hai bisogno di passare continuamente da una cosa all’altra. Mi si obietterà che probabilmente non è stato pensato per questo, ma la mia ottica è quella di un lettore (o utente di media) «forte», per cui anche leggere un thriller è comunque sempre in qualche modo «lavoro». E se trovo uno spunto interessante, una frase da ricordare, o mi viene un’idea mentre leggo Dickens o un fumetto, devo annotarmela subito da qualche parte. La mia «metafora» è quella della scrivania, o forse meglio ancora della «stanza» o dello «spazio», non quella del libro puro e semplice.

Certo, c’è  di buono che questi oggetti sono in realtà dei computer sotto (nemmeno troppo) mentite spoglie, e sicuramente da qualche parte al mondo c’è già qualcuno che sta scrivendo software più vicino alle mie idee – o magari l’ha già fatto e io semplicemente non lo so. Aspetto fiducioso.

Intanto, apprezzo sempre di più O’Reilly: ho già acquistato da loro cinque libri, permettono di scaricarli quasi sempre in più formati diversi, non c’è DRM, si possono spostare dalla macchina fissa al portatile all’iPad e all’iPhone (nella maggior parte dei casi), i prezzi sono ragionevoli, spesso ci sono «offerte speciali» molto convenienti. Ma non dico niente di nuovo, è un pezzo che si sa che Tim O’Reilly e la sua casa editrice fanno cose intelligenti. Resto invece ancora perplesso quando vedo un ebook offerto allo stesso prezzo del cartaceo, o magari con qualche vantaggio rispetto all’edizione hardcover, ma nettamente superiore a un paperback. Perché dovrei pagare 13 dollari, poniamo, per un ebook (magari con DRM), quando per 8,00 posso avere l’edizione tascabile in carta, che so per certo sarà leggibile ancora fra vent’anni? Posso solo pensare a ragioni di spazio (fisico), nel caso di libri che so per certo leggerò una sola volta – ma anche in questo caso mi rimane qualche dubbio, perché tutti i libri di carta che ho in casa quando non ci sarà più potranno andare alle mie figlie o fare la felicità di qualcun altro, ma questi libri elettronici con tanto di DRM, già poco flessibili oggi?

Non sono mai stato necessariamente contrario al DRM, se viene inteso come strumento di gestione dei diritti, ma è veramente fastidioso se non addirittura controproducente quando viene usato come strumento di protezione contro i supposti pirati. Insomma, credo sia giusto remunerare tutti quelli che lavorano nella filiera del libro, ma la rigidità nella protezione della proprietà intellettuale mi sembra proprio la strada per la rovina. Ci devono essere delle vie intermedie sensate.

Comunque, per il momento, per leggere semplicemente un ebook convenzionale, un iPad è addirittura eccessivo. Su un reader del tipo «a inchiostro elettronico» non retroilluminato (Kindle, Iliad, Sony e simili) la lettura è più riposante. L’Iliad accetta anche chiavette USB e schede di memoria flash, e mi consente di portare in giro migliaia di testi con un peso pari a quello di un libro cartonato. Ha gli stessi limiti di interoperabilità, ma posso anche scrivere sulla pagina che leggo, quindi ha qualcosa in più. Peccato che l’iRex sembra sia messa malissimo (ho forse ha già chiuso, non so esattamente), ma se non erro il Kindle funziona in modo simile.

Dove nessuno batte l’iPad al momento è sul colore e la multimedialità. Leggere un quotidiano già ben studiato, come sono oggi Repubblica o Sole 24 Ore, tanto per fare un paio di esempi, è comodo e piacevole. Guardare un video è pienamente soddisfacente. Se si trovano prodotti ben pensati (non è chiaro ancora come li dovremo chiamare, diciamo degli ebook enhanced, o dei libri digitali «ricchi»?) in cui si cominciano a fondere le varie modalità, allora un dispositivo come l’iPad è vincente. Forse la sua incredibile diffusione incoraggerà la sperimentazione. Anche qui attendo fiducioso.

Resta la questione della mancanza di Flash… Se si comincia a girare per la Rete con un iPad si scopre quanti sono i siti che usano Flash. Non ci si fa più neanche caso, navigando con un personal computer. È sicuramente una questione a cui Apple dovrà mettere rimedio, e non penso che abbia così tanta forza da costringere mezzo mondo a riprogettare i propri siti facendo a meno della tecnologia Adobe. E io vorrei proprio vedere anche con l’iPad i video del sito dei Berliner Philharmoniker (consigliata una visita a tutti gli amanti della musica classica: http://www.berliner-philharmoniker.de/en/).

Non è finita qui. Ci sono molte altre cose che devo esplorare e altre su cui non mi sono fatto ancora un’idea. Ne riparleremo.

Il numero 20 di Audio Video & Music è scaricabile da ieri qui, con il mio ormai diventato consueto contributo: questa volta a proposito di Exile on Main St. dei Rolling Stones.

Registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972, quest’anno è stato riproposto in una nuova edizione in CD, anche con versione doppio CD «Deluxe» e una decina di bonus track, celebrato come una riscoperta. Il disco merita qualche attenzione, sia per le condizioni particolari in cui è stato registrato (per gran parte non in studio, ma nei sotterranei di una villa in Francia) sia perché è una sintesi quasi perfetta (c’è chi lo definisce un capolavoro, non solo degli Stones, ma di tutto il rock) delle molteplici influenze della musica americana nella musica di Jagger, Richards e soci. Che gli Stones abbiano sempre amato il blues, il country, il soul non è un mistero: e la loro musica ha sempre guardato al di là dell’oceano, assai più che all’Inghilterra. Qui però si potrebbe parlare, più che di influenze, di assimilazione e partecipazione: anche se si può giocare a scorgere echi di questo e di quello, la sintesi è originale. Bill Janovitz ha fatto un buon lavoro di analisi dei singoli pezzi del disco originale (un doppio vinile) in un libro che ha recentemente pubblicato in italiano il Saggiatore (si intitola proprio Exile on Main St., sottotitolo «Il capolavoro riscoperto dei Rolling Stones. Guida all’ascolto»), che consiglio a chi ne voglia sapere di più.

Un aspetto che ho solo sfiorato nel contributo ad Audio Video & Music (e che Janovitz invece affronta con buon dettaglio) è quello della copertina del disco, che è decisamente interessante, in sé e in rapporto a quel che succedeva nello stesso periodo. La copertina è in bianco e nero, un collage di fotografie su cui spiccano semplicemente, in rosso, il nome del gruppo e il titolo del disco. Le fotografie sono opera di Robert Frank, un fotografo svizzero (nato nel 1924), che aveva pubblicato nel 1958 un libro fotografico diventato «di culto», The Americans, uscito prima in Francia e poi in America e pubblicato anche in Italia nel 1959 dal Saggiatore (ora lo ha ripubblicato, in una nuova edizione, Contrasto, nel 2008).

Frank nel 1955 aveva ottenuto una borsa dalla John Simon Guggenheim Foundation per realizzare un lavoro fotografico sull’America e, nel giro di due anni, aveva percorso le strade di 48 stati dell’Unione raccogliendo una documentazione molto personale, da cui emerge una visione dell’America «dal basso», niente affatto celebrativa ma attenta alla quotidianità e alle condizioni delle persone comuni. L’edizione americana del libro realizzato da Frank (coraggioso, con il suo editore: fu il primo libro con fotografie a tutta pagina, con una pagina bianca a fronte) ebbe la prefazione di Jack Kerouac, che si può leggere tradotta in italiano anche in Rete. Cito un bel passo di Janovitz (pp. 23-24):

Le fotografie di The Americans tendono a ritrarre spazi ristretti. Lo scatto che raffigura un bar di Las Vegas vuoto, eccetto per un ragazzo che indossa una camicia sgargiante e fissa dentro la luce del jukebox – foto che gli Stones hanno usato nei collage di Exile – appare claustrofobico, con la luce del giorno che penetra a malapena attraverso le finestre a oblò; il bar sembra un luogo perennemente notturno, che si oppone al mondo esterno. Tutto è avvolto nella penombra, in bianco e nero. Anche gli scatti in esterni, le facciate dei palazzi di mattoni, hanno quella luce malinconica che richiama Edward Hopper. Il libro nel suo insieme lascia una sensazione claustrofobica, intima, che fa a pugni con la visione romantica di un’America che si estende «da un mare a un altro mare luccicante», con pianure battute dal vento, coperte da «onde dorate di frumento». Raffigura invece questi luoghi ristretti, un’America gotica di funerali, croci e lande collinose, con personaggi che ricordano «Eleanor Rigby», che afferrano momenti passeggeri di semplice felicità e di rapporti umani, mentre l’orologio scandisce l’inesorabile passare del tempo; si tratta di «vite silenziosamente disperate», anime anonime alle quali solo le fotografie offrono uno straccio d’immortalità.

Robert Frank viene dunque invitato a collaborare alla realizzazione della copertina: prende i Rolling Stones quando arrivano a Los Angeles per la parte finale della lavorazione del disco e li porta in giro per la città, ma ancora una volta non nella parte più luccicante, bensì in quella più malfamata, la Main Street, e lì li riprende mentre passeggiano fra persone comuni, locali di infimo ordine, scene di mediocre quotidianità.  nel collage finale, curato da John Van Hamersveld, compaiono questi scatti in mezzo ad altre foto dei mebri del gruppo e pezzi di carta scarabocchiati.

In qualche modo, dunque, c’è un doppio omaggio (se così si può chiamare) all’America: nella musica, nelle immagini della copertina. E le due cose si tengono, affondano le radici in un terreno comune.

Siamo lontanissimi dalle copertine tradizionali: non sono passati molti anni da quando in copertina si vedevano al massimo i ritratti dei musicisti (basta pensare anche solo ai primi dischi dei Beatles e degli stessi Rolling Stones). Nel giro di pochi anni, è arrivata l’onda della psichedelia e della sua grafica vertiginosa; in mezzo è passata la buccia di banana di Andy Warhol per i Velvet Underground, esempio principe di un modo ancora diverso di intendere la comunicazione grafica di un prodotto musicale. E nei primi anni Settanta, invece, si sta diffondendo il gusto «prog», sia musicalmente che graficamente (anche Fragile degli Yes, per esempio, con la copertina di Roger Dean, è stato registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972). L’esempio di Warhol e dei Velvet Underground influirà sul «glam» di Bowie e simili, ma più sotto l’aspetto della teatralità e della «maschera». La grafica psichedelica ha avuto il suo ruolo di rottura, ma ha lasciato poche tracce di sé negli anni successivi. Per parecchio tempo la grafica alla Roger Dean ha caratterizzato il prog in quasi tutte le sue varianti, con mondi fantastici, gusto dell’esotico, un po’ di fiabesco. La grafica di Exile sta un po’ a parte: ma riflette bene il senso un po’ decadente dell’immagine che gli Stones si diedero in quegli anni. E la sua influenza non si farà sentire sul breve, ma su un periodo un po’ più lungo, quando arriverà il punk (i Public Image Ltd. dell’84, i Sex Pistols).

Ero convinto di trovare qualche traccia di Exile on Main St. anche sul libro che ha pubblicato recentemente Luca Beatrice (Visioni di suoni. Le arti visive incontrano il Pop, Arcana, Roma, 2010, pp. 366+32, Euro 26,50), ma così non è stato. Peccato, ero curioso di vede che cosa ne pensasse. Il libro è comunque degno di interesse. Il tema dei rapporti fra musica e arti visive mi affascina molto.

A proposito di copertine: abbiamo perso qualcosa, nel passaggio dal vinile al CD, ma stiamo perdendo molto di più nel passaggio alla «musica liquida». Ci resta solo il video, ma quando si scarica un brano o l’equivalente di un disco dalla Rete lo si ritrova accompagnato al più da un francobollo il cui valore comunicativo è davvero scarno (o scarso), e si perdono anche molte informazioni che rendevano molto istruttiva la lettura della cover o del libretto dei CD. Qualcuno troverà un’idea per ricostruire creativamente un’abbinamento fra grafica e musica?

Sono riuscito a passare qualche ora ieri a More than Zero, a Palazzo dei Giureconsulti a Milano, e in particolare a seguire la discussione moderata da Paolo Iabichino di Ogilvy sui temi dell’advertising e della creatività. Ero andato soprattutto per sentire Paolo, che sta pubblicando un libro con Guerini (con cui ho cominciato a collaborare da qualche settimana), e ho trovato anche Tommaso Tessarolo di Current TV (il cui libro NetTV era stato pubblicato da Apogeo quando ne ero ancora il direttore editoriale). Piacevole, sul piano personale.

Il mondo della pubblicità, dell’advertising è in fermento, come ormai tutti i settori che si possono comprendere sotto la generale etichetta di «comunicazione»: ne ha fatto una bella analisi Mika Pogliani di McCann. Di molti aspetti ero abbastanza consapevole, ma è sempre illuminante sentire un inquadramento così chiaro da parte di qualcuno che è direttamente impegnato in questo campo. Nuovi media, la rete, social network e via elencando stanno imponendo un cambiamento delle regole del gioco, e mi sembra che Paolo Iabichino con la sua idea di invertising, un advertising che cambia direzione e probabilmente cambia anche marcia, è sicuramente interessante e coinvolgente. Per una sintesi, si può vedere una sua breve presentazione, pensata per il Festival dell’Economia dell’anno scorso:

Credo che il suo libro (che porta proprio il titolo di Invertising e uscirà a gennaio 2010) sia davvero utile, ed esca al momento giusto. Mi piace soprattutto il suo sottolineare gli aspetti etici – la portata di una trasformazione in questo senso potrebbe andare anche oltre quello che ha in mente lui: in particolare, mi sembra che non basti passare dal concetto di consumer a quello di user, e che primo o poi bisognerà arrivare a rivalutare l’idea più completa di persona, come portatrice di bisogni, di valori e così via, e non semplicemente fruitrice di beni e servizi.

Trovo importante che ci siano progressivi spostamenti che abbattono gli steccati: advertising, marketing, PR sono campi i cui confini si fanno sempre più sfumati (e probabilmente bisognerà trovare il modo di cambiare anche il linguaggio con cui ne parliamo, a partire da questi termini che non corrispondono più alla realtà). Così come trovo significativo che si ragioni sempre di più in termini di storytelling e di molteplicità di canali in un’ottica cooperativa; concetti che si applicano perfettamente anche al mondo dell’editoria. Parlando dell’editoria tradizionale, qualche anno fa, Paola Dubini nel suo Voltare pagina scriveva che

nel sistema di creazione di valore tradizionale i flussi di informazioni sono molto limitati e prevalentemente ad una via. Le informazioni viaggiano infatti prevalentemente ad una via. Le informazioni viaggiano infatti prevalentemente legate con il supporto fisico (ovvero il libro) e questo rende i flussi di informazioni tortuosi e inefficienti quanto i flussi di merci. (p. 22)

Fra le conseguenze che individuava, il fatto che «i canali di comunicazione diretti fra consumatori ed editori e fra consumatori e autori sono molto limitati» e che «i singoli anelli della filiera non sono in grado di distinguere fra informazioni potenzialmente di valore e rumore». La situazione sta, sia pure lentamente, cambiando, sotto la spinta degli stessi fenomeni (eventi, tecnologie) che spingono al cambiamento il mondo dell’advertising e, in particolare, la dinamica dei flussi di informazioni mi sembra evolvere in direzioni simili. Non mi è proprio chiaro dove porti questo discorso, ma mi sembra indispensabile continuarlo.

«Art should be a trailer for the future.»

Mi sembra una affermazione formidabile: è una citazione da Jack Goldstein (1945-2003), che ho scoperto visitando a ottobre il Museum für Moderne Kunst (MMK) di Francoforte, dove è in corso una mostra dedicata a questo artista (rimarrà fino al 10 gennaio 2010). È solo una di una lunga serie di frasi di Goldstein riprodotte su una parete del museo, e mi sembra esprima con grande impatto l’idea che cercavo di esplicitare in uno dei post precedenti, dove tentavo di giustificare il mio interesse per l’arte nel contesto dei miei interessi per l’editoria e il suo cammino. L’idea dell’arte come apripista per il futuro mi attrae. Goldstein dice «should be», quindi «deve» essere annuncio del futuro: è un’affermazione diretta a sé e agli altri artisti; per me si tratta di un «potere», invece: può essere un’anticipazione, un modo di vedere la strada.

Non ho dubbi che gli artisti (nel senso delle arti visive) siano le persone che, soprattutto nell’ultimo secolo, hanno maggiormente riflettuto sulla percezione visiva e sul potere delle immagini – che è capacità di suscitare emozioni ma anche di produrre conoscenza, o stimoli di riflessione, in generale potere di comunicazione.

Jack Goldstein, poi, ha esplorato quasi a 360 gradi: interessanti i suoi gruppi di dischi (che si appendono come quadri ma effettivamente vinili incisi), i suoi filmati un po’ ipnotici e quasi ossessivi, come Hampstead Heath del 1973 – ripresa di un paesaggio con un grande albero in posizione dominante, in cui periodicamente entra una figura umana alternativamente da sinistra e da destra; ogni volta che la figura entrata in campo si ferma, l’inquadratura si sposta in modo da escluderla. E il gioco si ripete continuamente, per circa otto minuti, senza una conclusione apparente. Anche Fingerprints, altro filmato parte di una lunga serie dello stesso anno 1973, per esempio, lavora intorno allo stesso meccanismo di esclusione delle tracce umane più evidenti: su un foglio bianco periodicamente un dito lascia un’impronta – ma appena questo avviene, l’inquadratura si sposta in modo da nascondere l’impronta e ripresentare ancora solo il foglio bianco. Tracce e presenze che scompaiono o sono ignorate.

Il MMK di Francoforte merita una visita anche di per se stesso: completato nel 1991 su progetto dell’architetto viennese Hans Hollein, ha una curiosa forma a fetta di torta (e Tortenstück lo hanno effettivamente soprannominato), con una disposizione peculiare degli spazi interni, molto aperti, in cui il vuoto risulta più interessante del pieno. Fra i pezzi «stabili» della sua collezione ci sono anche opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, On Kawara e quella complessa scultura di Joseph Beuys che è Blitzschlag mit Lichtschein auf Hirsch (1958-1985), che avevo avuto occasione di vedere già alla Tate Modern qualche anno fa e che trovo sempre affascinante ma anche inquietante (più che a tuoni e lampi, mi fa pensare a Il pozzo e il pendolo…).