Parlate dunque allegri presso il grande cratere / senza nessun litigio fra di voi, / in un vocìo concorde che investa ognuno e tutti: / ché la bellezza del simposio è qui.
Sono versi di Teognide, che Paolo Nencini ricorda a pagina 217 del suo Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, sottotitolo Alle radici del bere moderno, da poco pubblicato dal Gruppo Editoriale Muzzio. Finalmente ho avuto il piacere di vedere e sfogliare con calma una versione stampata, dopo averlo letto tre o quattro volte sulle stampate laser e sullo schermo del mio computer – perché Franco Muzzio me ne aveva affidato la cura. E fa sempre un poco impressione vedere il prodotto finale a stampa di un testo su cui si è lavorato molto, peraltro con la grande disponibilità e collaboratività dell’autore.
Questa non è dunque una recensione, ma una semplice segnalazione, perché mi sembra che il libro la meriti: Paolo Nencini è ordinario di Frmacologia all’Università La Sapienza di Roma e studia le basi farmacologiche dell’uso e abuso di sostanze psicoattive e ha esplorato il tema nella storia antica, facendo ricorso a tutte le fonti scritte e documentarie, cercando nel mondo antico (come recita il sottotitolo del libro) le radici di atteggiamenti e comportamenti moderni. Questo è in realtà il suo secondo libro sul tema: è di qualche anno fa Il fiore degli inferi, dedicato, come dice il relativo sottotitolo, al papavero da oppio e alla sua diffusione nel mondo antico.
È dunque un libro serissimo, che studia le bevande alcoliche nell’antichità, la loro diffusione fra Mesopotamia, Grecia e Roma, e i comportamenti legati al bere, le connessioni fra questi comportamenti e le società del tempo:
vuole porsi come stimolo ad affrontare, per quanto possibile, in maniera interdisciplinare il problema del radicamento delle sostanze psicoattive nelle comunità passate e presenti, dove per interdisciplinare si intende l’analisi della reciproca influenza tra farmaco e ambiente nel determinare quelli effetti farmacologici che costituiscono la motivazione per il radic amente di certi specifici impieghi e non altri. In questo libro [si torna] ripetutamente sull’interazione tra il farmaco (drug), l’individuo con la sua costituzione biologica e il suo vissuto (set) e l’ambiente socio-culturale (setting), su cui si fondano i tentativi, ancora purtroppo rari, di costruire un corpus coerente di informazioni antropofarmacologiche.
Al di là degli obiettivi specifici del volume, nel curarlo ho trovato particolarmente interessante rileggere molte pagine delle letterature antiche in questa ottica: come l’episodio di Polifemo nell’Odissea o il Simposio di Platone, fra gli altri. E molti passi, sotto la guida di Nencini, acquistano un rilievo insospettato. È davvero sorprendente quello che si riesce a scoprire seguendo le tracce della cultura materiale.
Per finire, una breve citazione da Marziale, che racconta di un riccone che
cena a base di boleti di ostriche, di tettina di scrofa, di cinghiale, s’ubriaca spesso di Setino , e spesso di Falerno e il Cecubo lo beve soltanto filtrato attraverso uno strato di neve.