«Art should be a trailer for the future.»
Mi sembra una affermazione formidabile: è una citazione da Jack Goldstein (1945-2003), che ho scoperto visitando a ottobre il Museum für Moderne Kunst (MMK) di Francoforte, dove è in corso una mostra dedicata a questo artista (rimarrà fino al 10 gennaio 2010). È solo una di una lunga serie di frasi di Goldstein riprodotte su una parete del museo, e mi sembra esprima con grande impatto l’idea che cercavo di esplicitare in uno dei post precedenti, dove tentavo di giustificare il mio interesse per l’arte nel contesto dei miei interessi per l’editoria e il suo cammino. L’idea dell’arte come apripista per il futuro mi attrae. Goldstein dice «should be», quindi «deve» essere annuncio del futuro: è un’affermazione diretta a sé e agli altri artisti; per me si tratta di un «potere», invece: può essere un’anticipazione, un modo di vedere la strada.
Non ho dubbi che gli artisti (nel senso delle arti visive) siano le persone che, soprattutto nell’ultimo secolo, hanno maggiormente riflettuto sulla percezione visiva e sul potere delle immagini – che è capacità di suscitare emozioni ma anche di produrre conoscenza, o stimoli di riflessione, in generale potere di comunicazione.
Jack Goldstein, poi, ha esplorato quasi a 360 gradi: interessanti i suoi gruppi di dischi (che si appendono come quadri ma effettivamente vinili incisi), i suoi filmati un po’ ipnotici e quasi ossessivi, come Hampstead Heath del 1973 – ripresa di un paesaggio con un grande albero in posizione dominante, in cui periodicamente entra una figura umana alternativamente da sinistra e da destra; ogni volta che la figura entrata in campo si ferma, l’inquadratura si sposta in modo da escluderla. E il gioco si ripete continuamente, per circa otto minuti, senza una conclusione apparente. Anche Fingerprints, altro filmato parte di una lunga serie dello stesso anno 1973, per esempio, lavora intorno allo stesso meccanismo di esclusione delle tracce umane più evidenti: su un foglio bianco periodicamente un dito lascia un’impronta – ma appena questo avviene, l’inquadratura si sposta in modo da nascondere l’impronta e ripresentare ancora solo il foglio bianco. Tracce e presenze che scompaiono o sono ignorate.
Il MMK di Francoforte merita una visita anche di per se stesso: completato nel 1991 su progetto dell’architetto viennese Hans Hollein, ha una curiosa forma a fetta di torta (e Tortenstück lo hanno effettivamente soprannominato), con una disposizione peculiare degli spazi interni, molto aperti, in cui il vuoto risulta più interessante del pieno. Fra i pezzi «stabili» della sua collezione ci sono anche opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, On Kawara e quella complessa scultura di Joseph Beuys che è Blitzschlag mit Lichtschein auf Hirsch (1958-1985), che avevo avuto occasione di vedere già alla Tate Modern qualche anno fa e che trovo sempre affascinante ma anche inquietante (più che a tuoni e lampi, mi fa pensare a Il pozzo e il pendolo…).