La collana dei «Meridiani» della Arnoldo Mondadori ha pubblicato da non molto (settembre 2009) una raccolta di scritti di Norberto Bobbio, sotto il titolo Etica e politica. Scritti di impegno civile, progetto editoriale e saggio introduttivo di Marco Revelli. Sono 1718 pagine con numerazione araba di scritti di Bobbio, più 136 romane di saggio e apparati introduttivi. Non certo uno di quei libri che si leggono in un fine settimana, ma uno di quelli a cui si torna ripetutamente, con il piacere di coglierne sempre qualcosa di nuovo, aiutati anche dalla sua natura antologica (in tutto gli scritti di Bobbio raccolti qui sono un’ottantina).
Non mi azzarderei a scrivere una recensione di un libro simile, ma mi sembra doveroso segnalarlo all’attenzione dei quattro che mi leggono, se fosse loro sfuggito. Il prezzo di copertina dei Meridiani non è proprio modico (55,00 Euro), ma se si fa il conto del prezzo a pagina, si mette a fattore anche la qualità della confezione e si valuta il peso dei contenuti, ne val sicuramente la pena (e devo ricordarvi che periodicamente i Meridiani vengono offerti a sconto speciale? Basta casomai aspettare il momento opportuno. L’ho fatto anch’io).
Niente recensione dunque, ma ci sono molti passi che mi colpiscono, e prometto che procedendo con la lettura tornerò a ragionare su questo libro anche in seguito, anche come omaggio a Norberto Bobbio, che non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente, ma verso il quale nutro una stima profonda.
Intanto, un brano che mi sembra legarsi bene con le riflessioni su Il grande silenzio di Alberto Asor Rosa (il legame forse non sarà evidente a prima vista, mi viene il dubbio: ma neanche io forse sono ancora capace di articolare bene una connessione che resta al momento al livello di una «intuizione»):
La società di amici è la società etica per eccellenza, fondata su regole non scritte, cui si ubbidisce spontaneamente, non per timore di una qualsiasi sanzione, e neppure per supina reverenza ad un’autorità superiore, ma per il piacere che si trae dalla loro osservanza: un frammento reale dell’ideale regno dei fini, ove gli uomini per convivere non avranno bisogno che di leggi liberamente consentite. Ma, appunto, non vi è amicizia al di fuori di una vita morale intensamente vissuta, della pratica di alcune virtù etiche tradizionali, che nessun codice morale può ignorare.
Il brano si trova alle pagine 358-359 dell’edizione dei Meridiani, e in origine faceva parte della Introduzione che Bobbio preparò per l’edizione Einaudi del 1964 degli Scritti di Leone Ginzburg.
Tra le moltissime cose che mi hanno colpito al Museo del Prado c’è una serie di cinque quadri che rappresentano i cinque sensi, dipinti intorno al 1617. Non sono quadri molto grandi, sono tutti di 65 cm in altezza e di circa 110 cm di base, ma ricchissimi di dettagli, di cose e situazioni che rappresentano, simboleggiano o in qualche modo comunque richiamano, volta a volta la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto.

Dopo il primo impatto, che non è stato quello di un generico piacere, ma di un fascino intenso che mi ha fatto fermare e ha suscitato la mia curiosità, l’interesse è cresciuto quando ho scoperto che si trattava di opere dipinte insieme da Jan Brueghel («dei velluti») e da Peter Paul Rubens. La firma di Brueghel spiega la ricchezza dei dettagli, quella di Rubens la morbida sensualità delle figure umane – ma sollecitava la mia curiosità anche la collaborazione di due artisti di quel calibro, di cui (nella mia ignoranza) non avevo alcuna notizia.

Un particolare da La Vista, uno dei cinque dipinti della serie dedicata ai sensi, opera di Jan Brueghel e Peter Paul Rubens, conservati al Museo del Prado di Madrid.
Le collaborazioni, in effetti, non erano una cosa tanto strana in quell’epoca, ma erano in genere fra un pittore affermato e uno di minor prestigio (se non proprio un apprendista o un puro esecutore). In questo caso si tratta invece di pittori di pari fama e prestigio, e già nella loro piena maturità (Brueghel era nato nel 1568, Rubens nel 1577). Ho scoperto poi che i due artisti abitavano vicino, erano buoni amici e hanno firmato insieme almeno 24 dipinti, di varia natura, ma sempre dividendosi i compiti nello stesso modo: ambientazione, paesaggio, oggetti messi sulla tela da Brueghel, figure umane da Rubens. Questi dipinti sono stati al centro di una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles e al Museo dell’Aja nel 2006, il cui catalogo è stato pubblicato, porta la firma di Ann Woollett come curatrice e si intitola Rubens and Brueghel. Dell’esposizione al Getty si trova ancora traccia sul sito del museo, con una presentazione che può risultare interessante non solo per i suoi contenuti ma anche per il modo in cui è realizzata.
Giusto in quest’ultimo periodo ho letto La vita delle cose di Remo Bodei, pubblicato da Laterza nella collana «Anticorpi», attirato dal tema, che mi si collegava subito al libro di Francesca Rigotti, pubblicato quando ero ancora in Apogeo, Il pensiero delle cose (un libro piacevole, che mi sarei aspettato godesse di un po’ più di fortuna, e non semplicemente perché avevo deciso io di pubblicarlo). Beh, nel libro di Bodei trovo queste parole (p. 96):
La pittura si situa a un livello diverso da quello della pura riproduzione degli oggetti. Raffigura, simultaneamente, qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto alla loro natura fisica. Trasfigurandola, produce un paradossale potenzialmento della sua solida consistenza. La ricrea, ma la priva anche della sua solida consistenza.
Bodei si riferisce specificamente allo stilleven, la natura morta, e in particolare proprio a quella olandese:
Lo stilleven sconfigge, seppur lentamente, il pregiudizio per cui veniva considerato un «genere minore», lontano dalla storia, dalla mitologia e dalle immagini sacre. Esclude gli uomini, che vantano una dignità superiore, e rappresenta non solo «piccole cose» comuni, ma, talvolta, anche arredi lussuosi (come porcellane, vasi di cristallo o elaborate saliere). Sono però le immagini di cose umili a far riscoprire la meraviglia del quotidiano.
I dipinti sui sensi di Rubens e Brueghel non si possono definire esattamente delle nature morte, vista la presenza di figure umane, ma il gusto della rappresentazione di oggetti, non semplicemente naturali, mi sembra inquadrarsi bene nella presentazione che ne fa Bodei. Certo ci sono valori simbolici probabilmente in tutti gli oggetti raffigurati (e non semplicemente perché tutti in qualche modo rimandano al senso che è il tema, volta a volta, del dipinto), ma a un occhio non troppo esercitato come il mio giungono di più gli aspetti di esplorazione partecipe, di piacere nell’osservazione, di godimento nell’enumerazione. E c’è sicuramente anche una componente ludica, evidente nelle raffigurazioni di quadri dentro il quadro, con cui in particolare Brueghel si cita o forse fa la parodia di se stesso.
Riprendo ancora da Bodei, a pag. 99:
Nello stilleven le cose vengono mostrate, in lingua olandese, al loro toppunt, ossia nel momento della loro perfetta maturità, del pieno dispiegarsi delle loro qualità: allo zenit, prima del loro inevitabile corrompersi. Partecipano al comune destino di tutto ciò che nasce e muore, ma la pittura le rende durevoli, le fissa nel loro muto persistere. La provvisorietà viene riscattata e il godimento – promesso dalla loro immediata consumazione in forma di cibo, bevanda, fumo, musica o lettura – diventa virtualmente infinito per lo sguardo di ogni futuro possibile fruitore.
Il libro di Bodei non è dedicato semplicemente a questo aspetto di vita delle cose, affrronta il tema in modo molto più ampio, a partire dalla generale distinzione fra «cose» e «oggetti» («Investiti di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, gli oggetti diventano cose», p. 22). Poiché cosa si dice anche di persone o ideali, i dipinti di Rubens e Brueghel sono pieni di cose più che di semplici oggetti, mi sembra investite di un senso profondo di gioia di vivere.
Un’ultima citazione da Bodei (consiglio di leggerlo, non è molto lungo, è decisamente interessante), che è pertinente alla riflessione sui dipinti visti al Prado:
Ogni generazione è circondata da un particolare paesaggio d’oggetti che definiscono un’epoca grazie alle pagine, ai segni e all’aroma del tempo della loro nascita e delle loro modificazioni. A modo loro, gli oggetti crescono e deperiscono, come i vegetali e gli animali, si caricano di anni o di secoli, vengono seguiti, accuditi, curati oppure trascurati, dimenticati e distrutti.
Diventati desueti, finiscono nei solai, nelle cantine, nel banco dei pegni, nei negozi dei rigattieri e degli antiquari, nelle discariche. Ritrovati o comprati, emanano un effluvio di malinconia, somigliano a fiiori vizzi che per rinascere hanno bisogno delle nostre attenzioni.
Ho usato prima la parola «enumerazione», e se c’è qualcuno che sa di enumerazioni è Umberto Eco: in effetti, ho trovato con piacere che Udito, dei cinque dipinti della serie dei sensi di Brueghel e Rubens, è presente nel suo Vertigine della lista, di recente pubblicato da Bompiani, e ancor più recentemente arrivato sulla mia scrivania. Il libro è coerente con il suo tema: in fondo è una lista di brani letterari e di immagini che elencano cose, le più varie. Brevi introduzioni di Eco e un’antologia di brani che vanno dal catalogo delle navi dell’Iliade ai contemporanei, affiancati da una carrellata di immaginiche coprono più o meno tutto l’arco della storia dell’arte. Due discorsi paralleli, che si accostano in modi a volta inaspettati, come proprio nel caso dell’Udito, di cui è riprodotto un particolare, finito accanto a un brano di Mark Twain. Il risultato suscita molta curiosità: forse qualcuno ne sarà spinto a scrivere un libro che approfondisca il tema della lista, al di là del catalogo leporelliano.
Il libro di Eco riproduce anche un altro dei dipinti che ho visto al Prado, e che mi ha colpito enormemente, Il giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch – una presenza quasi ovvia se si parla di liste per immagini, e un quadro di una forza visionaria veramente impressionante. Ho rifatto il giro di un pezzo di museo tre volte per rivederlo: mi attirava come una calamita. Forse un giorno riuscirò a dirne qualcosa, ma ho l’impressione che un’opera di quel genere meriterebbe un libro intero…
Le cose succedono sempre a ondate. Così ho trascurato per un po’ questo spazio, ma nel frattempo ho finito di scrivere un libro per Apogeo (uscirà, si spera, a maggio) suglistrumenti informatici per scrivere una tesi o una relazione – titolo Tesi con internet e PC; è in rete il secondo articolo per la rivista Audio Video & Music, come promesso dedicato al primo discodegli Yes, sempre con l’idea di continuare per un po’ un mio personale omaggio all’anno1969. E nella sezione Cosmotaxi di www.nybranmedia.it si trova una mia breve intervista che Armando Adolgiso ha fatto a me su Neuroetica di Neil Levy, uno dei libri pubblicati recentemente da Apogeo che fa ancora parte di quelli che avevo messo io in programmazione l’anno scorso.
Neri Pollastri e Paolo Cervari stanno lavorando al loro nuovo libro, che sarà dedicato a lruolo della filosofia nelle organizzazioni: abbiamo fatto partire il loro blog di “work in progress”, ancora molto scarno, ma si spera presto ricco di interventi: lo trovateall’indirizzo www.ilfilosofoinazienda.eu. Il libro è previsto per il 2010 nella collana “Pratiche filosofiche” di Apogeo, diretta da Umberto Galimberti, e il mio ruolo è quello di consulente per la collana, con una mano non molto esperta nella creazione del sito. Il filosofo in azienda è anche il titolo previsto per il libro.
La visita, ai primi di aprile, alla Musikmesse di Francoforte è stata stancante ma moltopiacevole: è stata l’occasione anche per fare amicizia con Fabio Fracas e per far nascere un sacco di idee nuove: qualcuna magari si concretizzerà, chissà, se ci sarà il tempo e sel’entusiasmo non morirà. Fabio, che fino al viaggio francofortese conoscevo solo di nome enon di persona, è pieno di attività, dalla letteratura alla musica, fra cui MacAdam, MacAdemia di scritture e letture. Con lui abbiamo visitato anche la mostra su Giger al Museo del cinema di Francoforte. Giger è un artista interessante, anche a proposito di musica… è un po’ che mi riprometto di scrivere qualcosa, sto raccogliendo le impressioni sulla visita alla mostra, magari riuscirò a darne qualche notizia.
Altra novità, il mio vecchio libro uscito da Editori Riuniti nel 2001, Cento dischi ideali per capire la musica classica, tornerà a vivere: ne uscirà una nuova edizione verso fine anno, presso l’editore Muzzio, dove si prepara anche la rinascita della collana “Strumenti della Musica”.
Il New York Times dedica un articolo alla “paura da nanotecnologia”: New Products Bring Side Effect: Nanophobia. In breve: aumentano i prodotti, in particolare nel settore della cura della pelle, della bellezza, della cosmesi, che incorporano nanooggetti attivi. Con tutta probabilità svolgono effettivamente la loro azione, come annunciano le pubblicità, realizzando qualcuna delle promesse della nanotecnologia. L’aspetto meno attraente è che questi oggetti a nanoscala entrano nell’organismo ma poi, in molti casi, non ne escono, si accumulano magari nel fegato e possono provocare danni – perché l’obiettivo di arrivare presto sul mercato fa trascurare un controllo di medio-lungo periodo e forse anche sono ancora deboli gli strumenti di riflessione critica su queste intraprese. Così in molti si sviluppa una nuova paura: che nell’organismo possano entrare nanooggetti ineliminabili e capaci di svolgere un’attività a nostra insaputa.
Bene (o forse: male), ecco un tema che potrebbe essere di interesse. Intanto, c’è da esercitare un po’ di spirito critico: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, l’articolo del New York Times non è vangelo, la notizia va verificata, per quanto si può, sul piano scientifico. E’ vero che esistono prodotti di nanotecnologia che hanno questo comportamento? O è una delle tante bufale che ci vengono propinate?
Che la notizia abbia un fondamento scientifico o meno, c’è la questione della nanofobia (che può nascere anche ove non esistesse realmente alcun pericolo), più in generale della “paura“, che è un concetto che si può esplorare sotto molti aspetti, non ultimo quello filosofico – ma senza trascurare quanto ci possono dire in proposito gli psicologi.
C’è anche un altro aspetto interessante: l’articolo del New York Times compare nella sezione “Fashion and Style”, cioè “moda e stile”, non in una sezione dedicata alla scienza. Già l’atteggiamento della redazione che colloca l’articolo in quella sezione e non in un’altra ammette qualche riflessione (potremmo classificarla sotto l’etichetta di “filosofia della comunicazione”?), poi si può analizzare il significato che hanno oggi la moda e il culto del corpo (bellezza/fitness), quanto sono entrati a far parte dell’immagine di sé.
Proseguendo su questa strada, si può forse trovare la chiave per costruire un telegiornale (di orientamento) filosofico. Filosofia del/dal quotidiano (pensando a Rocco Ronchi e ad Augusto Cavadi).