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ven 3 set 2010
Posted by Virginio B. Sala under media, tecnologie
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Alla fine, mi sono deciso, e ho comprato un iPad. Ci sarei arrivato comunque, prima o poi, inevitabilmente. Se ne è parlato troppo per non prenderlo in considerazione. A questo punto gira per casa e per la mia borsa da un mese e mezzo giusto, quindi posso cominciare a fare qualche considerazione sensata.
Avevo già avuto occasione di vederlo da vicino e di provarlo per qualche minuto, ma non è la stessa cosa, naturalmente, portarselo a casa e cominciare a manipolarlo per capire se fa quello che dovrebbe, per le mie abitudini, il mio modo di leggere e di lavorare.
Le impressioni «su strada» non sono tutte dello stesso segno. Dalla parte positiva: si legge e si vede molto bene, l’interfaccia è facile da padroneggiare avendo già usato un iPhone (ma probabilmente anche per chi non ne ha mai visto uno). La retroilluminazione non è fastidiosa nella maggior parte delle condizioni, ma la lettura diventa un po’ faticosa in alcune condizioni (sole forte da finestrino sul treno, per esempio, quando non puoi spostarti molto per trovare una posizione adeguata). In compenso si può leggere a letto senza accendere la luce (eliminando quindi ogni discussione in proposito con chi di dovere).
Di segno negativo, la mancanza di porte per l’uso di chiavette o schede di memoria. O si usa la Rete o si interagisce con un personal computer via iTunes. Il mio iPad ha solo il WiFi (quello volevo, in effetti, ma è stato anche l’unico che ho trovato: non è stato facile riuscire ad acquistarne uno a luglio!), non volevo accollarmi l’ennesimo abbonamento con una compagnia telefonica, il conto in banca ha la spiacevole caratteristica di non essere infinito e preferivo investire qualcosa in contenuti anziché in connessioni. Magari in futuro me ne pentirò, ma a fronte di risorse limitate bisogna pur prendere delle decisioni (difficile dire quanto razionali).
Ancora, sul fronte positivo, interessante l’offerta di strumenti, sotto forma di «app» (una parola che è già diventata un tormentone), anche se invece è fastidioso avere tre o quattro o più app per fare la stessa cosa come leggere libri: iBooks, Kindle for iPad, Stanza e quant’altro, più le app dei singoli editori, e quella per Repubblica e quella per Il Sole 24 Ore, e quella per… E per il momento la commutazione è ancora noiosa. Va tutto bene se vuoi leggere il giornale (mi dispiace, ma è meglio di quello di carta) o un romanzo, ma quando lavori non c’è niente da fare, hai bisogno di passare continuamente da una cosa all’altra. Mi si obietterà che probabilmente non è stato pensato per questo, ma la mia ottica è quella di un lettore (o utente di media) «forte», per cui anche leggere un thriller è comunque sempre in qualche modo «lavoro». E se trovo uno spunto interessante, una frase da ricordare, o mi viene un’idea mentre leggo Dickens o un fumetto, devo annotarmela subito da qualche parte. La mia «metafora» è quella della scrivania, o forse meglio ancora della «stanza» o dello «spazio», non quella del libro puro e semplice.
Certo, c’è di buono che questi oggetti sono in realtà dei computer sotto (nemmeno troppo) mentite spoglie, e sicuramente da qualche parte al mondo c’è già qualcuno che sta scrivendo software più vicino alle mie idee – o magari l’ha già fatto e io semplicemente non lo so. Aspetto fiducioso.
Intanto, apprezzo sempre di più O’Reilly: ho già acquistato da loro cinque libri, permettono di scaricarli quasi sempre in più formati diversi, non c’è DRM, si possono spostare dalla macchina fissa al portatile all’iPad e all’iPhone (nella maggior parte dei casi), i prezzi sono ragionevoli, spesso ci sono «offerte speciali» molto convenienti. Ma non dico niente di nuovo, è un pezzo che si sa che Tim O’Reilly e la sua casa editrice fanno cose intelligenti. Resto invece ancora perplesso quando vedo un ebook offerto allo stesso prezzo del cartaceo, o magari con qualche vantaggio rispetto all’edizione hardcover, ma nettamente superiore a un paperback. Perché dovrei pagare 13 dollari, poniamo, per un ebook (magari con DRM), quando per 8,00 posso avere l’edizione tascabile in carta, che so per certo sarà leggibile ancora fra vent’anni? Posso solo pensare a ragioni di spazio (fisico), nel caso di libri che so per certo leggerò una sola volta – ma anche in questo caso mi rimane qualche dubbio, perché tutti i libri di carta che ho in casa quando non ci sarà più potranno andare alle mie figlie o fare la felicità di qualcun altro, ma questi libri elettronici con tanto di DRM, già poco flessibili oggi?
Non sono mai stato necessariamente contrario al DRM, se viene inteso come strumento di gestione dei diritti, ma è veramente fastidioso se non addirittura controproducente quando viene usato come strumento di protezione contro i supposti pirati. Insomma, credo sia giusto remunerare tutti quelli che lavorano nella filiera del libro, ma la rigidità nella protezione della proprietà intellettuale mi sembra proprio la strada per la rovina. Ci devono essere delle vie intermedie sensate.
Comunque, per il momento, per leggere semplicemente un ebook convenzionale, un iPad è addirittura eccessivo. Su un reader del tipo «a inchiostro elettronico» non retroilluminato (Kindle, Iliad, Sony e simili) la lettura è più riposante. L’Iliad accetta anche chiavette USB e schede di memoria flash, e mi consente di portare in giro migliaia di testi con un peso pari a quello di un libro cartonato. Ha gli stessi limiti di interoperabilità, ma posso anche scrivere sulla pagina che leggo, quindi ha qualcosa in più. Peccato che l’iRex sembra sia messa malissimo (ho forse ha già chiuso, non so esattamente), ma se non erro il Kindle funziona in modo simile.
Dove nessuno batte l’iPad al momento è sul colore e la multimedialità. Leggere un quotidiano già ben studiato, come sono oggi Repubblica o Sole 24 Ore, tanto per fare un paio di esempi, è comodo e piacevole. Guardare un video è pienamente soddisfacente. Se si trovano prodotti ben pensati (non è chiaro ancora come li dovremo chiamare, diciamo degli ebook enhanced, o dei libri digitali «ricchi»?) in cui si cominciano a fondere le varie modalità, allora un dispositivo come l’iPad è vincente. Forse la sua incredibile diffusione incoraggerà la sperimentazione. Anche qui attendo fiducioso.
Resta la questione della mancanza di Flash… Se si comincia a girare per la Rete con un iPad si scopre quanti sono i siti che usano Flash. Non ci si fa più neanche caso, navigando con un personal computer. È sicuramente una questione a cui Apple dovrà mettere rimedio, e non penso che abbia così tanta forza da costringere mezzo mondo a riprogettare i propri siti facendo a meno della tecnologia Adobe. E io vorrei proprio vedere anche con l’iPad i video del sito dei Berliner Philharmoniker (consigliata una visita a tutti gli amanti della musica classica: http://www.berliner-philharmoniker.de/en/).
Non è finita qui. Ci sono molte altre cose che devo esplorare e altre su cui non mi sono fatto ancora un’idea. Ne riparleremo.
ven 16 lug 2010
Ieri, 15 luglio, ha aperto le sue porte virtuali lo store di bookrepublic (www.bookrepublic.it), evento festeggiato in serata con un incontro nella sede milanese. Molti amici – più o meno con tutte le persone che lavorano a bookrepublic ho condiviso qualche parte della mia vita professionale. Ho stima di tutti, perciò, innanzitutto: auguri!
Bookrepublic si presenta con più di una faccia: da un lato fornisce servizi agli editori, aiutandoli ad affrontare il passaggio al digitale – e su questo fronte era attiva già da un po’ di tempo. Lo store è la seconda faccia: è agli inizi, i titoli disponibili sono ancora relativamente pochi, ma fra gli editori presenti ci sono molti nomi interessanti, dal Saggiatore a Codice a Edizioni Ambiente, tanto per citarne qualcuno a memoria (l’elenco completo lo trovate sul loro sito). Per veder comparire la terza faccia ci vorrà ancora un poco, ma presumo sarà anche quella più stimolante, perché è quella della produzione originale, a quanto riesco a capire pensata per il digitale (che è poi ciò di cui credo ci sia bisogno).
In attesa di vedere le novità, ho acquistato un paio di titoli, stamattina: il sito non è velocissimo, ma la procedura di acquisto è andata in porto in modo molto efficiente, senza alcun intoppo. Sulla struttura del sito, sull’organizzazione delle informazioni avranno ancora da lavorare, ma posso immaginare che la scelta di aprire i battenti alla metà di luglio sia stata fatta (anche) per collaudare i meccanismi e sondare gli animi, in vista del pieno ritmo a settembre. Sarà comunque indicativo il movimento di queste prime settimane.
Le note positive mi sembrano la struttura dei prezzi, decisamente ragionevoli, e l’adozione di un social DRM, sotto forma di un watermarking con la personalizzazione della copia. Il formato scelto è l’ePub, che è quanto di più vicino a uno standard esista oggi, leggibile su quasi tutte le piattaforme. Per il momento ho aperto i miei nuovi acquisti sotto Adobe Digital Editions (che non è il massimo), tra un po’ provvederò a sincronizzarli con l’iPhone – in attesa di trovare il momento giusto per sacrificare un po’ di risparmi e diventare possessore di un iPad.
La discussione serale, sulla porta della sede di Bookrepublic, ha finito per tornare sulla domanda chiave: è venuto il momento? Rumore ne è stato fatto molto, ma quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori. Ci sarà interesse anche da parte dei lettori? L’assalto delle zanzare non favoriva l’ottimismo, ma i pareri non erano concordi.
lun 24 mag 2010
Posted by Virginio B. Sala under attività, media
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La scorsa settimana il Salone del Libro di Torino, questa settimana sarà la BEA a New York: per chi si occupa di editoria, molti appuntamenti, di importanza e peso diversi, certo, ma comunque significativi.
Subito prima del Salone torinese, i «grandi» dell’editoria italiana (Mondadori escluso) hanno annunciato Edigita, sforzo comune per la distribuzione di libri elettronici; bookrepublic.it (dove lavorano molte persone che conosco e con cui mi è capitato in passato di lavorare) è partito da poco con intenti simili; da tempo si muove anche Antonio Tombolini con Simplicissimus, anche se lo conosciamo soprattutto per la commercializzazione della maggior parte degli e-book reader in Italia. E immagino che Mondadori non rimarrà a lungo a guardare senza far nulla.
Insomma, anche a Torino si è parlato molto di distribuzione, vendita, DRM e dintorni, poco di «contenuti» e di che cosa si può fare con questi nuovi strumenti (e a giorni anche l’iPad sarà fra noi, per tutti quelli che non l’hanno acquistato negli Stati Uniti, vedremo se davvero scompaginerà tutto).
Anche se capisco benissimo che tutto il resto è importante, per quanto mi riguarda le cose interessanti sono i contenuti e le forme — e su questo fronte mi sembra invece ci sia moltissimo da fare, e che la sfida stia proprio lì. È un tema che mi sta molto a cuore, ne parlo da anni, fin qui con pochi risultati: mi sembra che sia invece arrivato il momento di mettere alla prova le idee, concretamente.
La sfida è cercare di costruire una iniziativa editoriale da zero, senza potenti mezzi alle spalle, di tipo aperto, esplorando quel continuum che va dal testo tradizionale al multimediale (e al transmediale o alle forme di convergenza, come direbbe Henry Jenkins), in un’ottica collaborativa, cercando di «sposare» un mestiere che credo non meriti di scomparire (ma abbia bisogno di ridefinirsi profondamente) con tutte le potenzialità offerte dal mondo digitale. Un po’ fumoso ancora, forse, ma è un’intuizione che penso abbia bisogno di tempo e sperimentazione per essere messa a fuoco.
Intanto, c’è uno spazio: www.mistpublishing.com, ancora vuoto, ma che (si spera) comincerà a riempirsi presto, c’è un nome, MIST, che mi sembra abbastanza intrigante, MISTerioso quel che non guasta, che mi garba, come direbbero gli amici fiorentini.
È vuoto ancora, ma spero si capisca già qualcosa, perché il motore (ancora in fase di riscaldamento) è un wiki — come dire, una dichiarazione d’intenti.
Marco Ferrario, al Salone del Libro di Torino, mi diceva che gli piace definire bookrepublic un’impresa da «cantinari», per sottolineare un certo spirito pionieristico e qualche assonanza con storie esemplari del mondo dell’informatica. Beh, anche MIST ha uno spirito del genere. La «cantina» qui è molto virtuale e assomiglia a quelle in cui ci si ritrova per fare musica insieme, magari improvvisando collettivamente — una metafora che cattura il senso dell’impresa.
lun 8 mar 2010
Posted by Virginio B. Sala under attività
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È stato un periodo intenso, anche fin troppo: alla fine le cose succedono sempre tutte insieme. In questi ultimi dieci giorni circa, ho completato la traduzione de The (fabulous) Fibonacci Numbers per Franco Muzzio, e quella di What Darwin got Wrong di Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini per Feltrinelli (in italiano si chiamerà, a quanto pare, Gli errori di Darwin). Più pesante la prima, più impegnativa ma anche più attraente la seconda. Anche il rapporto con Piattelli Palmarini è stato molto gradevole – è sempre pericoloso tradurre da un’altra lingua il testo di un autore che in realtà è di madrelingua italiana. Sicuramente si tratta di un libro che farà discutere: lo si può pronosticare vedendo le discussioni che ha già suscitato l’edizione in lingua inglese. Varrà la pena di riparlarne quando l’uscita sarà vicina.
Lo scorso fine settimana, poi, ho fatto una rapida puntata a Roma, per incontrare Ran Lahav, in Italia per un seminario: sta finendo di scrivere il suo nuovo libro, la cui uscita in Italia, per Apogeo, è prevista per la fine della primavera (se tutto va come dovrebbe andare). Ran è una persona a cui voglio molto bene, in questi anni si è sviluppato con lui un rapporto d’amicizia, e non solo professionale, a cui tengo molto. Gli sviluppi della sua riflessione sulla pratica filosofica mi sembrano interessanti e importanti.
Un incontro piacevole, a roma, anche con Pietro Del Soldà, per riflettere, fra l’altro, sul suo «sillabario platonico», fatto di testi e interviste audio (lo si trova sul sito di “Pratiche filosofiche”), che contiamo di far diventare un ebook, rimescolando i materiali esistenti e qualcosa di nuovo. Progetto con qualche ambizione, di unire (almeno) testo e audio, probabilmente anche qualcosa di più. Vedremo.
Dopo quasi vent’anni, ho rivisto a Roma anche Massimo Del Duca, che aveva scritto un libro intitolato Musica digitale per la collana «Gli strumenti della musica» della Franco Muzzio Editore. È stato un libro importante, avrà presto un seguito, ma con tutta probabilità più orientato alla parte scientifica, con la musica come uno dei tanti esempi possibili. In effetti, si trattava di un libro sull’elaborazione digitale dei segnali, e le applicazioni vanno dalla geofisica all’eliminazione del rumore (in ambietni rumorosi, nei veicoli industriali, per esempio).
Il viaggio a Roma è stato l’occasione anche per una visita al MACRO, il Museo di Arte contemporanea di Roma: la mostra dedicata a Urs Luthi, un artista che non conoscevo, meriterà qualche riflessione, nei prossimi giorni…
Con giovedì 4 marzo ho iniziato il corso di «editoria multimediale» all’Università di Firenze: quest’anno gli studenti sono molti di più dell’anno scorso, una trentina… parecchi per un corso di una laurea specialistica. Tutti gli anni il corso riserva qualche sorpresa piacevole, per gli argomenti che emergono, per le discussioni che nascono in aula… vedremo. Ho fatto anche due esami e, per la prima volta, ho dato due “lodi”: Matteo Sbardella e Giulia Tardi meritano dunque una menzione. Il primo ha analizzato le prime reazioni all’unnuncio dell’iPad di Apple, la seconda ha seguito le vicende del «social marketing» di Paolo Iabichino nelle prime settimane dall’uscita del suo libro (di cui ho parlato in uno dei post precedenti), e l’ha fatto impostando una relazione in modo originale, proprio da work in progress, che mi è piaciuta proprio per il suo carattere aperto.
I due giorni a Firenze sono stati l’occasione per vedere la mostra intitolata Uno sguardo nell’invisibile, dedicata a Giorgio De Chirico (e a Max Ernst, Magritte, Baltus) a Palazzo Strozzi: le mostre di Palazzo Strozzi mi piacciono sempre molto, le trovo sempre ben organizzate, con buone didascalie (e ben visibili anche a chi comincia ad avere qualche problema di vista) e di dimensioni tali da poter essere visitate con calma in un tempo ragionevole, senza perdere la concentrazione. Anche di questa mostra riparlerò, perché il tema è troppo interessante per non meritare qualche riflessione. C’è stato il tempo anche per un giro all’Accademia – i Prigioni e il David di Michelangelo meritano sempre.
Saltando un po’ di palo in frasca… ho finito l’articolo per il nuovo numero di Audio Video Music: questo mese è dedicato a Bitches Brew di Miles Davis, dato che ricorre proprio in queste settimane il quarantesimo dalla sua pubblicazione e visto che è uscito un bel libro dedicato a quel disco, scritto da Enrico Merlin e Veniero Rizzardi, pubblicato dal Saggiatore.