«I libri sono una tecnologia», ricorda al’inizio del primo capitolo del suo Editoria digitale Letizia Sechi, che in questo libro (Apogeo Editore, 210 pagine, Euro 7,90), piccolo di formato ma ricco di contenuti, fa il punto su «linguaggi, strumenti, produzione e distribuzione dei libri digitali», come recita più esplicitamente il sottotitolo.
Sono d’accordo: «Per poter inquadrare nel modo giusto il libro digitale – scrive Letizia – bisogna ricominciare a considerare anche il suo corrispettivo materiale come una tecnologia, e non ritenerlo “naturale” in virtù della maggiore familiarità che abbiamo acquisito nei suoi confronti». Amo molto i libri, ne ho la casa piena e ho dedicato loro (a leggerli, a scriverli, ad aiutare altri a scriverli) di gran lunga la maggior parte della mia vita; ho imparato ad apprezzare come sono fatti, il loro aspetto, i materiali, la confezione, la presentazione, così come tutti i paratesti che li circondano, così come si apprezzano i prodotti di ogni forma dell’attività umana. Eppure, mi rendo perfettamente conto che non sono i libri in sé a interessarmi veramente – ma mi interessa davvero ciò che veicolano e favoriscono: notizie, conoscenza, formazione, svago, intrattenimento, spunti per riflettere o fantasticare.
Come è accaduto per molte altre cose, le tecnologie digitali per così dire «smaterializzando» riportano l’attenzione dagli oggetti alle loro funzioni, perché è a queste che va realmente il nostro interesse. È questo il modo in cui credo sia giusto considerare tutti i nuovi media: possono darci forme e modi nuovi per trasmettere e recuperare conoscenza, per fare formazione e per formarci, per intrattenere e divertirci? Per riflettere e fantasticare? Ovvio, la risposta non sta semplicemente nelle tecnologie, che sono delle «abilitatrici»; quello che possiamo intuirne sono potenzialità, sta poi a noi trovare il modo di attualizzarle – ma non ci riusciremo mai se non prendiamo le distanze per «inquadrare», se non «nel modo giusto», almeno in modo originale e creativo.
Due capitoli del libro di Letizia Sechi sono di rassegna: il primo traccia una breve storia «dalla carta, al Web, all’e-book» e il sesto parla dei dispositivi per la lettura degli ebook. Il settimo si concentra sul tema del copyright e dei DRM, importante e inevitabile, ma su cui ho poco da dire, e le idee non chiarissime (e anche l’autrice riconosce che si tratta di un argomento troppo complesso per poterlo esaurire in oche pagine).
Il nocciolo del libro sta giustamente nella parte centrale, i capitoli dal 2 al 5, che esplorano, rispettivamente, i linguaggi, i formati, la realizzazione, il flusso di lavoro per i libri digitali. Qui mi sembra abbia fatto un ottimo lavoro di introduzione, cercando di mettere un po’ di ordine in una materia ancora molto magmatica. Era ora che qualcuno cominciasse a raccontare in un modo un po’ più sistematico queste cose, su cui si trovano molte notizie ma sparse e disomogenee.
Letizia si concentra, fra tutti i formati (che pure elenca e spiega per sommi capi) sull’ePub, il più promettente anche perché è il più «aperto» dei formati circolanti, e su quel particolare tipo di codifica che è DocBook, due scelte coerenti fra l’altro, per quel che so, con il lavoro che sta facendo la redazione d Apogeo.
Credo che queste pagine siano un contributo importante per diffondere un po’ di conoscenza sull’argomento e ad alimentare l’interesse. Il lavoro sugli standard mi sembra sia appena cominciato: né DocBook né ePub si possono considerare perfetti, mi sembra siano ancora un po’ troppo legati all’idea del libro tradizionale, ma mi rendo conto che è abbastanza inevitabile che i primi passi siano un qualche tipo di ri-mediazione (nel senso in cui hanno usato questa parola Grusin e Bolter) di quello che già esiste. D’altra parte finché non si comincia a sperimentare sul serio non si va da nessuna parte. Bisogna cominciare a usare questi strumenti ed entrare in un ordine di idee diverso. Ci saranno buoni prodotti editoriali digitali (non voglio chiamarli libri digitali per non suscitare le ire di chi è ancora legato al profumo d’inchiostro) quando saranno pensati sin dall’inizio, nella fase ideativa, come tali.
Ha fatto bene Letizia a dedicare un capitolo proprio ai processi (quello che gli esperti si sentono in dovere di chiamare workflow), anche se non sono del tutto d’accordo con lei sul ruolo che tende a imporre all’autore. Credo piuttosto serva una riflessione ulteriore sul traguardo da raggiungere: il lavoro editoriale è sempre stato un lavoro di squadra, anche se magari ciascuno (autore, redattore, illustratore, grafico, impaginatore ecc.) dava il suo contributo in sequenza invece che in parallelo; sono convinto che sia piuttosto da rafforzare un modello di lavoro di tipo cooperativo sin dalle prime fasi , forse perché ho in mente prodotti che non sono basati necessariamente e principalmente sul testo. Il modello del futuro mi sembra più vicino alla produzione del teatro d’opera, a quella cinematografica o televisiva (o almeno, non il modello, ma uno dei modelli più interessanti).