Tra le moltissime cose che mi hanno colpito al Museo del Prado c’è una serie di cinque quadri che rappresentano i cinque sensi, dipinti intorno al 1617. Non sono quadri molto grandi, sono tutti di 65 cm in altezza e di circa 110 cm di base, ma ricchissimi di dettagli, di cose e situazioni che rappresentano, simboleggiano o in qualche modo comunque richiamano, volta a volta la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto.

Dopo il primo impatto, che non è stato quello di un generico piacere, ma di un fascino intenso che mi ha fatto fermare e ha suscitato la mia curiosità, l’interesse è cresciuto quando ho scoperto che si trattava di opere dipinte insieme da Jan Brueghel («dei velluti») e da Peter Paul Rubens. La firma di Brueghel spiega la ricchezza dei dettagli, quella di Rubens la morbida sensualità delle figure umane – ma sollecitava la mia curiosità anche la collaborazione di due artisti di quel calibro, di cui (nella mia ignoranza) non avevo alcuna notizia.

Un particolare da La Vista, uno dei cinque dipinti della serie dedicata ai sensi, opera di Jan Brueghel e Peter Paul Rubens, conservati al Museo del Prado di Madrid.
Le collaborazioni, in effetti, non erano una cosa tanto strana in quell’epoca, ma erano in genere fra un pittore affermato e uno di minor prestigio (se non proprio un apprendista o un puro esecutore). In questo caso si tratta invece di pittori di pari fama e prestigio, e già nella loro piena maturità (Brueghel era nato nel 1568, Rubens nel 1577). Ho scoperto poi che i due artisti abitavano vicino, erano buoni amici e hanno firmato insieme almeno 24 dipinti, di varia natura, ma sempre dividendosi i compiti nello stesso modo: ambientazione, paesaggio, oggetti messi sulla tela da Brueghel, figure umane da Rubens. Questi dipinti sono stati al centro di una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles e al Museo dell’Aja nel 2006, il cui catalogo è stato pubblicato, porta la firma di Ann Woollett come curatrice e si intitola Rubens and Brueghel. Dell’esposizione al Getty si trova ancora traccia sul sito del museo, con una presentazione che può risultare interessante non solo per i suoi contenuti ma anche per il modo in cui è realizzata.
Giusto in quest’ultimo periodo ho letto La vita delle cose di Remo Bodei, pubblicato da Laterza nella collana «Anticorpi», attirato dal tema, che mi si collegava subito al libro di Francesca Rigotti, pubblicato quando ero ancora in Apogeo, Il pensiero delle cose (un libro piacevole, che mi sarei aspettato godesse di un po’ più di fortuna, e non semplicemente perché avevo deciso io di pubblicarlo). Beh, nel libro di Bodei trovo queste parole (p. 96):
La pittura si situa a un livello diverso da quello della pura riproduzione degli oggetti. Raffigura, simultaneamente, qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto alla loro natura fisica. Trasfigurandola, produce un paradossale potenzialmento della sua solida consistenza. La ricrea, ma la priva anche della sua solida consistenza.
Bodei si riferisce specificamente allo stilleven, la natura morta, e in particolare proprio a quella olandese:
Lo stilleven sconfigge, seppur lentamente, il pregiudizio per cui veniva considerato un «genere minore», lontano dalla storia, dalla mitologia e dalle immagini sacre. Esclude gli uomini, che vantano una dignità superiore, e rappresenta non solo «piccole cose» comuni, ma, talvolta, anche arredi lussuosi (come porcellane, vasi di cristallo o elaborate saliere). Sono però le immagini di cose umili a far riscoprire la meraviglia del quotidiano.
I dipinti sui sensi di Rubens e Brueghel non si possono definire esattamente delle nature morte, vista la presenza di figure umane, ma il gusto della rappresentazione di oggetti, non semplicemente naturali, mi sembra inquadrarsi bene nella presentazione che ne fa Bodei. Certo ci sono valori simbolici probabilmente in tutti gli oggetti raffigurati (e non semplicemente perché tutti in qualche modo rimandano al senso che è il tema, volta a volta, del dipinto), ma a un occhio non troppo esercitato come il mio giungono di più gli aspetti di esplorazione partecipe, di piacere nell’osservazione, di godimento nell’enumerazione. E c’è sicuramente anche una componente ludica, evidente nelle raffigurazioni di quadri dentro il quadro, con cui in particolare Brueghel si cita o forse fa la parodia di se stesso.
Riprendo ancora da Bodei, a pag. 99:
Nello stilleven le cose vengono mostrate, in lingua olandese, al loro toppunt, ossia nel momento della loro perfetta maturità, del pieno dispiegarsi delle loro qualità: allo zenit, prima del loro inevitabile corrompersi. Partecipano al comune destino di tutto ciò che nasce e muore, ma la pittura le rende durevoli, le fissa nel loro muto persistere. La provvisorietà viene riscattata e il godimento – promesso dalla loro immediata consumazione in forma di cibo, bevanda, fumo, musica o lettura – diventa virtualmente infinito per lo sguardo di ogni futuro possibile fruitore.
Il libro di Bodei non è dedicato semplicemente a questo aspetto di vita delle cose, affrronta il tema in modo molto più ampio, a partire dalla generale distinzione fra «cose» e «oggetti» («Investiti di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, gli oggetti diventano cose», p. 22). Poiché cosa si dice anche di persone o ideali, i dipinti di Rubens e Brueghel sono pieni di cose più che di semplici oggetti, mi sembra investite di un senso profondo di gioia di vivere.
Un’ultima citazione da Bodei (consiglio di leggerlo, non è molto lungo, è decisamente interessante), che è pertinente alla riflessione sui dipinti visti al Prado:
Ogni generazione è circondata da un particolare paesaggio d’oggetti che definiscono un’epoca grazie alle pagine, ai segni e all’aroma del tempo della loro nascita e delle loro modificazioni. A modo loro, gli oggetti crescono e deperiscono, come i vegetali e gli animali, si caricano di anni o di secoli, vengono seguiti, accuditi, curati oppure trascurati, dimenticati e distrutti.
Diventati desueti, finiscono nei solai, nelle cantine, nel banco dei pegni, nei negozi dei rigattieri e degli antiquari, nelle discariche. Ritrovati o comprati, emanano un effluvio di malinconia, somigliano a fiiori vizzi che per rinascere hanno bisogno delle nostre attenzioni.
Ho usato prima la parola «enumerazione», e se c’è qualcuno che sa di enumerazioni è Umberto Eco: in effetti, ho trovato con piacere che Udito, dei cinque dipinti della serie dei sensi di Brueghel e Rubens, è presente nel suo Vertigine della lista, di recente pubblicato da Bompiani, e ancor più recentemente arrivato sulla mia scrivania. Il libro è coerente con il suo tema: in fondo è una lista di brani letterari e di immagini che elencano cose, le più varie. Brevi introduzioni di Eco e un’antologia di brani che vanno dal catalogo delle navi dell’Iliade ai contemporanei, affiancati da una carrellata di immaginiche coprono più o meno tutto l’arco della storia dell’arte. Due discorsi paralleli, che si accostano in modi a volta inaspettati, come proprio nel caso dell’Udito, di cui è riprodotto un particolare, finito accanto a un brano di Mark Twain. Il risultato suscita molta curiosità: forse qualcuno ne sarà spinto a scrivere un libro che approfondisca il tema della lista, al di là del catalogo leporelliano.
Il libro di Eco riproduce anche un altro dei dipinti che ho visto al Prado, e che mi ha colpito enormemente, Il giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch – una presenza quasi ovvia se si parla di liste per immagini, e un quadro di una forza visionaria veramente impressionante. Ho rifatto il giro di un pezzo di museo tre volte per rivederlo: mi attirava come una calamita. Forse un giorno riuscirò a dirne qualcosa, ma ho l’impressione che un’opera di quel genere meriterebbe un libro intero…