The Haight-Ashbury. A History è un libro di Charles Perry, pubblicato da Rolling Stone negli anni Ottanta e ripubblicato (rivisto e ampliato) da Wenner Books nel 2005 con una introduzione di Bob Weir dei Grateful Dead. E’ la storia del quartiere di San Francisco alla metà degli anni Sessanta, quando è l’epicentro della “scena hippie”, “vortice della Bay Area”, durato poco più di due anni, culminato nella Summer of Love di cui tanto ancora si favoleggia, e che è stata anche l’inizio della fine di un sogno, un’utopia di “tolleranza e non esclusività”. Spazzata via dalla normalità, dalla guerra in Vietnam, dalla malavita e dalle droghe pesanti, dall’incapacità di gestire i conflitti razziali, e da molti altri fattori piccoli e grandi.
Il libro racconta la storia di quegli anni con grande dovizia di dettagli, ed è sicuramente utile, per cercare di capire che cosa fosse qu
el movimento, di cui in gran parte si è persa memoria dopo oltre quattro decenni, ma le cui tracce sono ancora avvertibili. Devo a Giovanni Ziccardi (che insegna a Giurisprudenza all’Università Statale di Milano) la prima segnalazione di questo libro: ne avevamo parlato un paio d’anni fa, pensando a una possibile traduzione italiana, ma poi non se n’è fatto nulla. Finalmente ho avuto la possibilità di leggerlo con calma.
Perry racconta, fa una cronaca molto dettagliata: questo non è un libro di sociologia o di analisi storica. Solo ogni tanto si lascia andare a qualche considerazione più generale, e nel settimo capitolo (“What was that?”) cerca di tirare un po’ le somme. Il che non è per forza un difetto: il bello del libro è proprio il restituirci nel racconto un po’ dell’atmosfera di quel periodo. Perry, peraltro, c’era, e per un certo periodo a Berkeley fu anche compagno di stanza di Owsey Stanley, che sarebbe poco dopo diventato il maggiore produttore di LSD degli Stati Uniti. La sua carriera di giornalista a Rolling Stone è iniziata solo dopo la Summer of Love.
A me interessava, in questo momento, soprattutto il versante musicale, che di quel periodo è caratteristica saliente, ma ha un interesse anche in sé. E’ il momento in cui, diventando parte integrante dell’esperienza psichedelica (negli Acid Test, in altre manifestazioni analoghe, quando l’LSD era ancora legale), la popular music, nella fattispecie il rock dei Grateful Dead, dei Quicksilver Messenger Service, dei Big Brother and the Holding Company, dei Jefferson Airplane e di molti altri gruppi, esce dalla dimensione del ballo per entrare in quella dell’ascolto, e per di più in una condizione di forte interazione-partecipazione fra musicista e “pubblico”. Nella musica di quelle band confluiscono gli elementi più eterogenei: dal beat della British Invasion al folk nelle sue varie declinazioni, dal blues al jazz, progressivamente conditi anche con un po’ di influenze etniche. Un crogiolo da cui Ë difficile, o forse del tutto impossibile, estrarre delle costanti stilistiche, al di là di una grande libertà inventiva; comune sembra invece la dimensione esecutiva, partecipativa, esplorativa, non legata alle movenze del ballo né costretta dai vincoli temporali della resistenza fisica di un danzatore o dal modello del disco a 45 giri (sono anche gli anni in cui si diffondono i 33 giri: il gusto psichedelico alla dimensione dilatata non farà che contribuire a definirne il successo).
Poi, le luci, i light shows di Bill Ham, di Ray Anderson, e altri ancora, che usavano una tecnica inventata da Seymour Locks allo State College di San Francisco (diapositive riempite con un pigmento liquido, o proiettori il cui fascio di luce veniva fatto passare attraverso colori liquidi) negli anni Cinquanta e non si era mai diffusa fino ad allora: una particolarità della scena Californiana, rispetto ai modi d’uso delle luci sviluppati negli anni Sessanta a New York o dal gruppo di Timothy Leary. Da quel momento la luce entra a far parte dello spettacolo del rock e avrà un posto importante nel lavoro dei gruppi che si muoveranno fra la psichedelia e il progressive (Pink Floyd per primi), soprattutto in Inghilterra. (Le “luci psichedeliche” da discoteca sono un’altra derivazione, più vicina all’idea dello sballo che alla creatività artistica.)
Ancora, la grafica: i poster di Wes Wilson per Chet Helms di Family Dog e per Bill Graham, poi quelli di Stan Mouse (Stanley Miller) e di Rick Griffin, la grafica dell’Oracle (il periodico di Haight-Ashbury), semplici fogli informativi dapprima, poi sempre più complessi, con la scoperta da parte di Wilson dello stile di lettering del viennese Alfred Roller, sempre meno leggibili ma sempre più amati. Comincia qui l’uso di conservare i poster come lavori grafici degni di attenzione e rispetto in sé, e non semplicemente come fonte di informazione deperibile. Racconta Perry che un giorno del 1966 Bill Graham stava appendendo i poster che annunciavano uno dei suoi eventi lungo Telegraph Avenue a Berkeley; finiti quattro isolati, scoprì che i poster erano già stati staccati dagli appassionati che li volevano conservare. Da quel momento Graham cominciò a stamparne più dei cinquecento che commissionava solitamente, e cominciò a regalarli (poi a venderli) in occasione di serate e concerti. Dai poster l’attenzione per la grafica è passata ai dischi: fino a quel punto le copertine erano state prevalentemente povere, foto degli artisti o dei gruppi nel migliore dei casi, in genere “in posa”, ma dai primi dischi dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane (complici un po’ anche i Beatles di Sgt. Pepper) la grafica è diventata una componente essenziale dell’immagine di un genere o di uno stile. Per fare solo l’esempio più famoso, le copertine di Roger Dean per gli Yes dei primi anni Settanta sono state un marchio del progressive non meno del gusto nella composizione musicale, nell’arrangiamento, nell’esecuzione, e hanno inaugurato un filone che ha i suoi modelli e i suoi stilemi (sicuramente rafforzati poi dal marketing alla ricerca di segni di identificazione e di articoli da merchandising).