21. febbraio 2011 · Commenti disabilitati su Qualche soddisfazione · Categorie:editoria, progetti, recensioni e segnalazioni · Tag:, , , ,

Ho scaricato sull’iPad il numero di marzo di Wired (edizione americana) e sfogliandolo ieri sera ho visto con piacere due pezzi su altrettanti libri che ho avuto modo di leggere in bozza, sulla cui traduzione in italiano ho dato parere molto favorevole. Sono il libro di Jane McGonigal, Reality is broken, e quello di James Gleick, The Information. Parere facile da dare per il secondo, forse, ma mi fa piacere vedere che l’intervista a Gleick su Wired è firmata da Kevin Kelly, non uno qualunque. Insomma, mi sento un po’ meno fuori dal mondo. E anche incuriosito dalla coincidenza: non è che mi capiti di dare giudizi «ufficiali» su centinaia di libri, di questi tempi, e trovarne ben due di quelli che potrò dire di aver contribuito a far uscire anche in Italia in un solo numero di una rivista del genere fa un po’ impressione (a me).

Il libro di Jane McGonigal (vedi anche qui) uscirà, si spera, a maggio, da Apogeo, in concomitanza con la venuta dell’autrice in italia; quello di Gleick è previsto molto più in là (è anche un volume abbastanza corposo) e uscirà da Feltrinelli. Visto che oltretutto li traduco io, non fatemi fare brutta figura, non correte a comprarli in inglese… aspettate l’edizione italiana!

20. febbraio 2011 · Commenti disabilitati su Sulla difficoltà di scrivere (e di pensare) · Categorie:politica · Tag:, , ,

È stato un lungo silenzio: ci sono periodi in cui le vicende familiari e il lavoro riescono a prosciugare completamente, e scrivere risulta molto difficile. Senza considerare poi le vicende del mondo – da quelle italiane sempre più tristi e deludenti, a quelle mondiali, sorprendenti e almeno per me di difficile lettura – che fanno sembrare un’impresa vana e insensata parlare di libri ed ebook, musica o arte. Non oso nemmeno più pronunciare la parola «cultura».
Qualche giorno fa un amico americano mi scriveva chiedendomi se c’era finalmente qualche speranza di sconfiggere il Grand Wizard of Evil – proprio così, definizione sua, e maiuscole sue. A parte il fatto che gli ho risposto che, anche se la speranza è l’ultima a morire, secondo me sarebbe riuscito a cavarsela anche questa volta, mi sembra più importante quello che traspare, da poche parole, dell’immagine che si sono fatti all’estero. (Le persone comuni, non gli ambasciatori, e senza bisogno di Wikileaks.)
«Il mondo è più grande dello spettacolo claustrofobico che ci propinano giornali e tv», scriveva Riccardo Luna qualche settimana fa. Per fortuna è vero, ma la sensazione non è neanche di claustrofobia, è di impotenza. La cosa più appariscente di questa arena politica è la riduzione del discorso pubblico a una sorta di discussione (si fa per dire) fra tifosi. Se tieni per una squadra, il resto del mondo più o meno scompare: metti un tifoso del Milan e uno dell’Inter davanti allo stesso televisore a vedere un derby, e proprio non vedranno la stessa partita. Hai un bello scrivere libri sul critical thinking, di pensiero critico non esiste più nemmeno l’ombra. Non si riesce nemmeno a mettersi d’accordo su qualche «fatto». Quello che per uno è un fallo clamoroso per l’altro è un intervento regolarissimo (al più un po’ rude, o meglio «maschio», come se fosse necessariamente un valore) sulla palla. Ascoltare le dichiarazioni dei politici per credere. Se Corte costituzionale e Consulta non lasciano passare una legge (che ovviamente è giusta, giustissima), è solo perché i loro membri sono per la maggioranza dell’altra parte: se l’arbitro fischia un fallo, è perché è venduto. La soluzione ovviamente non sta nel discutere sul merito (o magari nel giocare correttamente) ma nel sostituire l’arbitro con un altro, che magicamente non sarà più venduto ma imparziale.
Si genera un impasse, in questo modo, da cui è difficile uscire. Sempre Riccardo Luna: «questo paese è così fermo che per iniziare a cambiare non devi correre. Basta alzarsi e camminare». Sarei anche d’accordo, ma ho il timore che qualcuno mi faccia lo sgambetto e di finire, se l’arbitro è quello giusto (o quello sbagliato? non capisco più) espulso per simulazione. Senza contare che anche per camminare ci vorrebbe comunque una meta, che è assai difficile da individuare in assenza di un genuino discorso pubblico (ve la ricordate quella specie di pubblicità-progresso che girava in televisione non molte settimane fa, a proposito del nucleare, dall’aria così innocente e neutra, quasi illuminista in quel suo sedicente/seducente invito a farsi una propria idea?).
Devo essere ridotto proprio male. Dev’essere la prima volta in vita mia che uso tutte queste similitudini sportive in una sola pagina. Non lo faccio più, promesso.