Stimolato dalla prima pagina del «domenicale» del Sole 24 Ore, una decina di giorni fa mi sono comprato il primo volume («Dalle origini al Rinascimento», curato da Amedeo De Vincentiis) dell’Atlante della letteratura italiana, a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà: un tomo di grande formato, quasi 900 pagine (858+xxvi, per l’esattezza), cartonato con sovraccoperta, 85,00 Euro di prezzo di copertina (ma su lafeltrinelli.it, per esempio, lo si trova significativamente scontato), edito da Einaudi.

Non sono un esperto di storia della letteratura italiana e non posso mettermi a discutere con competenza dei contenuti: lo posso apprezzare da lettore, mi incuriosisce molto e conto di apprendere qualcosa dalla lettura. Ma ne parlo lo stesso, perché l’impostazione di questo libro merita di essere notata.

Innanzitutto, è un «atlante»: incrocia la prospettiva della storia (quella con cui siamo più soliti considerare le letterature) con la prospettiva della geografia. E come ogni atlante che si rispetti, è un libro ricco di cartine e fa ampio uso di strumenti di visualizzazione – mappe, tabelle e diagrammi, oltre a un piccolo numero di fotografie. La componente illustrativa ha un peso importante perché occupa almeno un terzo dello spazio, ma soprattutto perché (e basta leggere un po’ di pagine a caso per capirlo) non è un’aggiunta estrinseca, bensì componente imprescindibile del discorso. È sorprendente prendere in mano un testo che parla di letteratura e vedere così tanti elementi grafici: sorprendente in senso positivo.

Sostengo da molti anni che, anche nella saggistica, bisogna imparare a sfruttare tutti i mezzi della visualizzazione: ho provato a difendere questa posizione e a incoraggiare in questo senso quasi tutti gli autori con cui ho avuto occasione di lavorare, ma raramente ho trovato più di una generica comprensione. Anche quelli che nella vita di tutti i giorni poi, per spiegare le loro idee, non riescono a fare a meno di tracciare disegnini sulla carta o sulla lavagna, appena si mettono a scrivere celebrano solo il primato della parola. Giustissimo usarle, le parole: ma in un’epoca che sappiamo bene (ed è stato scritto in tutte le salse) dominata dall’immagine, dal visivo, non imparare a fare buon uso di questi strumenti è fortemente limitante.

Gli autori dell’Atlante invece hanno fatto un ottimo uso degli strumenti visivi: se anche non vi interessa affatto la letteratura italiana, dateci un’occhiata, perché può offrire materiale di riflessione anche per altri tipi di libri (e per altri tipi di prodotti editoriali – digitali e non).

Poi: il volume è suddiviso in quattro parti, caratterizzate geograficamente: L’età di Padova (1222-1309), L’età di Avignone (1309-1378), L’età di Firenze (1378-1494), L’età di Venezia (1494-1530); ed è costituito, se non ho contato male, da 111 contributi (un caso, o qualche divertimento numerologico?); ci sono diversi autori che hanno firmato più di un contributo, ma comunque si tratta di almeno una quarantina di collaboratori (non ho avuto la pazienza di fare il conto esatto).

Fermiamoci al dato numerico: una quarantina di autori (solo per questo volume), un comitato scientifico, i curatori dell’opera, dei volumi e delle singole parti, gli illustratori, i grafici, gli impaginatori, i redattori – stiamo parlando di una squadra di una sessantina di persone almeno, se non di più. Alla Einaudi non sono nuovi a opere complesse, sanno sicuramente ormai bene come gestire lavori di grandi dimensioni e come «tenere insieme» così tanti fili che minacciano continuamente di aggrovigliarsi o di sfuggire dalle mani. Ho partecipato qualche volta a operazioni editoriali con molti collaboratori (ma mai con così tanti) e so che il rischio di finire fuori controllo è in agguato a ogni passo – problemi di flussi dei materiali, di coerenza, di gestione degli imprevisti ma anche dei rapporti personali.

Se, come molti sembrano augurarsi, gli editori scompariranno, avremo ancora opere di questa complessità? Si genereranno spontaneamente come Wikipedia? O al posto degli editori vedremo emergere nuove entità culturali? Forse di iniziative di questo calibro si faranno carico le università, o le accademie, o i musei? Altri ancora? Qualcuno forse penserà che non è importante: in fondo, a chi interessa un atlante della letteratura italiana? Se anche non ci saranno altri lavori del genere, non morirà nessuno. Forse non sono in grado di dare una risposta ben articolata, ma ho proprio l’impressione che invece perderemmo qualcosa – e che non la perderebbero solo i pochi (?) interessati a questo atlante o ad altri prodotti simili.

Scendendo un poco più in profondità rispetto al puro dato quantitativo, ci si accorge che il volume ha una struttura non immediatamente evidente ma molto interessante: ciascuna delle quattro parti comprende una introduzione generale e una serie di saggi, sempre di due tipi diversi, saggi «narrativi» e saggi «grafici». Senza ripetere una storia della letteratura (ne esistono già molte), i saggi narrativi prendono spunto da un evento e da un luogo specifici (Melfi, ottobre 1231: l’imperatore Federico II fa pubblicare ufficialmente il Liber augustalis; oppure Venezia, marzo 1476: alcuni fiorentini finanziano l’edizione volgare delle storie di Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini – tanto per citarne un paio a caso), mentre i saggi grafici, come precisano i curatori,

insistono – in genere – su geografie più larghe e su cronologie più dilatate. Non di rado […] propongono il trattamento sistematico di un tema che [i saggi narrativi] affrontano in maniera sintetico-esemplare: così, a fronte di un singolo episodio come il bando dei letterati e dei giuristi filo-imperiali dalla Bologna del 1274, si avrò una ricostruzione seriale dell’esilio degli intellettuali nell’Italia dei secoli XIII e XIV; a un traumatico momento di divisione interna all’Arcadia nella Roma del 1711, seguirà un quadro d’insieme della distribuzione delle colonie arcadiche sulla carta geografica della penisola fra Sei e Settecento. Ma è frequente anche il caso di saggi grafici liberi da nessi cogenti con i saggi narrativi. […] La differenza fra i primi e i secondi risiede nelle modalità d’approccio al problema. I saggi narrativi investigano una situazione specifica: un punto della mappa, una congiuntura storico-letteraria suscettibile di estrapolazioni e interpretazioni generali. I saggi grafici rispondono a una logica ermeneuticamente divesa: ragionano di curve più che di punti, di strutture più che di congiunture.

Citazione forse un po’ lunga, ma mi sembra anche illuminante: qui c’è un bel progetto, che risolve con grande eleganza il problema di non ripetere una storia già trattata con dovizia di particolari altrove, trovando una chiave strutturale che peraltro permette di fare delle incursioni dentro punti esemplari di quella storia e di vederla ancorata nei luoghi specifici in cui si è svolta. E c’è un criterio forte che ispira la realizzazione dei contributi grafici. Insomma, una serie di idee progettuali davvero notevole.

Questi aspetti progettuali rendono il volume particolarmente interessante, anche al di là dei suoi contenuti specifici. E suscitano qualche domanda che credo non sia proprio peregrina. Chi è l’autore dell’Atlante della letteratura italiana? È ovviamente facile associare un autore a ciascun contributo, ma non lo è invece attribuire un «autore» in senso stretto al tutto. I due curatori, Luzzatto e Pedullà, per certi versi qui hanno una funzione più simile a quella del regista per un film: danno un’impronta forte ma non avrebbero mai potuto realizzare il tutto da soli. Per non dire dei molti che non figurano fra gli autori, ma che sarebbero comparsi nei titoli di coda di una pellicola cinematografica (redattori, disegnatori, impaginatori, correttori di bozze e così via – come costumisti, truccatori, location scout, rumoristi…).

Si tratta di un esempio davvero istruttivo: credo che in futuro ci saranno molti più prodotti editoriali di complessità paragonabile a questo – e non solamente in questo settore, della saggistica alta, ma anche in quelli dell’intrattenimento o della varia. Perché la realizzazione di un progetto nel mondo digitale, che di quel mondo sfrutti largamente le possibilità, richiederà sempre di più un lavoro di squadra, in cui attribuire l’epiteto di «autore» non sarà affatto facile. È improbabile che nascano tanti nipotini di Leonardo capaci di usare con la stessa competenza e la stessa creatività parole, immagini, immagini in movimento, suoni, tecniche di programmazione e forse altre cose ancora. Più probabile che, come per il teatro o il cinema, servano «compagnie» di persone con capacità e competenze diverse – che magari si aggregano variamente, a seconda dei progetti, in modo flessibile, reticolare. Mi sembra più probabile una «morte» dell’autore (in senso tradizionale, magari con la A maiuscola), in questo senso, che la scomparsa dell’editore – perché è più nel suo DNA saper mettere in piedi iniziative complesse e articolate, in cui anche marketing e promozione, intesi in senso affatto nuovo, hanno un ruolo.