30. ottobre 2010 · Commenti disabilitati su Libro vs ebook: che senso c’è? · Categorie:media · Tag:,

Continuo a vedere molte discussioni in cui si contrappone il libro (nel senso dell’oggetto cartaceo) all’ebook, all’enhanced book o ad altri «oggetti» digitali. Non voglio dire che queste discussioni non abbiano alcun senso, e sono disposto anche ad ammettere esplicitamente che in qualche caso ce l’hanno; ma mi sembra che sarebbe molto più fruttuoso oggi mettersi in una prospettiva diversa, fare un piccolo salto di livello e affrontare le questioni in una più generale prospettiva di comunicazione (non trovo un termine migliore).

In altre parole: non penso siano importanti in sé il libro, l’ebook o altre cose ancora, bensì quello che si cerca o quello che si vuole fare.

Facciamo qualche esempio. Cerco di mettermi dalla parte di una persona qualsiasi (nel senso di mettere tra parentesi quelli che possono essere i miei interessi di «operatore» nel mondo editoriale). Supponiamo che questa persona voglia sapere qualcosa di Kiribati – che è poi un piccolo stato dell’Oceania (ma questo è inessenziale); e che voglia delle informazioni abbastanza approfondite. Non molti anni fa, non avrebbe avuto molte possibilità di scelta: con ogni probabilità, avrebbe dovuto fare ricorso a un’enciclopedia o a una biblioteca, in sostanza a uno o più libri di qualche tipo, o al più a un fascicolo di una rivista.

Oggi e in un paese come il nostro, la sua strategia può essere molto più complessa: può “googlare” la parola Kiribati e scoprire l’esistenza di un numero molto più ampio di fonti: sicuramente ancora libri (anche alcuni di cui prima non sarebbe mai venuto a conoscenza), riviste, ma anche siti web, video, magari programmi televisivi accessibili dalla Rete; o anche forum, liste di discussione o social network in cui può incontrare persone che sanno di Kiribati (o l’hanno visitato o ci vivono) e gli possono raccontare quello che gli serve. La sua possibile dieta comunicativa oggi è molto più ricca e potrà scegliere – in base a molti criteri diversi, che possono andare dalle preferenze (per un tipo di medium, una lingua ecc.) a valutazioni relative alla credibilità e affidabilità della fonte, ai consigli dei conoscenti o a forme di valutazione dei pari. e in funzione di particolari vincoli (un ipovedente o un non vedente preferirà un audiolibro o un podcast ed escluderà i video).

L’esempio può essere facilmente generalizzato: la procedura che ciascuno di noi segue dipende

  • da quello che vuole raggiungere o ottenere – informazioni, conoscenze, svago o altro ancora;
  • da quello che è (gusti, preferenze, limiti fisici e così via)
  • dal contesto (in mezzo al deserto del Sahara non si possono fare le stesse cose che si fanno in una grande città europea, e viceversa; più semplicemente, in viaggio o a casa).

Volta a volta, la strada che si seguirà sarà diversa: per rilassarmi stasera potrei leggere un giallo, guardare un film in dvd, ascoltare un disco, giocare a carte o con la Playstation, o fare molte altre cose. Dipenderà dall’umore o da qualche altro fattore, non importa. Quello che importa è che non è detto che il libro sia sempre la soluzione migliore.

Non c’è nulla di rigido, peraltro: ciascuno di noi ha atteggiamenti diversi in momenti e situazioni diverse; analogamente, due persone diverse possono reagire in modo diverso alle stesse situazioni.

Se faccio il giro dall’altra parte del tavolo e mi metto nei panni di un autore o di un editore, vedo una condizione difficile ma anche interessante. Alcuni elementi di fondo non sono cambiati, ma il mio «lavoro» (o comunque lo si voglia chiamare) ora non può non tenere conto di una disponibilità più ampia di strumenti.

Alcuni elementi di fondo non sono cambiati: basta riflettere a quello che è successo nei tempi in cui la carta stampata era, se non proprio l’unico, certo il mezzo più efficace. Ogni editore sa bene che il pubblico è vario: per interessi, gusti, abitudini, condizioni economiche e così via. Così nel tempo sono state trovate soluzioni diverse per rispondere a esigenze diverse: di uno stesso «titolo» si possono trovare in commercio magari un’edizione principale rilegata con sovraccoperta, una edizione economica, una tascabile, una di lusso, una per il club del libro, una (ridotta) per bambini, illustrata, una stampata con caratteri più grandi per ipovedenti o presbiti, una o più commentate per la scuola… Formati, caratteristiche, prezzi differenziati.

E, più a monte, ogni editore ha sempre lavorato molto per realizzare i suoi libri al meglio: il che significa costruirli nel modo più adatto per l’argomento trattato (o il genere di libro) e per il destinatario prefigurato.

Sotto questo profilo, oggi non è cambiato un granché: semplicemente viene a cadere il vincolo della carta. Lo so che esagero con quel «semplicemente», ma voglio sottolineare che l’approccio di fondo non deve cambiare: si tratta sempre di trovare il modo migliore di comunicare, in funzione dell’argomento e del destinatario. Solo che oggi la scelta fra gli strumenti è molto più ampia, le tecnologie digitali hanno abbattuto barriere che sembravano rigide e invalicabili, tutti abbiamo una dieta mediatica molto più ricca, interessi, gusti e contesti si sono molto diversificati. Quindi quello a cui ci troviamo di fronte non è un impoverimento, ma un arricchimento; e le nostre attività non diventano necessariamente più semplici, ma probabilmente più complesse.

In base a:

  • quello che si vuole comunicare (argomento, genere, finalità)
  • destinatario prefigurato (interessi, gusti, caratteristiche, condizioni economiche ecc.)
  • contesto

le opzioni oggi sono molto più numerose, e sarebbe miope ignorarle. I tipi di «prodotti» realizzabili sono molti di più: immagino siano possibili molte cose nuove, così come molte varianti delle vecchie.

Si tratta di aver sempre presente qual è l’obiettivo e non lasciarsi sviare dalle classificazioni (che sono utili, ma non devono diventare delle gabbie). Voglio «raccontare» la teoria della relatività? A chi? Erano problemi che ci ponevano anche ieri, e sapevamo benissimo che queste domande pongono questioni di linguaggio, di organizzazione delle informazioni e così via. A uno studente universitario potremo proporre anche le equazioni di Einstein, ma a un pubblico più generico no. L’esempio è banale, ma lo si può arricchire, e comunque problemi analoghi si pongono per qualunque argomento e qualsiasi genere di libro. Anche un autore di thriller si porrà sicuramente il problema di trattenere il più possibile l’attenzione dei suoi lettori: non si tratterà di scegliere se usare o meno le formule, ma sicuramente ancora di linguaggio, di organizzazione della trama e così via.

La domanda oggi diventa: qual è il modo migliore di raccontare la relatività di Einstein, avendo a disposizione non solo la carta ma anche tutti gli strumenti della tecnologia digitale? Quale mix usare? Quali strategie usare? (monocanale, multicanale, multimediale, transmediale… chi più ne ha più ne metta.)

La risposta non sarà, probabilmente, unica, nella maggior parte dei casi: anche a parità di destinatario e di contesto. Ci sono molte altre variabili: dalle competenze e dalle capacità degli autori, alla forza organizzativa dell’editore, da vincoli economici alla possibilità/necessità di lavorare da soli o in un gruppo… Ci si può augurare una maggiore varietà, non un appiattimento. E, per controbilanciare un’affermazione precedente, non è detto che un prodotto digitale sia sempre la soluzione ideale.

19. ottobre 2010 · Commenti disabilitati su Ebook: quel che vorrei (part one) · Categorie:media · Tag:, , , , , , , , , , , , , ,

Sono arrivati tutti, ormai: da bookrepublic a bibletstore, da ibs a lafeltrinelli e bol e quant’altri. Volevamo i libri elettronici in italiano, siamo stati accontentati. Dubbi?

Sandrone Dazieri segnalava il Bluefire Reader di Bluefire Productions per iPhone, iTouch e iPad: grazie ancora. Lo si trova su iTunes, è una app gratuita, permette di leggere anche gli ebook protetti con DRM. Un passo avanti, anche se non toglie nulla alle altre osservazioni sul DRM.

Questo mi aspetterei, in un futuro non troppo lontano: che si sviluppino dei reader (software) che permettano di leggere tutto, risolvendo per me i problemi di formati e protezioni. Vorrei che si standardizzasse tutto abbastanza perché i programmi di lettura diventassero come i browser: posso scegliere fra Explorer, Firefox, Chrome, Opera, Safari e altri ancora, e vedere gli stessi siti. Per i programmi di lettura mi aspetterei una maggiore varietà di funzioni: da quelli orientati alla lettura sequenziale, per chi è interessato solo a leggere romanzi come faceva prima, ma su un supporto diverso; a quelli più raffinati che rendano più facile non solo la lettura ma anche la consultazione e l’integrazione con altri strumenti – più vicini, insomma, all’idea di un ambiente di lavoro per chi studia, fa ricerca, scrive professionalmente e così via. Penso, per esempio, a una sorta di evoluzione di strumenti come Scrivener o Devonthink di cui dà una bella dimostrazione Howard Rheingold (ma resi indipendenti dal sistema operativo: soffro a non poter usare strumenti come questi e a doverne solo parlare perché ho una macchina Windows).

Mi aspetto, insomma, una segmentazione in base a una «classificazione» degli utenti possibili. Con tutte le varianti possibili man mano che (prevedo) si incorporeranno nei nuovi «prodotti» elementi diversi dal puro testo scritto. Credo sia giusto cominciare fin d’ora a parlarne, per suggerire a chi crea questi programmi la direzione in cui muoversi.

Ho visto con piacere che qualcuno ha raccolto l’idea di cominciare seriamente a parlare di come sono fatti i libri elettronici: grazie a Fabrizio Venerandi. Sarebbe utile un sito dove si cominciassero a raccogliere le recensioni di ebook: inutile raccontare di Pirandello e del Fu Mattia Pascal (altri ci hanno già pensato), ma si può cominciare a segnalare che cosa un’edizione digitale offre e che cosa no: ci sono o non ci sono collegamenti ipertestuali, cura dell’edizione e via di questo passo. Va affinato il modo di parlare di questi oggetti e vanno perfezionati i criteri di giudizio: quella della recensione dell’ebook mi sembra un’arte ancora da inventare. Esiste già un sito del genere? Non credo che siano sufficienti eventuali commenti nei siti dei distributori/rivenditori/librerie online: credo sarebbe utile un sito ad hoc indipendente, e in cui poter fare anche un po’ di «metariflessione», sui criteri e il linguaggio della recensione. Se qualcuno sa di un sito del genere, me lo segnali. Altrimenti: non ci sarà qualcuno che raccolga l’idea?

Altro punto che mi sta a cuore: come si codifica il testo. Mi sembra un problema importante, ma di cui si è parlato poco (o io non me ne sono accorto: è possibile). Uno strumento come Docbook è interessante, ma mi sembra che sia fortemente improntato dagli interessi di chi lo ha definito, cioè i libri di informatica. Ma è un buon punto di partenza. O c’è di meglio? Qualcuno sta lavorando con TEI? Perché una scelta, perché un’altra?

Quanto deve o può essere fine il livello di strutturazione e codifica del testo per un ebook? Si può codificare la struttura avendo presente fondamentalmente il modo in cui vengono resi graficamente gli elementi nel libro tradizionale: così si distinguono i capitoli, i paragrafi di vario livello e così via; poi all’interno del testo si distinguono in qualche modo le evidenziazioni (quelle che tradizionalmente si trattano con il corsivo e il grassetto). Sospetto che molti lavorino così, ma, anche se apparentemente il criterio guida è quello strutturale, in fondo ci si lascia orientare ancora da un criterio grafico.

I corsivi non sono tutti uguali: a volte evidenziano una definizione, a volte un uso improprio, altre il titolo di un libro, quello di un film, oppure una parola straniera… Se si pensa semplicemente «espressione evidenziata» e si codifica di conseguenza, si perdono informazioni. Tanto c’è la ricerca su tutto il testo, penserà qualcuno. Ma è una ricerca poco intelligente: mi dà delle risposte utili se sto cercando Il Gattopardo, ma se domani volessi cercare nella mia biblioteca tutti i passi di tutti i libri che ho, in cui si cita il titolo di un film? Oggi i motori di ricerca dei reader non me lo lasciano fare, ma se anche me lo consentissero, come potrebbero darmi una risposta? Lo potrebbero fare solo se nel testo i titoli di film fossero codificati come tali, non semplicemente come espressioni evidenziate. Quanto più fine è la codifica, tanto più utile potrà dimostrarsi in futuro il testo. O no? Mi sbaglio? Sto creandomi un problema inutile? La cosa è ininfluente?

C’è qualche luogo (più o meno virtuale) in cui di queste cose si discuta pubblicamente?

La lista delle cose che vorrei sicuramente non è finita, ma per ora mi fermo qui. Tempo di riprendere la questione ci sarà.

Una sola osservazione, più leggera e un po’ fuori tema (ma non troppo), prendendo spunto da uno dei commenti al post precedente. Sandrone Dazieri si preoccupava del suo futuro d’autore, pensando a un’evoluzione dell’editoria nello stesso senso dell’industria musicale, e non sentendosi all’altezza di emulare Madonna o Lady Gaga «live». Ho letto Drood di Dan Simmons, in questi ultimi giorni, e sono rimasto colpito dalla sua descrizione delle «letture» pubbliche e a pagamento di Charles Dickens. Non so quanto ci sia di «storico» (come si diceva una volta nelle note dei romanzi d’avventura), ma l’idea mi sembra degna di nota. Di sicuro Dickens ebbe molto successo in quelle sue letture teatrali, e doveva essere molto bravo; di sicuro non tutti possono essere Dickens. Ma non mancano altrettanto sicuramente esempi (oggi) di occasioni in cui eventi letterari inducono lo spostamento di molte persone, disposte anche a pagare: festival della letteratura, della filosofia, della mente; reading in teatro e così via. Forse ci si potrebbe pensare davvero (luogo reale, luoghi virtuali, perché no?). Non andreste a sentire Dazieri che legge pagine del Gorilla? Anche Dickens aveva nei suoi programmi l’omicidio di Nancy da parte di Sykes, un bel precedente.

Per inciso finale: ho letto Drood con l’applicazione Kindle per l’iPad, dopo averlo acquistato da Amazon (volevo leggerlo in inglese, mi ispirava): non sono troppo integralista, quando qualcosa mi interessa non mi ferma quasi nulla.

16. ottobre 2010 · Commenti disabilitati su Ancora DRM · Categorie:media, tecnologie · Tag:, , , , ,

Ieri, periodica visita su bookrepublic per vedere le novità: noto con piacere l’arrivo di libri Einaudi, sono lì in bella mostra nella pagina principale (alla Fiera di Francoforte  se ne era parlato ancora al futuro). Mi lascio sedurre da uno dei titoli, sono già convinto dell’acquisto, clic sul pulsantino … e scopro che l’ebook è protetto da DRM, quindi potrò leggerlo con Adobe Digital Editions, ma non potrò caricarlo né su iPad né su iPhone.

Non amo molto il DRM, lo trovo irritante e penso che sia più dannoso che utile (sono d’accordissimo con quello che ha scritto Antonio Tombolini in proposito), comunque potrei anche sopportarlo per un buon titolo, per amor di scoperta e di novità, ma i miei dispositivi mobili sono proprio iPad e iPhone, Adobe Digital Editions sta sul portatile Windows, ma non me lo porto in giro regolarmente e in ogni caso il notebook è più comodo per lavorare che per leggere – ancora non si può avere tutto. Sono un po’ seccato. Rinuncio. Visto che il libro in questione esiste ovviamente a stampa (su carta), protetto da un molto più morbido e tollerante ARM (analog rights management: non so se esista questa espressione, nel caso rivendico la paternità del neologismo, ma immagino che da qualche parte del mondo qualcuno si sarà già divertito a coniarlo), casomai, se mi ricorderò e capiterà l’occasione, lo acquisterò nella sua forma più tradizionale. Peccato.

Insomma, siamo ancora qui a dover parlare di DRM. Era prevedibile, certo, ma la speranza è l’ultima a morire. Ogni editore è ovviamente libero di fare quel che crede, ma così mi sembra che per l’ennesima volta si ostacoli la maturazione di questo mondo – nel momento stesso in cui sembra lo si voglia sostenere e sfruttare. Il DRM di Adobe si può crackare, ma personalmente non ho nessuna voglia di scoprire come si fa, fosse anche una questione di pochi secondi non ho voglia di perderli. E non voglio ricorrere ad altre strade, al di là della loro legalità o meno. Sono ben disposto a pagare il giusto, credo che il lavoro che è stato fatto da tutti i protagonisti della catena produttiva, dall’autore a chi ha fatto l’ultima conversione in un formato digitale, abbia diritto di essere remunerato (equamente, qualunque cosa questo significhi). Ma il bello del digitale doveva essere proprio la libertà e la comodità di fruizione, quando mi viene inibita passo ad altro, e lo dico (almeno qui, anche se non so nemmeno se qualcuno mi ascolta). E io sono uno “del mestiere”, che di queste cose si interessa da più di dieci anni: quanto saranno disorientati i lettori meno tecnologici che hanno abbracciato oggetti come l’iPad proprio per la loro facilità d’uso?

Continuerò ad acquistare ebook cortesemente protetti da “social DRM”, che posso passare secondo necessità dall’uno all’altro degli strumenti che uso a seconda dei giorni, delle occasioni e delle circostanze: chi sta procedendo in questa direzione va incoraggiato, secondo me è sulla strada giusta.

Le cose su cui concentrarsi sono invece ancora altre, eppure si finisce per parlare solo di DRM, di pirateria, di problema della conversione (in ePub, perlopiù), e casomai di “chi ne ha di più” (di titoli, si intende). Come se fosse davvero importante avere mille, duemila o un milione di titoli a catalogo. Preferirei che i titoli fossero poche decine, ma fossero davvero interessanti, curati bene, e – oltre alla comodità, indubbia, e di cui sono grato – mi dessero davvero quel qualcosa in più che il digitale da lunga pezza promette.

È vero, la prima fase è sempre, per riprendere l’espressione di Bolter e Grusin, una fase di “rimediazione”, in cui si rifanno sul nuovo mezzo le vecchie cose, con le vecchie caratteristiche. Ed è anche vero, fa piacere avere in digitale i vecchi titoli (soprattutto quelli introvabili, però, non la millesima edizione di Alice nel paese delle meraviglie o dei Promessi sposi). Ma sarebbe ora di cominciare seriamente a parlare del modo in cui sono fatti questi ebook e di come si possono o si potrebbero fare. Quello che mi rattrista è che finora le cose più interessanti che ho visto o sentito dire arrivavano dall’esterno dell’editoria tradizionale (almeno nel caso italiano), da gente che “fa un altro mestiere”. Eppure nel mondo dell’editoria ho conosciuto tante persone intelligenti, brillanti e creative. Dove sono finite? Stanno facendo qualcosa ma non lo dicono, non lo raccontano a nessuno? Aspettiamo la sorpresa?