19. settembre 2010 · Commenti disabilitati su Mathilda e il giudizio del poeta · Categorie:filosofia · Tag:, , , , ,

Una bella frase di Victor Lodato, dall’articolo pubblicato in apertura del «Domenicale» del Sole 24 Ore di oggi:

Attraverso la prodigiosa realtà virtuale della fiction, possiamo mettere da parte, almeno per un momento, regole e preconcetti sulla vita e riconsiderare i grandi interrogativi dell’esistenza.

Lodato ragiona intorno al suo romanzo, Mathilda (è pubblicato da Bompiani, mi ha incuriosito e lo leggerò) e alla sua protagonista, ma questa osservazione si può, credo, generalizzare con frutto.

Mi ha fatto tornare in mente un bel libro di Martha Nussbaum, Il giudizio del poeta, che Feltrinelli ha pubblicato nel 1996, e che era dedicato, giusta il sottotitolo, al rapporto fra «immaginazione letteraria e vita civile». Il contesto è molto diverso, ma mi sembra che la voce sia molto simile.

Nella prefazione, Martha Nussbaum ricordava Walt Whitman:

Senza la partecipazione dell’immaginazione letteraria, affermava Whitman, «le cose sono grottesche, eccentriche, e non sanno rendere quanto dovrebbero». Oggi gran parte del dibattito politico ci appare grottesco ed eccentrico proprio in questi termini. Lo scopo di questo libro è descrivere la componente del discorso pubblico che Whitman riteneva mancasse nella sua America, e mostrare alcuni ruoli che potrebbe svolgere anche nella nsotra. Ciò sulla base della convinzione, che io condivido con Whitman, che la narrazione e l’immaginazione letteraria non siano l’opposto dell’argomentazione razionale, bensì possano costituirne delle componenti essenziali.

Lodato mi sembra più orientato alla «educazione sentimentale» o delle emozioni, Nussbaum parla, da filosofa, di discorso pubblico e vita civile. Ma le due cose non contrastano davvero troppo, credo che alla fine si incontrino. Il discorso pubblico e la vita civile sono tanto più ricchi quanto più ricco è il «romanzo di formazione» dei singoli che vi partecipano.

03. settembre 2010 · Commenti disabilitati su A proposito di iPad · Categorie:media, tecnologie · Tag:, , , , ,

Alla fine, mi sono deciso, e ho comprato un iPad. Ci sarei arrivato comunque, prima o poi, inevitabilmente. Se ne è parlato troppo per non prenderlo in considerazione. A questo punto gira per casa e per la mia borsa da un mese e mezzo giusto, quindi posso cominciare a fare qualche considerazione sensata.

Avevo già avuto occasione di vederlo da vicino e di provarlo per qualche minuto, ma non è la stessa cosa, naturalmente, portarselo a casa e cominciare a manipolarlo per capire se fa quello che dovrebbe, per le mie abitudini, il mio modo di leggere e di lavorare.

Le impressioni «su strada» non sono tutte dello stesso segno. Dalla parte positiva: si legge e si vede molto bene, l’interfaccia è facile da padroneggiare avendo già usato un iPhone (ma probabilmente anche per chi non ne ha mai visto uno). La retroilluminazione non è fastidiosa nella maggior parte delle condizioni, ma la lettura diventa un po’ faticosa in alcune condizioni (sole forte da finestrino sul treno, per esempio, quando non puoi spostarti molto per trovare una posizione adeguata). In compenso si può leggere a letto senza accendere la luce (eliminando quindi ogni discussione in proposito con chi di dovere).

Di segno negativo, la mancanza di porte per l’uso di chiavette o schede di memoria. O si usa la Rete o si interagisce con un personal computer via iTunes. Il mio iPad ha solo il WiFi (quello volevo, in effetti, ma è stato anche l’unico che ho trovato: non è stato facile riuscire ad acquistarne uno a luglio!), non volevo accollarmi l’ennesimo abbonamento con una compagnia telefonica, il conto in banca ha la spiacevole caratteristica di non essere infinito e preferivo investire qualcosa in contenuti anziché in connessioni. Magari in futuro me ne pentirò, ma a fronte di risorse limitate bisogna pur prendere delle decisioni (difficile dire quanto razionali).

Ancora, sul fronte positivo, interessante l’offerta di strumenti, sotto forma di «app» (una parola che è già diventata un tormentone), anche se invece è fastidioso avere tre o quattro o più app per fare la stessa cosa come leggere libri: iBooks, Kindle for iPad, Stanza e quant’altro, più le app dei singoli editori, e quella per Repubblica e quella per Il Sole 24 Ore, e quella per… E per il momento la commutazione è ancora noiosa. Va tutto bene se vuoi leggere il giornale (mi dispiace, ma è meglio di quello di carta) o un romanzo, ma quando lavori non c’è niente da fare, hai bisogno di passare continuamente da una cosa all’altra. Mi si obietterà che probabilmente non è stato pensato per questo, ma la mia ottica è quella di un lettore (o utente di media) «forte», per cui anche leggere un thriller è comunque sempre in qualche modo «lavoro». E se trovo uno spunto interessante, una frase da ricordare, o mi viene un’idea mentre leggo Dickens o un fumetto, devo annotarmela subito da qualche parte. La mia «metafora» è quella della scrivania, o forse meglio ancora della «stanza» o dello «spazio», non quella del libro puro e semplice.

Certo, c’è  di buono che questi oggetti sono in realtà dei computer sotto (nemmeno troppo) mentite spoglie, e sicuramente da qualche parte al mondo c’è già qualcuno che sta scrivendo software più vicino alle mie idee – o magari l’ha già fatto e io semplicemente non lo so. Aspetto fiducioso.

Intanto, apprezzo sempre di più O’Reilly: ho già acquistato da loro cinque libri, permettono di scaricarli quasi sempre in più formati diversi, non c’è DRM, si possono spostare dalla macchina fissa al portatile all’iPad e all’iPhone (nella maggior parte dei casi), i prezzi sono ragionevoli, spesso ci sono «offerte speciali» molto convenienti. Ma non dico niente di nuovo, è un pezzo che si sa che Tim O’Reilly e la sua casa editrice fanno cose intelligenti. Resto invece ancora perplesso quando vedo un ebook offerto allo stesso prezzo del cartaceo, o magari con qualche vantaggio rispetto all’edizione hardcover, ma nettamente superiore a un paperback. Perché dovrei pagare 13 dollari, poniamo, per un ebook (magari con DRM), quando per 8,00 posso avere l’edizione tascabile in carta, che so per certo sarà leggibile ancora fra vent’anni? Posso solo pensare a ragioni di spazio (fisico), nel caso di libri che so per certo leggerò una sola volta – ma anche in questo caso mi rimane qualche dubbio, perché tutti i libri di carta che ho in casa quando non ci sarà più potranno andare alle mie figlie o fare la felicità di qualcun altro, ma questi libri elettronici con tanto di DRM, già poco flessibili oggi?

Non sono mai stato necessariamente contrario al DRM, se viene inteso come strumento di gestione dei diritti, ma è veramente fastidioso se non addirittura controproducente quando viene usato come strumento di protezione contro i supposti pirati. Insomma, credo sia giusto remunerare tutti quelli che lavorano nella filiera del libro, ma la rigidità nella protezione della proprietà intellettuale mi sembra proprio la strada per la rovina. Ci devono essere delle vie intermedie sensate.

Comunque, per il momento, per leggere semplicemente un ebook convenzionale, un iPad è addirittura eccessivo. Su un reader del tipo «a inchiostro elettronico» non retroilluminato (Kindle, Iliad, Sony e simili) la lettura è più riposante. L’Iliad accetta anche chiavette USB e schede di memoria flash, e mi consente di portare in giro migliaia di testi con un peso pari a quello di un libro cartonato. Ha gli stessi limiti di interoperabilità, ma posso anche scrivere sulla pagina che leggo, quindi ha qualcosa in più. Peccato che l’iRex sembra sia messa malissimo (ho forse ha già chiuso, non so esattamente), ma se non erro il Kindle funziona in modo simile.

Dove nessuno batte l’iPad al momento è sul colore e la multimedialità. Leggere un quotidiano già ben studiato, come sono oggi Repubblica o Sole 24 Ore, tanto per fare un paio di esempi, è comodo e piacevole. Guardare un video è pienamente soddisfacente. Se si trovano prodotti ben pensati (non è chiaro ancora come li dovremo chiamare, diciamo degli ebook enhanced, o dei libri digitali «ricchi»?) in cui si cominciano a fondere le varie modalità, allora un dispositivo come l’iPad è vincente. Forse la sua incredibile diffusione incoraggerà la sperimentazione. Anche qui attendo fiducioso.

Resta la questione della mancanza di Flash… Se si comincia a girare per la Rete con un iPad si scopre quanti sono i siti che usano Flash. Non ci si fa più neanche caso, navigando con un personal computer. È sicuramente una questione a cui Apple dovrà mettere rimedio, e non penso che abbia così tanta forza da costringere mezzo mondo a riprogettare i propri siti facendo a meno della tecnologia Adobe. E io vorrei proprio vedere anche con l’iPad i video del sito dei Berliner Philharmoniker (consigliata una visita a tutti gli amanti della musica classica: http://www.berliner-philharmoniker.de/en/).

Non è finita qui. Ci sono molte altre cose che devo esplorare e altre su cui non mi sono fatto ancora un’idea. Ne riparleremo.

02. settembre 2010 · Commenti disabilitati su Exile on Main St. · Categorie:media, musica, recensioni e segnalazioni · Tag:, , ,

Il numero 20 di Audio Video & Music è scaricabile da ieri qui, con il mio ormai diventato consueto contributo: questa volta a proposito di Exile on Main St. dei Rolling Stones.

Registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972, quest’anno è stato riproposto in una nuova edizione in CD, anche con versione doppio CD «Deluxe» e una decina di bonus track, celebrato come una riscoperta. Il disco merita qualche attenzione, sia per le condizioni particolari in cui è stato registrato (per gran parte non in studio, ma nei sotterranei di una villa in Francia) sia perché è una sintesi quasi perfetta (c’è chi lo definisce un capolavoro, non solo degli Stones, ma di tutto il rock) delle molteplici influenze della musica americana nella musica di Jagger, Richards e soci. Che gli Stones abbiano sempre amato il blues, il country, il soul non è un mistero: e la loro musica ha sempre guardato al di là dell’oceano, assai più che all’Inghilterra. Qui però si potrebbe parlare, più che di influenze, di assimilazione e partecipazione: anche se si può giocare a scorgere echi di questo e di quello, la sintesi è originale. Bill Janovitz ha fatto un buon lavoro di analisi dei singoli pezzi del disco originale (un doppio vinile) in un libro che ha recentemente pubblicato in italiano il Saggiatore (si intitola proprio Exile on Main St., sottotitolo «Il capolavoro riscoperto dei Rolling Stones. Guida all’ascolto»), che consiglio a chi ne voglia sapere di più.

Un aspetto che ho solo sfiorato nel contributo ad Audio Video & Music (e che Janovitz invece affronta con buon dettaglio) è quello della copertina del disco, che è decisamente interessante, in sé e in rapporto a quel che succedeva nello stesso periodo. La copertina è in bianco e nero, un collage di fotografie su cui spiccano semplicemente, in rosso, il nome del gruppo e il titolo del disco. Le fotografie sono opera di Robert Frank, un fotografo svizzero (nato nel 1924), che aveva pubblicato nel 1958 un libro fotografico diventato «di culto», The Americans, uscito prima in Francia e poi in America e pubblicato anche in Italia nel 1959 dal Saggiatore (ora lo ha ripubblicato, in una nuova edizione, Contrasto, nel 2008).

Frank nel 1955 aveva ottenuto una borsa dalla John Simon Guggenheim Foundation per realizzare un lavoro fotografico sull’America e, nel giro di due anni, aveva percorso le strade di 48 stati dell’Unione raccogliendo una documentazione molto personale, da cui emerge una visione dell’America «dal basso», niente affatto celebrativa ma attenta alla quotidianità e alle condizioni delle persone comuni. L’edizione americana del libro realizzato da Frank (coraggioso, con il suo editore: fu il primo libro con fotografie a tutta pagina, con una pagina bianca a fronte) ebbe la prefazione di Jack Kerouac, che si può leggere tradotta in italiano anche in Rete. Cito un bel passo di Janovitz (pp. 23-24):

Le fotografie di The Americans tendono a ritrarre spazi ristretti. Lo scatto che raffigura un bar di Las Vegas vuoto, eccetto per un ragazzo che indossa una camicia sgargiante e fissa dentro la luce del jukebox – foto che gli Stones hanno usato nei collage di Exile – appare claustrofobico, con la luce del giorno che penetra a malapena attraverso le finestre a oblò; il bar sembra un luogo perennemente notturno, che si oppone al mondo esterno. Tutto è avvolto nella penombra, in bianco e nero. Anche gli scatti in esterni, le facciate dei palazzi di mattoni, hanno quella luce malinconica che richiama Edward Hopper. Il libro nel suo insieme lascia una sensazione claustrofobica, intima, che fa a pugni con la visione romantica di un’America che si estende «da un mare a un altro mare luccicante», con pianure battute dal vento, coperte da «onde dorate di frumento». Raffigura invece questi luoghi ristretti, un’America gotica di funerali, croci e lande collinose, con personaggi che ricordano «Eleanor Rigby», che afferrano momenti passeggeri di semplice felicità e di rapporti umani, mentre l’orologio scandisce l’inesorabile passare del tempo; si tratta di «vite silenziosamente disperate», anime anonime alle quali solo le fotografie offrono uno straccio d’immortalità.

Robert Frank viene dunque invitato a collaborare alla realizzazione della copertina: prende i Rolling Stones quando arrivano a Los Angeles per la parte finale della lavorazione del disco e li porta in giro per la città, ma ancora una volta non nella parte più luccicante, bensì in quella più malfamata, la Main Street, e lì li riprende mentre passeggiano fra persone comuni, locali di infimo ordine, scene di mediocre quotidianità.  nel collage finale, curato da John Van Hamersveld, compaiono questi scatti in mezzo ad altre foto dei mebri del gruppo e pezzi di carta scarabocchiati.

In qualche modo, dunque, c’è un doppio omaggio (se così si può chiamare) all’America: nella musica, nelle immagini della copertina. E le due cose si tengono, affondano le radici in un terreno comune.

Siamo lontanissimi dalle copertine tradizionali: non sono passati molti anni da quando in copertina si vedevano al massimo i ritratti dei musicisti (basta pensare anche solo ai primi dischi dei Beatles e degli stessi Rolling Stones). Nel giro di pochi anni, è arrivata l’onda della psichedelia e della sua grafica vertiginosa; in mezzo è passata la buccia di banana di Andy Warhol per i Velvet Underground, esempio principe di un modo ancora diverso di intendere la comunicazione grafica di un prodotto musicale. E nei primi anni Settanta, invece, si sta diffondendo il gusto «prog», sia musicalmente che graficamente (anche Fragile degli Yes, per esempio, con la copertina di Roger Dean, è stato registrato nel 1971 e pubblicato nel 1972). L’esempio di Warhol e dei Velvet Underground influirà sul «glam» di Bowie e simili, ma più sotto l’aspetto della teatralità e della «maschera». La grafica psichedelica ha avuto il suo ruolo di rottura, ma ha lasciato poche tracce di sé negli anni successivi. Per parecchio tempo la grafica alla Roger Dean ha caratterizzato il prog in quasi tutte le sue varianti, con mondi fantastici, gusto dell’esotico, un po’ di fiabesco. La grafica di Exile sta un po’ a parte: ma riflette bene il senso un po’ decadente dell’immagine che gli Stones si diedero in quegli anni. E la sua influenza non si farà sentire sul breve, ma su un periodo un po’ più lungo, quando arriverà il punk (i Public Image Ltd. dell’84, i Sex Pistols).

Ero convinto di trovare qualche traccia di Exile on Main St. anche sul libro che ha pubblicato recentemente Luca Beatrice (Visioni di suoni. Le arti visive incontrano il Pop, Arcana, Roma, 2010, pp. 366+32, Euro 26,50), ma così non è stato. Peccato, ero curioso di vede che cosa ne pensasse. Il libro è comunque degno di interesse. Il tema dei rapporti fra musica e arti visive mi affascina molto.

A proposito di copertine: abbiamo perso qualcosa, nel passaggio dal vinile al CD, ma stiamo perdendo molto di più nel passaggio alla «musica liquida». Ci resta solo il video, ma quando si scarica un brano o l’equivalente di un disco dalla Rete lo si ritrova accompagnato al più da un francobollo il cui valore comunicativo è davvero scarno (o scarso), e si perdono anche molte informazioni che rendevano molto istruttiva la lettura della cover o del libretto dei CD. Qualcuno troverà un’idea per ricostruire creativamente un’abbinamento fra grafica e musica?