21. aprile 2010 · Commenti disabilitati su Editoria e libri digitali · Categorie:media, recensioni e segnalazioni · Tag:, , , ,

«I libri sono una tecnologia», ricorda al’inizio del primo capitolo del suo Editoria digitale Letizia Sechi, che in questo libro (Apogeo Editore, 210 pagine, Euro 7,90), piccolo di formato ma ricco di contenuti, fa il punto su «linguaggi, strumenti, produzione e distribuzione dei libri digitali», come recita più esplicitamente il sottotitolo.

Sono d’accordo: «Per poter inquadrare nel modo giusto il libro digitale – scrive Letizia – bisogna ricominciare a considerare anche il suo corrispettivo materiale come una tecnologia, e non ritenerlo “naturale” in virtù della maggiore familiarità che abbiamo acquisito nei suoi confronti». Amo molto i libri, ne ho la casa piena e ho dedicato loro (a leggerli, a scriverli, ad aiutare altri a scriverli) di gran lunga la maggior parte della mia vita; ho imparato ad apprezzare come sono fatti, il loro aspetto, i materiali, la confezione, la presentazione, così come tutti i paratesti che li circondano, così come si apprezzano i prodotti di ogni forma dell’attività umana. Eppure, mi rendo perfettamente conto che non sono i libri in sé a interessarmi veramentema mi interessa davvero ciò che veicolano e favoriscono: notizie, conoscenza, formazione, svago, intrattenimento, spunti per riflettere o fantasticare.

Come è accaduto per molte altre cose, le tecnologie digitali  per così dire «smaterializzando» riportano l’attenzione dagli oggetti alle loro funzioni, perché è a queste che va realmente il nostro interesse. È questo il modo in cui credo sia giusto considerare tutti i nuovi media: possono darci forme e modi nuovi per trasmettere e recuperare conoscenza, per fare formazione e per formarci, per intrattenere e divertirci? Per riflettere e fantasticare? Ovvio, la risposta non sta semplicemente nelle tecnologie, che sono delle «abilitatrici»; quello che possiamo intuirne sono potenzialità, sta poi a noi trovare il modo di attualizzarle – ma non ci riusciremo mai se non prendiamo le distanze per «inquadrare», se non «nel modo giusto», almeno in modo originale e creativo.

Due capitoli del libro di Letizia Sechi sono di rassegna: il primo traccia una breve storia «dalla carta, al Web, all’e-book» e il sesto parla dei dispositivi per la lettura degli ebook. Il settimo si concentra sul tema del copyright e dei DRM, importante e inevitabile, ma su cui ho poco da dire, e le idee non chiarissime (e anche l’autrice riconosce che si tratta di un argomento troppo complesso per poterlo esaurire in oche pagine).

Il nocciolo del libro sta giustamente nella parte centrale, i capitoli dal 2 al 5, che esplorano, rispettivamente, i linguaggi, i formati, la realizzazione, il flusso di lavoro per i libri digitali. Qui mi sembra abbia fatto un ottimo lavoro di introduzione, cercando di mettere un po’ di ordine in una materia ancora molto magmatica. Era ora che qualcuno cominciasse a raccontare in un modo un po’ più sistematico queste cose, su cui si trovano molte notizie ma sparse e disomogenee.

Letizia si concentra, fra tutti i formati (che pure elenca e spiega per sommi capi) sull’ePub, il più promettente anche perché è il più «aperto» dei formati circolanti, e su quel particolare tipo di codifica che è DocBook, due scelte coerenti fra l’altro, per quel che so, con il lavoro che sta facendo la redazione d Apogeo.

Credo che queste pagine siano un contributo importante per diffondere un po’ di conoscenza sull’argomento e ad alimentare l’interesse. Il lavoro sugli standard mi sembra sia appena cominciato: né DocBook né ePub si possono considerare perfetti, mi sembra siano ancora un po’ troppo legati all’idea del libro tradizionale, ma mi rendo conto che è abbastanza inevitabile che i primi passi siano un qualche tipo di ri-mediazione (nel senso in cui hanno usato questa parola Grusin e Bolter) di quello che già esiste. D’altra parte finché non si comincia a sperimentare sul serio non si va da nessuna parte. Bisogna cominciare a usare questi strumenti ed entrare in un ordine di idee diverso. Ci saranno buoni prodotti editoriali digitali (non voglio chiamarli libri digitali per non suscitare le ire di chi è ancora legato al profumo d’inchiostro) quando saranno pensati sin dall’inizio, nella fase ideativa, come tali.

Ha fatto bene Letizia a dedicare un capitolo proprio ai processi (quello che gli esperti si sentono in dovere di chiamare workflow), anche se non sono del tutto d’accordo con lei sul ruolo che tende a imporre all’autore. Credo piuttosto serva una riflessione ulteriore sul traguardo da raggiungere: il lavoro editoriale è sempre stato un lavoro di squadra, anche se magari ciascuno (autore, redattore, illustratore, grafico, impaginatore ecc.) dava il suo contributo in sequenza invece che in parallelo; sono convinto che sia piuttosto da rafforzare un modello di lavoro di tipo cooperativo sin dalle prime fasi , forse perché ho in mente prodotti che non sono basati necessariamente e principalmente sul testo. Il modello del futuro mi sembra più vicino alla produzione del teatro d’opera, a quella cinematografica o televisiva (o almeno, non il modello, ma uno dei modelli più interessanti).

19. aprile 2010 · Commenti disabilitati su I (favolosi) numeri di Fibonacci · Categorie:recensioni e segnalazioni, scienza · Tag:, , ,

Se si comincia a cercarli, si finisce per trovarli dappertutto: eppure la loro definizione è molto semplice, e la loro prima comparsa è nel Liber Abaci di Leonardo Pisano, detto Fibonacci, in un contesto che oggi definiremmo da ricreazioni matematiche. È uno degli aspetti affascinanti della matematica, che i suoi concetti si applichino estesamente, spesso inaspettatamente – anche se più volte, storicamente, si è obiettato che le forme, le strutture, le relazioni che si «scoprono» sarebbero proprio sovrimposte da una lettura matematica dei fenomeni naturali.

Il problema di Fibonacci (siamo ai primi del Duecento) è formulato come questione sulla riproduzione di una famiglia di conigli. Il loro comportamento è molto regolare: una coppia adulta genera ogni mese una coppia di figli, e i nuovi nati possono generare a loro volta quando hanno due mesi d’età. Così il primo mese c’è solo la prima coppia che genera e nel secondo mese ce ne saranno perciò due, una delle quali (l’originale) in grado di generare, così che nel terzo mese le coppie saranno 3. Anche la prima coppia nata, a quel punto, diventa adulta e comincia a generare, così che nel mese successivo le coppie che si riproducono sono due e le coppie totali diventano 5. Nel mese successivo le coppie in grado di generare diventano tre e con i nuovi conigli che generano le coppie diventano 8.

Il meccanismo diventa abbastanza rapidamente evidente: ogni mese le coppie presenti sono pari alla somma delle coppie presenti nei due mesi precedenti. Partendo per completezza da 1 e 1, la successione diventa 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144 …

È ora in libreria il libro di Alfred S. Posaamentier e Ingmar Lehmann, I (favolosi) numeri di Fibonacci, che ho tradotto (spero bene) nei mesi scorsi per il Gruppo Editoriale Muzzio (400 pagine, Euro 24,00). Non è un libro per matematici esperti, ma una introduzione e una rassegna dei molti campi in cui compaiono i numeri di Fibonacci, anche attraverso la loro relazione con la sezione aurea – dalle scienze naturali alle arti figurative, dalla fisica alla musica. E, pur contando ben 400 pagine nell’edizione italiana, il libro non riesce nemmeno vagamente a coprire tutte le occasioni in cui questi numeri si possono incontrare; ma in fondo l’intento è quello di suscitare la curiosità e incoraggiare poi il lettore a esercitare le sue capacità di osservazione per incontrarli nel proprio ambiente, nelle proprie esperienze.

È particolarmente interessante scoprire quanti hanno utilizzato la successione di Fibonacci come fonte di ispirazione: da quando ho preso in mano questo libro nell’edizione originale (che era stata pubblicata da Prometheus Books) sono diventato più sensibile anch’io alla loro comparsa. Tanto per citare uno dei casi che non sono nel libro, la musicista Sophia Gubaidulina: dagli anni Ottanta ha utilizzato ripetutamente la successione di Fibonacci come strumento per strutturare le sue idee musicali, per definire la forma, l’armonia o la melodia delle sue composizioni. Il suo atteggiamento è sicuramente legato anche a un’ispirazione mistica, vicina alla sua fede ortodossa (si può leggere un bel contributo sul blog Chamber Music Today: vedi qui).

Si può ampiamente discutere quanto queste pratiche siano o meno di giovamento all’esperienza musicale, e Stephen Jablonsky, che ha scritto il capitolo 8 del libro di Posamentier e Lehmann (intitolato ’I numeri di Fibonacci e la musica») lo fa, sostenendo una posizione non troppo favorevole:

Uno dei possibili motivi per cui gran parte della musica contemporanea non è mai stata bene accetta è forse che troppi compositori si sono persi nei giochi numerici della pratica compositiva del ventesimo secolo. È vero che tutti i compositori fanno giochi mentali con se stessi nel processo di creazione musicale, ma molte grandi figure come Pierre Boulez […] e Milton Babbitt […] hanno perso di vista il fatto che le persone sono prevalentemente esseri guidati dalle emozioni, non calcolatrici numeriche (cuori sacri, non cervelli sacri). Troppe opere di quel periodo sono state calcolate in modo brillante, ma sono prive del colore, dell’umore, della passione o della narrazione musicale che possono portare gli ascoltatori alle lacrime o al rapimento. (pp. 303-304)

Non sono del tutto d’accordo con Jablonsky: anche se il ruolo delle mozioni è importante, ho sempre pensato che ci sia anche una componente conoscitiva nell’espressione musicale… ma in ogni caso, i lavori della Gubaidulina mi sembra non incorrano nei difetti che Jablonsky denuncia, anche se non la cita esplicitamente.

Dal 1963 esiste anche una Fibonacci Association (qui il suo sito web), che si occupa proprio della successione di Fibonacci e delle sue applicazioni, e pubblica anche una Fibonacci Quarterly, trimestrale interamente dedicato a questi temi.

13. aprile 2010 · Commenti disabilitati su Norberto Bobbio, Dell’amicizia · Categorie:filosofia, politica, recensioni e segnalazioni · Tag:, , ,

La collana dei «Meridiani» della Arnoldo Mondadori ha pubblicato da non molto (settembre 2009) una raccolta di scritti di Norberto Bobbio, sotto il titolo Etica e politica. Scritti di impegno civile, progetto editoriale e saggio introduttivo di Marco Revelli. Sono 1718 pagine con numerazione araba di scritti di Bobbio, più 136 romane di saggio e apparati introduttivi. Non certo uno di quei libri che si leggono in un fine settimana, ma uno di quelli a cui si torna ripetutamente, con il piacere di coglierne sempre qualcosa di nuovo, aiutati anche dalla sua natura antologica (in tutto gli scritti di Bobbio raccolti qui sono un’ottantina).

Non mi azzarderei a scrivere una recensione di un libro simile, ma mi sembra doveroso segnalarlo all’attenzione dei quattro che mi leggono, se fosse loro sfuggito. Il prezzo di copertina dei Meridiani non è proprio modico (55,00 Euro), ma se si fa il conto del prezzo a pagina, si mette a fattore anche la qualità della confezione e si valuta il peso dei contenuti, ne val sicuramente la pena (e devo ricordarvi che periodicamente i Meridiani vengono offerti a sconto speciale? Basta casomai aspettare il momento opportuno. L’ho fatto anch’io).

Niente recensione dunque, ma ci sono molti passi che mi colpiscono, e prometto che procedendo con la lettura tornerò a ragionare su questo libro anche in seguito, anche come omaggio a Norberto Bobbio, che non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente, ma verso il quale nutro una stima profonda.

Intanto, un brano che mi sembra legarsi bene con le riflessioni su Il grande silenzio di Alberto Asor Rosa (il legame forse non sarà evidente a prima vista, mi viene il dubbio: ma neanche io forse sono ancora capace di articolare bene una connessione che resta al momento al livello di una «intuizione»):

La società di amici è la società etica per eccellenza, fondata su regole non scritte, cui si ubbidisce spontaneamente, non per timore di una qualsiasi sanzione, e neppure per supina reverenza ad un’autorità superiore, ma per il piacere che si trae dalla loro osservanza: un frammento reale dell’ideale regno dei fini, ove gli uomini per convivere non avranno bisogno che di leggi liberamente consentite. Ma, appunto, non vi è amicizia al di fuori di una vita morale intensamente vissuta, della pratica di alcune virtù etiche tradizionali, che nessun codice morale può ignorare.

Il brano si trova alle pagine 358-359 dell’edizione dei Meridiani, e in origine faceva parte della Introduzione che Bobbio preparò per l’edizione Einaudi del 1964 degli Scritti di Leone Ginzburg.

12. aprile 2010 · Commenti disabilitati su Asor Rosa e il grande silenzio · Categorie:media, politica, recensioni e segnalazioni · Tag:, ,

«Intervista sugli intellettuali» è il sottotitolo de Il grande silenzio, pubblicato da Laterza nella collana «Saggi Tascabili» (2009, 182 pp, Euro 12,00), in cui Alberto Asor Rosa, intervistato da Simonetta Fiori, riflette sul tramonto della figura dell’intellettuale negli ultimi decenni – in particolare in Italia.

Con Garin, grande studioso  oggi troppo dimenticato, siamo stati testimoni delle ultime manifestazioni di un’opera intellettuale fondata sul presupposto che la storia avesse un senso, che si potesse influire su quel senso o, ammesso che quel senso fosse perduto o lacerato, occorresse lavorare per ridefinirlo. Tutto questo non esiste più. Ecco, forse bisogna partire da qui: capire cosa è stato l’intellettuale occidentale nel corso di due secoli, e quali colossali cambiamenti siano interventui in questi ultimi decenni. Con sciagurate ricadute soprattutto sul nostro paese, dove il rapporto tra cultura e politica è stato molto forte fin dal principio della storia unitaria. Un rapporto che è andato lentamente polverizzandosi, lasciando un vuoto enorme sia nell’agone politico sia nella sfera dell’intellettualità, frammentata in monadi poco comunicanti tra loro e separate dal resto della società. (p. 6-7)

Asor Rosa ha una lunga storia da raccontare, dalle origini del termine «intellettuale» ai giorni nostri – e di buona parte di quella storia è stato protagonista in prima persona. Sul rapporto fra intellettuali e politica, più in generale fra cultura e politica, nell’Italia dal dopoguerra, ci sono in questo libro molte pagine utili: sugli intellettuali e il Pci, sul Sessantotto, sul Settantasette. Le parti per me più interessanti sono quelle che riguardano il presente, la perdita di peso degli intellettuali (a cui allude il «silenzio» del titolo), il progredire della «civiltà montante» e il ruolo del mondo della comunicazione.

Mi domando se oggi non siamo nella stessa condizione dei nostri illustri progenitori che preferivano la lamentazione alla comprensione del nuovo. Oppure se questo passaggio sia di portata tale da costituire un vero salto, impensato e totalmente nuovo, rispetto alle forme precedenti. In altre parole, la trasformazione che stiamo vivendo è paragonabile al passaggio dal codice miniato all’era Gutenberg o è qualcosa di diverso? […] Sarai tentato di dire che l’attuale civiltà massmediatica rappresenti un passaggio assai più radicale rispetto alla rivoluzione introdotta da Johann Gutenberg […] o alla pur smisurata crescita dell’industria culturale nel corso del Novecento. (p. 118-19)

Certo, «è cambiata la gerarchia dei linguaggi», e se in tutti i passaggi precedenti, negli ultimi secoli almeno, la priorità della parola scritta era rimasta indiscussa, oggi questo non è più vero, il linguaggio visivo tende a prevalere:

Ne scaturisce uno stile «volatile», che non ha più rapporto con il patrimonio semantico della nostra lingua. La sudditanza ai nuovi media è evidente anche nei discorsi dei nostri politici, semplificati e televisivi anche quando la luce dei media s’è spenta. In questa cornice la funzione intellettuale tradizionale – fondata essenzialmente su spirito critico, spiccata individualità, riconoscibilità pubblica – appare inesorabilmente destinata al tramonto. (p. 120)

Non mi convince l’idea che si tratti di semplice sudditanza ai nuovi media, o che sia inevitabile che i nuovi media siano privi di profondità, come sembrerebbe dedursi da questo passo. Certo il cinema e la televisione hanno tendenzialmente ritmi più veloci, e favoriscono forme di narrazione diverse da quelle della letteratura scritta, ma neanche tutta la letteratura passata è omogenea per spessore e valore, comunque li si voglia misurare. E si può riflettere sulla letteratura come si può riflettere su un film o su uno spettacolo televisivo. Il linguaggio dei politici poi non è stato mai un modello, e se si è imbarbarito ha più a che fare con una caduta della responsabilità e dell’impegno civile che con il modo di funzionare dei nuovi mezzi di comunicazione.

Che poi la funzione intellettuale tradizionale sia destinata al tramonto, beh, in buona parte potrebbe essercisi condannata da sola. Che sia mancata la comprensione del nuovo mi sembra un punto importante: ma non c’è stata solo mancata comprensione, in molti casi c’è stato un implicito rifiuto, di comprendere e di mettere le mani nel nuovo. Quello del linguaggio è stato anche un alibi: certe cose si possono dire solo con un linguaggio specialistico, non c’è modo di presentarle altrimenti. Resta solo la «divulgazione», inevitabilmente fatta da qualcun altro, da considerare al più con sufficienza, possibilmente criticando ogni imprecisione. E ben pochi sforzi sono stati fatti per cogliere nel nuovo le potenzialità, e cercare di sfruttarle, invece di arroccarsi in difesa dell’esistente.

Forse potremmo concludere su questo punto che all’ordine del giorno c’è soprattutto la creazione di una «nuova cultura» che renda operativo per molti il salto, ossia il passaggio di conoscenza rappresentato dalla diffusione delle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione. (p. 123)

Su questo concordo, anche se mi sembra che i germi di questa «nuova cultura» già ci siano, mentre Asor Rosa dichiara di non vedere che ci siano o dove siano. Ma un’intuizione la dà, proprio verso la chiusura del libro, quando racconta brevemente del suo recente lavoro ambientalista, in difesa del territorio e del paesaggio:

Quest’attività si fonda sulla spontanea associazione dei comitati di base, che stanno fuori dal meccanismo politico istituzionale. Dentro queste nuove esperienze circola una gran quantità di energie nuove, diverse, provviste di un pensiero forte. Lo stesso si potrebbe dire delle associazioni nel campo dei diritti civili. Naturalmente non penso che si tratti di esperienze in sé risolutive: pensò però che si tratti di esperienze che si muovono nella direzione giusta. Il problema è come farle emergere, le nuove forze, sottraendole agli ingranaggi attualmente mortiferi della politica.

È sulla saldatura fra esperienze di questo tipo e l’universo dei nuovi media, su un confine oggi caotico, che stanno formandosi idee nuove. E una delle caratteristiche più interessanti è la almeno parziale messa fra parentesi dell’idea di «spiccata individualità», di cui vedi sopra. Perché anche i nuovi mezzi di comunicazione sono tendenzialmente orientati più alla cooperazione, al lavoro collettivo, che all’individualismo. Anche se questo non significa stritolare l’individuo: vale piuttosto che non si dà valorizzazione dell’individuo se non nel lavoro di squadra. Non è un’idea estranea al passato, ma non è stata mai veramente incoraggiata.