30. novembre 2009 · Commenti disabilitati su Ubriachezza e sobrietà · Categorie:recensioni e segnalazioni · Tag:, , , , ,

Parlate dunque allegri presso il grande cratere / senza nessun litigio fra di voi, / in un vocìo concorde che investa ognuno e tutti: / ché la bellezza del simposio è qui.

nenciniSono versi di Teognide, che Paolo Nencini ricorda a pagina 217 del suo Ubriachezza e sobrietà nel mondo antico, sottotitolo Alle radici del bere moderno, da poco pubblicato dal Gruppo Editoriale Muzzio. Finalmente ho avuto il piacere di vedere e sfogliare con calma una versione stampata, dopo averlo letto tre o quattro volte sulle stampate laser e sullo schermo del mio computer – perché Franco Muzzio me ne aveva affidato la cura. E fa sempre un poco impressione vedere il prodotto finale a stampa di un testo su cui si è lavorato molto, peraltro con la grande disponibilità e collaboratività dell’autore.

Questa non è dunque una recensione, ma una semplice segnalazione, perché mi sembra che il libro la meriti: Paolo Nencini è ordinario di Frmacologia all’Università La Sapienza di Roma e studia le basi farmacologiche dell’uso e abuso di sostanze psicoattive e ha esplorato il tema nella storia antica, facendo ricorso a tutte le fonti scritte e documentarie, cercando nel mondo antico (come recita il sottotitolo del libro) le radici di atteggiamenti e comportamenti moderni. Questo è in realtà il suo secondo libro sul tema: è di qualche anno fa Il fiore degli inferi, dedicato, come dice il relativo sottotitolo, al papavero da oppio e alla sua diffusione nel mondo antico.

È dunque un libro serissimo, che studia le bevande alcoliche nell’antichità, la loro diffusione fra Mesopotamia, Grecia e Roma, e i comportamenti legati al bere, le connessioni fra questi comportamenti e le società del tempo:

vuole porsi come stimolo ad affrontare, per quanto possibile, in maniera interdisciplinare il problema del radicamento delle sostanze psicoattive nelle comunità passate e presenti, dove per interdisciplinare si intende l’analisi della reciproca influenza tra farmaco e ambiente nel determinare quelli effetti farmacologici che costituiscono la motivazione per il radic amente di certi specifici impieghi e non altri. In questo libro [si torna] ripetutamente sull’interazione tra il farmaco (drug), l’individuo con la sua costituzione biologica e il suo vissuto (set) e l’ambiente socio-culturale (setting), su cui si fondano i tentativi, ancora purtroppo rari, di costruire un corpus coerente di informazioni antropofarmacologiche.

Al di là degli obiettivi specifici del volume, nel curarlo ho trovato particolarmente interessante rileggere molte pagine delle letterature antiche in questa ottica: come l’episodio di Polifemo nell’Odissea o il Simposio di Platone, fra gli altri.  E molti passi, sotto la guida di Nencini, acquistano un rilievo insospettato. È davvero sorprendente quello che si riesce a scoprire seguendo le tracce della cultura materiale.

Per finire, una breve citazione da Marziale, che racconta di un riccone che

cena a base di boleti di ostriche, di tettina di scrofa, di cinghiale, s’ubriaca spesso di Setino , e spesso di Falerno e il Cecubo lo beve soltanto filtrato attraverso uno strato di neve.

27. novembre 2009 · Commenti disabilitati su Creatività e invertising · Categorie:media, recensioni e segnalazioni · Tag:, , ,

Sono riuscito a passare qualche ora ieri a More than Zero, a Palazzo dei Giureconsulti a Milano, e in particolare a seguire la discussione moderata da Paolo Iabichino di Ogilvy sui temi dell’advertising e della creatività. Ero andato soprattutto per sentire Paolo, che sta pubblicando un libro con Guerini (con cui ho cominciato a collaborare da qualche settimana), e ho trovato anche Tommaso Tessarolo di Current TV (il cui libro NetTV era stato pubblicato da Apogeo quando ne ero ancora il direttore editoriale). Piacevole, sul piano personale.

Il mondo della pubblicità, dell’advertising è in fermento, come ormai tutti i settori che si possono comprendere sotto la generale etichetta di «comunicazione»: ne ha fatto una bella analisi Mika Pogliani di McCann. Di molti aspetti ero abbastanza consapevole, ma è sempre illuminante sentire un inquadramento così chiaro da parte di qualcuno che è direttamente impegnato in questo campo. Nuovi media, la rete, social network e via elencando stanno imponendo un cambiamento delle regole del gioco, e mi sembra che Paolo Iabichino con la sua idea di invertising, un advertising che cambia direzione e probabilmente cambia anche marcia, è sicuramente interessante e coinvolgente. Per una sintesi, si può vedere una sua breve presentazione, pensata per il Festival dell’Economia dell’anno scorso:

Credo che il suo libro (che porta proprio il titolo di Invertising e uscirà a gennaio 2010) sia davvero utile, ed esca al momento giusto. Mi piace soprattutto il suo sottolineare gli aspetti etici – la portata di una trasformazione in questo senso potrebbe andare anche oltre quello che ha in mente lui: in particolare, mi sembra che non basti passare dal concetto di consumer a quello di user, e che primo o poi bisognerà arrivare a rivalutare l’idea più completa di persona, come portatrice di bisogni, di valori e così via, e non semplicemente fruitrice di beni e servizi.

Trovo importante che ci siano progressivi spostamenti che abbattono gli steccati: advertising, marketing, PR sono campi i cui confini si fanno sempre più sfumati (e probabilmente bisognerà trovare il modo di cambiare anche il linguaggio con cui ne parliamo, a partire da questi termini che non corrispondono più alla realtà). Così come trovo significativo che si ragioni sempre di più in termini di storytelling e di molteplicità di canali in un’ottica cooperativa; concetti che si applicano perfettamente anche al mondo dell’editoria. Parlando dell’editoria tradizionale, qualche anno fa, Paola Dubini nel suo Voltare pagina scriveva che

nel sistema di creazione di valore tradizionale i flussi di informazioni sono molto limitati e prevalentemente ad una via. Le informazioni viaggiano infatti prevalentemente ad una via. Le informazioni viaggiano infatti prevalentemente legate con il supporto fisico (ovvero il libro) e questo rende i flussi di informazioni tortuosi e inefficienti quanto i flussi di merci. (p. 22)

Fra le conseguenze che individuava, il fatto che «i canali di comunicazione diretti fra consumatori ed editori e fra consumatori e autori sono molto limitati» e che «i singoli anelli della filiera non sono in grado di distinguere fra informazioni potenzialmente di valore e rumore». La situazione sta, sia pure lentamente, cambiando, sotto la spinta degli stessi fenomeni (eventi, tecnologie) che spingono al cambiamento il mondo dell’advertising e, in particolare, la dinamica dei flussi di informazioni mi sembra evolvere in direzioni simili. Non mi è proprio chiaro dove porti questo discorso, ma mi sembra indispensabile continuarlo.

21. novembre 2009 · Commenti disabilitati su I sensi e le cose · Categorie:arte, filosofia, recensioni e segnalazioni · Tag:, , , , ,

Tra le moltissime cose che mi hanno colpito al Museo del Prado c’è una serie di cinque quadri che rappresentano i cinque sensi, dipinti intorno al 1617. Non sono quadri molto grandi, sono tutti di 65 cm in altezza e di circa 110 cm di base, ma ricchissimi di dettagli, di cose e situazioni che rappresentano, simboleggiano o in qualche modo comunque richiamano, volta a volta la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto.

Prado

Dopo il primo impatto, che non è stato quello di un generico piacere, ma di un fascino intenso che mi ha fatto fermare e ha suscitato la mia curiosità, l’interesse è cresciuto quando ho scoperto che si trattava di opere dipinte insieme da Jan Brueghel («dei velluti») e da Peter Paul Rubens. La firma di Brueghel spiega la ricchezza dei dettagli, quella di Rubens la morbida sensualità delle figure umane – ma sollecitava la mia curiosità anche la collaborazione di due artisti di quel calibro, di cui (nella mia ignoranza) non avevo alcuna notizia.

Un particolare da La Vista, uno dei cinque dipinti della serie dedicata ai sensi, opera di Jan Brueghel e Peter Paul Rubens, conservati al Museo del Prado di Madrid.

Un particolare da La Vista, uno dei cinque dipinti della serie dedicata ai sensi, opera di Jan Brueghel e Peter Paul Rubens, conservati al Museo del Prado di Madrid.

Le collaborazioni, in effetti, non erano una cosa tanto strana in quell’epoca, ma erano in genere fra un pittore affermato e uno di minor prestigio (se non proprio un apprendista o un puro esecutore). In questo caso si tratta invece di pittori di pari fama e prestigio, e già nella loro piena maturità (Brueghel era nato nel 1568, Rubens nel 1577). Ho scoperto poi che i due artisti abitavano vicino, erano buoni amici e hanno firmato insieme almeno 24 dipinti, di varia natura, ma sempre dividendosi i compiti nello stesso modo: ambientazione, paesaggio, oggetti messi sulla tela da Brueghel, figure umane da Rubens. Questi dipinti sono stati al centro di una mostra al Paul Getty Museum di Los Angeles e al Museo dell’Aja nel 2006, il cui catalogo è stato pubblicato, porta la firma di Ann Woollett come curatrice e si intitola Rubens and Brueghel. Dell’esposizione al Getty si trova ancora traccia sul sito del museo, con una presentazione che può risultare interessante non solo per i suoi contenuti ma anche per il modo in cui è realizzata.

Bodei La vita delle coseGiusto in quest’ultimo periodo ho letto La vita delle cose di Remo Bodei, pubblicato da Laterza nella collana «Anticorpi», attirato dal tema, che mi si collegava subito al libro di Francesca Rigotti, pubblicato quando ero ancora in Apogeo, Il pensiero delle cose (un libro piacevole, che mi sarei aspettato godesse di un po’ più di fortuna, e non semplicemente perché avevo deciso io di pubblicarlo). Beh, nel libro di Bodei trovo queste parole (p. 96):Rigotti Pensiero delle cose

La pittura si situa a un livello diverso da quello della pura riproduzione degli oggetti. Raffigura, simultaneamente, qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto alla loro natura fisica. Trasfigurandola, produce un paradossale potenzialmento della sua solida consistenza. La ricrea, ma la priva anche della sua solida consistenza.

Bodei si riferisce specificamente allo stilleven, la natura morta, e in particolare proprio a quella olandese:

Lo stilleven sconfigge, seppur lentamente, il pregiudizio per cui veniva considerato un «genere minore», lontano dalla storia, dalla mitologia e dalle immagini sacre. Esclude gli uomini, che vantano una dignità superiore, e rappresenta non solo «piccole cose» comuni, ma, talvolta, anche arredi lussuosi (come porcellane, vasi di cristallo o elaborate saliere). Sono però le immagini di cose umili a far riscoprire la meraviglia del quotidiano.

I dipinti sui sensi di Rubens e Brueghel non si possono definire esattamente delle nature morte, vista la presenza di figure umane, ma il gusto della rappresentazione di oggetti, non semplicemente naturali, mi sembra inquadrarsi bene nella presentazione che ne fa Bodei. Certo ci sono valori simbolici probabilmente in tutti gli oggetti raffigurati (e non semplicemente perché tutti in qualche modo rimandano al senso che è il tema, volta a volta, del dipinto), ma a un occhio non troppo esercitato come il mio giungono di più gli aspetti di esplorazione partecipe, di piacere nell’osservazione, di godimento nell’enumerazione. E c’è sicuramente anche una componente ludica, evidente nelle raffigurazioni di quadri dentro il quadro, con cui in particolare Brueghel si cita o forse fa la parodia di se stesso.

Riprendo ancora da Bodei, a pag. 99:

Nello stilleven le cose vengono mostrate, in lingua olandese, al loro toppunt, ossia nel momento della loro perfetta maturità, del pieno dispiegarsi delle loro qualità: allo zenit, prima del loro inevitabile corrompersi. Partecipano al comune destino di tutto ciò che nasce e muore, ma la pittura le rende durevoli, le fissa nel loro muto persistere. La provvisorietà viene riscattata e il godimento – promesso dalla loro immediata consumazione in forma di cibo, bevanda, fumo, musica o lettura – diventa virtualmente infinito per lo sguardo di ogni futuro possibile fruitore.

Il libro di Bodei non è dedicato semplicemente a questo aspetto di vita delle cose, affrronta il tema in modo molto più ampio, a partire dalla generale distinzione fra «cose» e «oggetti» («Investiti di affetti, concetti e simboli che individui, società e storia vi proiettano, gli oggetti diventano cose», p. 22). Poiché cosa si dice anche di persone o ideali, i dipinti di Rubens e Brueghel sono pieni di cose più che di semplici oggetti, mi sembra investite di un senso profondo di gioia di vivere.

Un’ultima citazione da Bodei (consiglio di leggerlo, non è molto lungo, è decisamente interessante), che è pertinente alla riflessione sui dipinti visti al Prado:

Ogni generazione è circondata da un particolare paesaggio d’oggetti che definiscono un’epoca grazie alle pagine, ai segni e all’aroma del tempo della loro nascita e delle loro modificazioni. A modo loro, gli oggetti crescono e deperiscono, come i vegetali e gli animali, si caricano di anni o di secoli, vengono seguiti, accuditi, curati oppure trascurati, dimenticati e distrutti.

Diventati desueti, finiscono nei solai, nelle cantine, nel banco dei pegni, nei negozi dei rigattieri e degli antiquari, nelle discariche. Ritrovati o comprati, emanano un effluvio di malinconia, somigliano a fiiori vizzi che per rinascere hanno bisogno delle nostre attenzioni.

Eco Vertigine della listaHo usato prima la parola «enumerazione», e se c’è qualcuno che sa di enumerazioni è Umberto Eco: in effetti, ho trovato con piacere che Udito, dei cinque dipinti della serie dei sensi di Brueghel e Rubens, è presente nel suo Vertigine della lista, di recente pubblicato da Bompiani, e ancor più recentemente arrivato sulla mia scrivania. Il libro è coerente con il suo tema: in fondo è una lista di brani letterari e di immagini che elencano cose, le più varie. Brevi introduzioni di Eco e un’antologia di brani che vanno dal catalogo delle navi dell’Iliade ai contemporanei, affiancati da una carrellata di immaginiche coprono più o meno tutto l’arco della storia dell’arte. Due discorsi paralleli, che si accostano in modi a volta inaspettati, come proprio nel caso dell’Udito, di cui è riprodotto un particolare, finito accanto a un brano di Mark Twain. Il risultato suscita molta curiosità: forse qualcuno ne sarà spinto a scrivere un libro che approfondisca il tema della lista, al di là del catalogo leporelliano.

Il libro di Eco riproduce anche un altro dei dipinti che ho visto al Prado, e che mi ha colpito enormemente, Il giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch – una presenza quasi ovvia se si parla di liste per immagini, e un quadro di una forza visionaria veramente impressionante. Ho rifatto il giro di un pezzo di museo tre volte per rivederlo: mi attirava come una calamita. Forse un giorno riuscirò a dirne qualcosa, ma ho l’impressione che un’opera di quel genere meriterebbe un libro intero…

19. novembre 2009 · Commenti disabilitati su Musica in video (e non solo) sul Web · Categorie:attività, musica, progetti, web tv · Tag:, , ,

La partenza ufficiale, anche se ancora in sordina, delle trasmissioni di Limen (www.limenmusic.it) è un motivo di soddisfazione. Non solo e non tanto perché ci sono di mezzo, in piccolissima parte, anch’io (il merito e tutto il lavoro sono di Michele Forzani), ma soprattutto perché è il primo passo verso la realizzazione di un progetto ambizioso, che credo davvero di valore.

Quello che si vede, per ora, è solo una parte del tutto, ma certo è anche il nucleo pregiato: musicisti di altissimo livello che suonano, in studio ma in condizioni “dal vivo”, in concerti rivolti a un pubblico potenzialmente illimitato. La qualità delle registrazioni audio e video è eccellente: sul Web lo si può già apprezzare, anche se non a pieno – tutto è salvato e pronto per l’alta definizione. Io ci sono nelle interviste ai musicisti, in cui cerco di comparire il meno possibile, ma di tenere un ruolo “da levatrice”, sollecitando i musicisti e lasciando a loro tutta la scena. Rivedendo sullo schermo, mi sembra ne escano delle piacevoli presentazioni dei concerti, utili senza diventare difficili da seguire per chi non è strettamente un “addetto ai lavori”. E mi sembra anche che ne esca, implicitamente, un ritratto dei musicisti stessi.

La web tv per ora ha un canale che procede a palinsesto, e una sezione di video on demand: il palinsesto è relativamente limitato, ma ogni pochi giorni entreranno nuovi video e progressivamente la sezione on demand andrà ad arricchirsi. Il materiale accumulato negli ultimi mesi è molto, e ci sono ottime cose in arrivo.

Per l’anno prossimo quello a cui si sta lavorando è un web magazine che sarà strettamente legato alla tv, con articoli, saggi, testi, documenti, partiture. Tutto relazionato, in modo che si possa passare da un video a tutti i materiali pertinenti della rivista, e viceversa da ogni materiale della rivista si possa andare ai video attinenti, mantenendo compresenti gli elementi relazionati.

Col tempo, il tutto permetterà di costruire percorsi di “lettura” trasversali. E dando spazio non solo alla musica in senso stretto, ma anche ai rapporti con le altre arti, con la letteratura, la scienza, la filosofia. Si tratta di un progetto editoriale del tipo che mi attrae, perché cerca di combinare un po’ tutti gli elementi – testo, audio, video… e si presta molto bene ad ampliarsi progressivamente. Diventa sempre più interessante quanti più “oggetti” entrano in gioco, e le relazioni possono diversificarsi. Al tempo stesso è una cosa seria, con contenuti significativi e ha quindi una valenza “culturale” positiva (spero). In fondo, se oggi si vuole ascoltare e vedere musica che non sia il pop spinto dalle case discografiche, e la si voglia vedere e ascoltare bene, non esistono molte fonti.