22. ottobre 2009 · Commenti disabilitati su A proposito di domande scomode · Categorie:Senza categoria

Una breve citazione da Isaiah Berlin, «Le idee politiche del ventesimo secolo», un saggio contenuto nel volume Libertà, pubblicato da Feltrinelli nel 2005 (pagina 91):

Non è forse vero che qualunque istituzione autoritaria, qualunque movimento irrazionalistico si è sforzato di produrre qualcosa di simile – di far tacere artificialmente i dubbi, di far sembrare sciocche le domande scomode o di educare la gente a non porsele?

Berlin scriveva nel 1950: credo non abbia bisogno di commenti.

08. ottobre 2009 · Commenti disabilitati su Editoria e computer · Categorie:media · Tag:,

Nel periodico tentativo di fare pulizia e spazio, nei giorni estivi in cui la pressione degli impegni è un po’ meno intensa, in mezzo a una gran quantità di carta che è finita al riciclaggio, esaurita ogni speranza di interesse, mi sono tornate fra le mani un paio di fotocopie che risalgono agli inizi del 1983 – quasi 27 anni fa, ormai. Il gioco del «come eravamo» qualche volta può essere divertente, magari anche soltanto per dimostrare gattopardescamente che tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’era.

La prima fotocopia è dalla rivista Popular Computing, gennaio 1983: un articolo di Lisa Bergson e Jed Horowitz che si intitola «Book Publishers Warm to Computers» e vi si discute dei grandi risparmi di tempo e di denaro che si preparano per gli editori con l’introduzione dei word processor (software). Solo due anni prima, si citano le parole di Tom Malloy allora direttore della produzione per la divisione Trade e College di Harper & Row, la maggior parte degli editori pensava che i word processor fossero riservati agli studi legali. Nel 1982 la maggior parte degli editori ancora non era attrezzata a ricevere dischetti (già, di questo si parlava allora) dagli autori – convertire da un formato all’altro era un’impresa. Nel corso del 1982, a quanto pare, la McGraw-Hill americana era riuscita a convertire con successo ben sei dischetti (il che significa, si presume, sei libri) da word processor a un formato adatto per i sistemi di fotocomposizione, e la cosa è citata come un vero successo.

Per non parlare dei primi tentativi di trasferimento diretto dei file via linea telefonica: Patricia Ehresmann della Random House è stata fra i pionieri, in questo campo, ma nell’articolo si racconta che nel luglio 1982 Ehresmann aveva fatto dei tentativi di trasferire file a tre fotocompositori: due andati a buon fine con un computer Osborne per il trasferimento (ma con decine di errori di trasmissione emersi nella bozza stampata) e uno fallito miseramente con un TRS-80 Model III. Già, allora anche trovare un modem affidabile era un problema, e i protocolli di comunicazione erano più o meno magia nera. Ricordo anch’io (ed era qualche anno dopo) di aver tentato il collegamento di un micromputer con un terminale di fotocomposizione… Era stato necessario acquistare un’interfaccia per il terminale (che era enorme e costava più di quanto oggi costi un buon notebook), con lunghi mesi di attesa per poterla ricevere da non so più dove: era in sostanza una RS-232 che avrebbe dovuto consentire il passaggio di informazioni da un Apple o da un Commodore al terminale. La scheda arrivò nuda, senza praticamente istruzioni, nessuno sapeva come usarla e alla fine si rivelò uno spreco, perché non riuscimmo mai a farla funzionare davvero.

Beh, a pensare a quanto sia diventato semplice oggi trasferire un file pdf a uno stampatore via Internet, allegandolo a un messaggio di posta elettronica o trasferendolo via ftp, quei tempi fanno sorridere. Ma 25 anni fa non eravamo in molti a pensare che cose del genere dovessero essere possibili (anche se la parola Internet non l’avevamo nemmeno sentita mai pronunciare).

Più interessante, forse, è osservare come  l’attenzione (allora) fosse tutta concentrata sull’idea di risparmiare tempo e denaro, mentre (a giudicare dall’articolo di Popular Computing, ma anche dai miei ricordi, anche se possono essere molto parziali e riferiti a un punto di osservazione non necessariamente privilegiato) nessuno rifletteva su quali avrebbero potuto essere le conseguenze sul modo di lavorare, sull’organizzazione del lavoro editoriale, sulla natura stessa dei prodotti editoriali. Una riflessione che è sempre stata molto parziale, se non addirittura assente: le trasformazioni dell’editoria sono state più subite che governate. Ancora oggi mi sembra si parli più di costi e profitti che di modi di lavorare e di ragioni di produrre una cosa piuttosto che un’altra; per non parlare di temi del tutto snobbati come la cultura o la responsabilità civile.

L’altra fotocopia recuperata è dai Proceedings dell’American Philosophical Association – probabilmente l’ultimo fascicolo del 1982 (la fotocopia è un po’ rovinata, la data è sparita, ma credo che la ricostruzione sia corretta) ed è di una «Letter to the Editor» firmata da Michael Scriven dell’Università di San Francisco. Il discorso riguarda la produzione editoriale rivolta al mondo accademico (libri e riviste), ma è interessante che già allora si parlasse di soft copy e demand printing, antenati dei nostri e-book e POD (Print On Demand), accanto a microfilm e videodischi (che oggi ci sembrano cose da museo, più o meno). Scriven scriveva parole non banali per quei tempi, ma neanche lui aveva previsto lo sviluppo e la diffusione di una rete delle reti, benché avesse ben presente il modello dei bulletin board. Divertente la sua idea di editoria elettronica per i convegni, che trascrivo:

… another form of electronic publishing which we can call electronic timespread conferencing (sometimes called «bulletin board» by the home computer folk). This sets up special interest groups with their own group’s slice of memory in a big computer system, plus access via local phone numbers, so that they can carry on a «correspondente-chess» kind of discussion as and when each member checks in, and leaves some reaction in the «journal». Given the airfare and hotel room tariff problems, this may provide enough of the benefits to save the cost of a terminal: a professional association could run a timespread annual convention by renting space, reviewing papers, assigning codes for each session to those paying a small fee, and setting up a window for the discussion.

E per concludere questa specie di mezz’ora dei ricordi (del futuro, direi, più che del passato), un’ultima citazione sul tema della diffusione e dell’accettazione delle nuove tecnologie (Scriven parla di editoria universitaria, ma le osservazioni mi sembrano generalizzabili a tutta l’editoria):

Traditions die hard and books are so handy that this won’t be an easy change-over. We need to see more professional associations experimenting with it e.g. running a parallel electronic meeting, publishing a shadow edition of one journal. Many have done this with micrographics, with rather limited success; the package of advantages for the digital version may swing the scales. We need leadership from several of the scholarly presses (a consortium?), who have so far simply been threatened and done almost nothing. Their reputation is their only raison d’entre [sic] now as before, and this gives them a chance to publish good work by new authors or on new topics without hugh [sic] risk capital investment. The vicious circle of «market depending on an installed base of machines and the purchase of machines depending on what’s available in the market» can be overcome by intelligent co-ordinated planning between the professional societies and the scholarly presses.

Oggi leggo che avremo presto il Kindle di Amazon anche in Italia. Non posso fare a meno di riflettere sulla cosa, rileggendo le parole di Scriven. Domani andrò a seguire il barcamp Librinnovando allo IED. Sono ancora curioso, nonostante le delusioni.

07. ottobre 2009 · Commenti disabilitati su Il linguaggio visuale · Categorie:arte, media, recensioni e segnalazioni · Tag:,

Una delle piccole scoperte della breve vacanza a Madrid è un gradevole libretto di María Acaso, pubblicato nel 2009 dall’editore Paidos di Barcellona nella collana «Bolsillo», che si intitola El lenguaje visual (Il linguaggio visuale). María Acaso  insegna presso la Facoltà di Belle Arti dell’Università Complutense di Madrid, presso il Dipartimento di Didattica dell’espressione plastica, e che si occupi di didattica si nota, perché il libretto (160 pagine, formato 12,5 x 19,5, 9,90 Euro al bookstore del Centro Reina Sofia) si legge piacevolmente e si comprende senza grossi sforzi anche con una conoscenza abbastanza limitata dello spagnolo (castigliano).

Si tratta di una semplice introduzione al linguaggio visuale, che ne presenta le caratteristiche generali, gli elementi fondamentali, offre una prima classificazione delle forme di rappresentazione visuale e introduce un esempio di analisi (dall’analisi alla comprensione) di un prodotto visivo. Illustrazioni numerose, anche se solo in bianco e nero, ma molto esplicative, una buona interazione fra testo e illustrazioni. Il risultato è una semplice ma efficace introduzione alla semiotica degli oggetti visuali che mi sembra perfettamente leggibile da uno studente di media superiore, sicuramente ben fruibile da uno studente agli inizi dell’Università.

La stessa María Acaso spiega la struttura del libro (p. 20):

In definitiva, chiunque viva in una società dai mezzi di comuniczione iconica deve sapere: che cos’è il linguaggio visuale e come attraverso esso si trasmettano messaggi (capitolo 1), quali elementi lo compongano (capitolo 2), attraverso quali vettori si diffonda (capitolo 3) e come stabilire un procedimento di analisi (capitolo 4) per poter, con questi strumenti, capire e distinguere ciò che si intende trasmettere con un messagio visuale e ciò che realmente si trasmette.

Il volume ha anche un breve «Prologo» firmato da Roser Juanola Terradellas, che chiarisce il senso editoriale del libro, i motivi della scelta e della collocazione nella collana: non è frequentissimo che dall’editore arrivino delle dichiarazioni d’intento e dei chiarimenti del processo editoriale tanto esplicite.

Qualcuno mi ha detto che si aspettava altro dalle mie riflessioni, sicuramente non così tanta attenzione all’arte e agli oggetti «visivi». Colgo l’occasione offerta da questo libretto per fare una sorta di dichiarazione d’intenti, a mia volta: sono convinto che il linguaggio visivo oggi sia fondamentale per il mondo della comunicazione in generale. Ma lo credo in particolare (per dirla in termini forse un po’ alsonanti) per il futuro dell’editoria: l’editoria digitale, il libro elettronico mi sembra soffrano ancora per l’assenza di una riflessione forte sugli aspetti visivi. Trovo ancora deludenti gli e-book che circolano: sono quasi esclusivamente trasferimenti pari pari del libro di carta, in cui non si sfrutta quasi nessuna delle possibilità offerte dai nuovi mezzi, tranne la facilità della distribuzione. L’innovazione non ha ancora toccato veramente i «contenuti».

Come dovrebbe essere un «libro elettronico» davvero innovativo in questo senso? Non lo so esattamente ancora (forse non lo saprò mai), ma ho la netta sensazione che la componente visiva possa avere un ruolo importante per definirlo. Ed essendo cresciuto in un mondo in cui la parola scritta era ancora imperante, cerco di capire quella componente che non mi è del tutto connaturata, mentre lo è sicuramente per i più giovani e per i «nativi digitali».