20. settembre 2009 · Commenti disabilitati su Fiabe jazz (dal vivo con quartetto) · Categorie:media, musica · Tag:, , ,

Ho scritto tempo addietro delle belle «favole jazz» scritte da Roberto Piumini e Claudio Comini con illustrazioni di Fabio Magnasciutti, pubblicate dalle edizioni Curci: oggi ho avuto il piacere di vederne/sentirne due (quella dedicata a Duke Ellington e quella a John Coltrane) in versione teatrale. L’ambito era quello delle manifestazioni di MiTo, la sede il teatro Smeraldo a Milano; Roberto Piumini voce recitante, le illustrazioni proiettate su maxischermo e un quartetto jazz dal vivo a commentare, completare, arricchire. Sala piena, con moltissimi bambini (giustamente, visto che lo spettacolo era destinato a loro, innanzitutto), poco meno di un’ora e mezza di spettacolo, la misura giusta per non pretendere troppo dagli spettatori, alcuni dei quali davvero molto piccoli – e complessivamente molto attenti, curiosi e partecipi.

Claudio Comini ha fatto la sua comparsa fra fra una fiaba e l’altra e alla fine, commentando e animando, coinvolgendo il pubblico, soprattutto quello più giovane, in tre «giochi», quasi piccoli esperimenti per «capire che cos’è il jazz».

Non ho idea se si tratti di un esperimento che resterà isolato, ma spero che non sia così: merita di essere diffuso e ripetuto in molte altre sedi. Questa versione teatrale delle fiabe unisce in maniera molto intelligente la parte più ludica e fantastica con quella informativa, lavorando per suggestioni e stimoli racchiusi in una narrazione coinvolgente (e credo lo sia anche per i ragazzi: per me lo è stata sicuramente).

Roberto Piumini ha una bella voce, adatta a una forma di presentazione che è un po’ più di una lettura e un po’ meno di una recitazione teatrale (non credo esista un’espressione per designarla, ma sarebbe bello trovarla, perché questa mi sembra la soluzione giusta per questi contesti), il quartetto ha suonato molto bene, mantenendosi sul filo di una (relativa) facilità, ma concedendosi qualche sprazzo virtuosistico, una buona miscela che può far contenti quanti si avvicinano al jazz e anche una buona parte (almeno) degli spettatori già appassionati.

Credo sia anche un buon esempio di come oggi sia bene (se non proprio necessario) progettare non semplicemente libri, ma comunicazioni che sfruttino nel modo migliore i media esistenti, senza rifiutare a priori nulla, ma concentrandosi maggiormente sulle domande cruciali (cioè, semplificando molto: che cosa si vuol dire, a chi si vuol dirlo e quale sia il modo migliore per dirlo in base a chi parla, a chi è il destinatario e a quali sono le condizioni generali al contorno).

Sono uscito dal teatro molto soddisfatto: lo spettacolo ha contribuito di molto a migliorare il mio umore (e a farmi venir voglia di fare musica).

20. settembre 2009 · Commenti disabilitati su Henri Matisse e le finestre aperte · Categorie:arte · Tag:, , ,

Le finestre aperte sono l’elemento che mi è rimasto più impresso dalla visita alla mostra dedicata a Matisse al museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, a cui non riesco a fare a meno di avvicinare quella “Ragazza alla finestra” di Salvador Dalì vista invece al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia. Accostamento forse, alla fine, non troppo peregrino, visto che il quadro di Dalì è del 1925, e quelli di Matisse che colgono un interno da cui si esce verso il mondo attraverso una finestra o una porta sono stati dipinti negli anni dalla fine della Grande Guerra ai (primi) anni venti – come minimo, c’è una certa contiguità temporale.

Siamo stati a Madrid solo quattro giorni, ma sono stati giorni molto intensi e pieni di cose molto belle – al Prado, al Thyssen, al Reina Sofia e in giro per la città. Era la prima volta che andavo a Madrid, la prima che mettevo piede in Spagna. È stato interessante e istruttivo: non posso certo dire di conoscere né la Spagna né la sua capitale, a questo punto, ma almeno qualche impressione sono riuscito a farmela. E ne ho ricavato parecchi spunti su cui ragionare.

Il Museo del Prado è bellissimo, è pari a come me lo immaginavo; decisamente superiore alle aspettative il Thyssen-Bornemisza, di cui mi ero fatta un’idea molto più modesta. E invece è uno splendido centro, bene organizzato, spazioso, luminoso, invitante. Abbiamo fatto in tempo a visitare la mostra dedicata a Matisse nel suo «secondo periodo», dal 1917 al 1941, che si chiude proprio oggi (20 settembre), e ne valeva la pena.  Le mostre dedicate a un singolo pittore sono sempre particolarmente utili: è difficile vedere così tante opere di uno stesso autore contemporaneamente, nello stesso luogo, e permettono di farsi un’idea molto migliore – anche a chi come me non è un esperto, ma solo un appassionato.

I quadri degli anni immediatamente successivi al 1917 sono spesso rappresentazioni un po’ intimiste, di ambienti familiari, interni con o senza figure umane in cui è quasi sempre presente una finestra o una porta, che si aprono al «fuori», una sorta di sguardo rilassato ma al tempo stesso trepido, da un luogo protettivo e familiare verso un esterno che non sembra mai inquientante ma rimane comunque separato e un po’ misterioso. Sono i dipinti che mi hanno colpito di più, e mi ha fatto piacere scoprire poi, leggendo il bel catalogo della mostra, che proprio al motivo delle finestre e delle porte aveva dedicato l’apertura del suo lavoro su Matisse Louis Aragon (nel 1968).

Non erano comunque gli unici dipinti degni di attenzione: la serie delle «odalische» è notevole, bellissimo il «Ritratto di Margherita addormentata» (1920), in qualche senso a sua volta un’apertura verso l’esterno – il sonno, il sogno, a partire da un «luogo» familiare come un volto di ragazza (la figlia Margherita). E poi i disegni, in particolare la serie delle «variazioni»…

Nella collezione del Thyssen-Bornemisza, poi, la quantità di cose degne di nota è davvero enorme. Esistono ottimi cataloghi, per cui le mie parole aggiungerebbero ben poco; mi limito ad alcune cose che mi hanno colpito particolarmente. Innanzitutto, la scoperta dei paesaggisti americani tra Otto e Novecento: una sorpresa. Mi sono sempre piaciuti molto i paesaggisti inglesi dell’Ottocento (come John Constable, qui presente per esempio con «La chiusa» del 1824), ma ignoravo pressoché completamente gli americani, a cui qui invece era dedicato parecchio spazio, come Thomas Cole (1801-1848) o Albert Bierstadt (1830-1902), di origine tedesca. Tra i classici, poi, il «Ritratto di Giovanna Tornabuoni» di Domenico Ghirlandaio, e il «Giovane cavaliere con paesaggio» di Vittore Carpaccio – per non parlare dei vari Greco, Tintoretto, Tiepolo… E tra i moderni un Edward Hopper («Stanza d’albergo», un Francis Bacon («Ritratto di George Dyer in uno specchio»), un Roy Liechtenstein («Donna nel bagno»). Ma sono solo impressioni personali, magari anche influenzate dall’umore della giornata. Ci sono molte altre cose su cui varrà la pena ritornare.