01. gennaio 2009 · Commenti disabilitati su Guardare l’arte contemporanea · Categorie:arte, recensioni e segnalazioni · Tag:,

Mary Acton dirige i corsi di Storia dell’arte al Department of Continuing Education dell’Università di Oxford, e ha pubblicato (fra le altre cose) due libri che nei paesi di lingua inglese hanno avuto molto successo: Learning to Look at Paintings negli anni Novanta (ma mi risulta uscita una seconda edizione nell’agosto 2008) e Learning to Look at Modern Art nel 2004, entrambi presso Routledge. I diritti per la traduzione italiana sono stati acquisiti da Einaudi, che ha pubblicato ora, fine 2008, il secondo dei due e ha annunciato come prossima la pubblicazione del primo. Scelta motivata forse da una stimata maggiore vendibilità del libro sull’arte moderna in coincidenza con il periodo natalizio, ma per altri versi discutibile, poiché il volume ha parecchi riferimenti a quello più generale – che sono rimasti come riferimenti all’edizione inglese (i numeri delle figure presumibilmente non cambieranno, ma quelli delle pagine con tutta probabilità sì, in più il titolo è rimasto in inglese… quindi sarà subito opportuna una ristampa con correzioni, appena sarà disponibile in italiano l’altro volume… ma da un po’ di tempo a questa parte, sia pure per comprensibilissime ragioni economiche, c’è sempre meno attenzione a queste cose).

Il problema non è gravissimo, ovviamente; del resto la stessa Acton scrive che il volume non è da considerare il seguito del precedente (ma comunque lo accompagna); in effetti, la lettura procede bene anche così. Per dire subito tutte le cose che non mi sono piaciute molto, si nota anche un calo di attenzione redazionale, all’incirca da metà libro in poi: più errori sfuggiti alla correzione delle bozze, qualche durezza di traduzione che avrebbe potuto essere limata via. So benissimo quali siano le condizioni in cui si finisce per lavorare nelle case editrici, e le imperfezioni sono tutte (mi sembra) veniali, poiché non tolgono nulla alla comprensione, tuttavia è giusto ancora notarle. Anche se il discorso finisce per essere una riflessione sul modo in cui è organizzato il lavoro editoriale oggi, sui valori e i modi di organizzazione che lo governano, più che sull’oggetto specifico.

Sgombrato il campo da queste osservazioni, il libro è un bel libro. È sorretto da un’idea vincente: che la maggior parte delle persone, per quanto attratta e interessata sia, non sa “guardare” un’opera d’arte, ma che sia possibile imparare a farlo. Non saper guardare non significa non conoscere la storia dell’arte, le tecniche, i contesti e via elencando (tutte cose utili e importanti, ma non strettamente necessarie, né sufficienti); significa piuttosto saper farsi sorprendere, saper provare quello stupore da cui nascono le domande – quello stupore che è all’origine della filosofia ma, più in generale, della curiosità, della spinta a interessarsi, a chiedere, a capire.  Senza quella motivazione, storia dell’arte, tecniche e quant’altro rimangono fredde, senza respiro.

Questo è dunque quello che riesce a fare Mary Acton nei momenti migliori: stimolare la curiosità, risvegliare la capacità di interrogare e interrogarsi davanti a un’opera d’arte. Evita un’impostazione strettamente storicista e procede invece per grandi temi: Picasso e il modernismo; la visione dinamica; Duchamp e l’arte concettuale; espressionismo ed espressione di sé; nuovi concetti compositivi; spazio e forma; luce e colore; soggetti tradizionali; cinema, fotografia e belle arti (che sono i titoli dei capitoli). Non sempre ci riesce al meglio, ma la strada è quella giusta, se si vuole parlare a un pubblico non limitato agli studenti d’arte.

Davanti a lavori come questo, mi viene da pensare quanto potrebbero guadagnare da un formato digitale e multimediale – anche se non ho nulla contro i libri cartacei (casa mia ne è piena) e questo è realizzato piuttosto bene. Però c’è sempre un po’ di difficoltà nel continuare a girare pagina quando i paragrafi che si riferiscono a una certa opera riprodotta non possono stare tutti sulla stessa pagina della riproduzione; e quando il testo indirizza a qualche particolare indicandolo inevitabilmente in modo solo parzialmente preciso (in alto, a destra, a sinistra…) mentre desidereresti un ingrandimento del dettaglio o la possibilità di uno zoom; per non parlare delle riproduzioni in bianco e nero che non rendono molto giustizia a opere in cui il colore e la luce sono spesso elementi determinanti.  E a volte desidereresti avere la possibilità di sentir leggere il testo mentre guardi l’immagine – come con le guide registrate dei musei.

Ha sicuramente ragione chi insiste sulla superiorità dello scritto per la riflessione ponderata, lo studio, l’analisi; e non penso si debba rinunciarvi. Ma la tecnologia ci mette a disposizione una quantità di strumenti diversi, che sarebbe veramente uno spreco non sfruttare in modo integrato.  Aspetto da molti anni di vedere finalmente un prodotto editoriale davvero ben fatto con questo criterio, ma mi rendo conto che non sia facile…

Godiamoci questo libro, intanto, nell’attesa di vedere in lingua italiana anche Learning to Look at Paintings. Per concludere, bella anche la copertina: i particolari da Ragazza allo specchio di Roy Lichtenstein (un autore che ho sempre amato moltissimo) spiccano sul fondo nero. La struttura di copertina è quella tipica della Piccola Biblioteca Einaudi con i due quadrati nella parte superiore, perfettamente riconoscibile anche se è cambiata la posizione di titolo e autore, insieme a qualche altro dettaglio. La serie è quella delle “Mappe” (questo è il sesto titolo della serie), e il volume della Acton è quello che rispecchia meglio l’idea che mi ero fatta della collana: la mappa non è il territorio, ma una guida per scoprirlo e percorrerlo.