31. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Fiabe jazz · Categorie:musica, recensioni e segnalazioni · Tag:, ,

Idea simpatica, “Le fiabe del jazz” sono firmate da Roberto Piumini (nome ben noto come autore e traduttore) e Claudio Comini (cui è attribuita l’ideazione della collana) per le edizioni Curci: le ho scoperte, come spesso accade, per puro caso in un giro in libreria subito dopo Natale. Sono libretti a colori di 32 pagine in formato quadrato (19,5 per 19,5 cm) corredati di un CD, ciascuno dedicato a un grande del jazz: Duke Ellington, John Coltrane e Thelonious Monk sono i primi tre protagonisti della serie, in vendita al prezzo di copertina di 14,90 euro. La “fiaba” è un racconto fantastico che trae in qualche modo spunto dalla vita del musicista, accompagnato dalle belle illustrazioni di Fabio Magnasciutti; la storia si può ascoltare anche dal CD, letta da Roberto Piumini, accompagnata da brani del musicista di cui si parla o di Corrado Guarino, che le esegue con il suo quartetto. I brani sul CD sono commentati e accompagnati da piccoli “esercizi” che coinvolgono il lettore/ascoltatore e lo incoraggiano a esplorare attivamente – per esempio, nel caso di Duke Ellington, il “giro” di blues.

La collana è proposta dalla Curci (che è fondamentalmente un editore musicale) per ragazzi di sette anni o più; ma non dubito che possa piacere molto anche agli adulti – sia il testo che le illustrazioni si possono “leggere”, mi sembra, a più livelli, sempre con pari soddisfazione. Il CD è godibilissimo e, quasi senza parere, riesce a dare informazioni tutt’altro che banali: giustamente, alcune cose si possono capire solo ascoltando e la guida è con mano leggera, non troppo invadente. Credo sia questo il significato di “imparare divertendosi”.

21. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Franco Fabbri e la popular music · Categorie:musica, progetti, recensioni e segnalazioni · Tag:, ,

Nel 2008, a breve distanza l’uno dall’altro, sono stati pubblicati due libri di Franco Fabbri: Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular musica nei Tascabili del Saggiatore (388 pagine, 13 euro), Around the clock. Una breve storia della popular music da UTET (248 pagine, 14,50 euro). Nessuno dei due è una vera novità: il primo è alla sua terza edizione, e raccoglie, sia pure modificati, saggi comparsi in varie altre sedi; il secondo è estratto dal IV volume della corposa Storia della musica diretta da Alberto Basso (UTET 2004), mi sembra proprio senza modifiche, anche se non ho avuto la pazienza di controllare tutto parola per parola.

Val la pena comunque di parlare di questi due libri perché sono belli, ben fatti, e per chi si interessa di popular music sicuramente utili; Franco Fabbri scrive molto bene, conosce profondamente ciò di cui parla, ha un buon senso dello humor e altrettanto senso della misura, il che rende ancora più efficaci le puntate polemiche che affiorano ogni tanto. Around the clock è quello che promette il titolo: una storia della popular music (del Novecento) in forma breve. Si legge con piacere, se ne ricava molto: idee generali, linee di tendenza, correnti, generi. Non mi sembra ci sia altro dello stesso calibro in circolazione, perciò bene ha fatto la UTET a scorporare questo testo dall’opera maggiore, rendendola economicamente abbordabile e fruibile per un pubblico più ampio.

La terza edizione de Il suono in cui viviamo presenta diverse differenze rispetto alle edizioni precedenti; per chi ha la prima o la seconda, le aggiunte credo valgano il prezzo di copertina, decisamente contenuto. Avendo colpevolmente trascurato le edizioni precedenti, questa è stata per me una scoperta molto gradevole: ho apprezzato soprattutto i saggi sui generi musicali, sulla forma dei brani dei Beatles e sulla struttura chorus/bridge, e quelli che toccano da vicino la storia del rock “progressivo”, e fra questi ho trovato splendido il saggio intitolato “Acquiring the Taste”, che parte dalle note di copertina dell’omonimo disco dei Gentle Giant (1971) per affrontare il tema del progressive, senza darne una definizione, ma accostandosi alla musica come “testo primario”, giusta la definizione di A. F. Moore. E lo fa poi analizzando in modo illuminante The House, The Street, The Room, traccia numero 3 di quell’album.

La citazione dalla copertina di Acquiring the Taste (il disco) che apre il saggio è davvero splendida: considerato che possiedo il vinile (più o meno da quando è uscito) e anche il CD, non mi aveva mai colpito molto. Leggerla sulle pagine del libro, separata dal suo contesto originale, mi ha invece affascinato – e il commento di Fabbri ha intensificato il piacere della riscoperta e dell’approfondimento. Scoprire peraltro dall’introduzione al libro che questo saggio doveva essere il primo capitolo di un libro sulla storia del progressive che Fabbri aveva in animo di scrivere mi ha un po’ depresso. Mi sono fatto prendere, un po’ di tempo fa, dall’entusiasmo all’idea di affrontare la stessa impresa, ma temo che alla fine quello che avrò scritto non sarò all’altezza di quello che avrebbe potuto scrivere lui, tempo e impegni permettendo. Ma continuerò a provarci lo stesso.

09. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Haight-Ashbury · Categorie:musica, recensioni e segnalazioni · Tag:

The Haight-Ashbury. A History è un libro di Charles Perry, pubblicato da Rolling Stone negli anni Ottanta e ripubblicato (rivisto e ampliato) da Wenner Books nel 2005 con una introduzione di Bob Weir dei Grateful Dead. E’ la storia del quartiere di San Francisco alla metà degli anni Sessanta, quando è l’epicentro della “scena hippie”, “vortice della Bay Area”, durato poco più di due anni, culminato nella Summer of Love di cui tanto ancora si favoleggia, e che è stata anche l’inizio della fine di un sogno, un’utopia di “tolleranza e non esclusività”. Spazzata via dalla normalità, dalla guerra in Vietnam, dalla malavita e dalle droghe pesanti, dall’incapacità di gestire i conflitti razziali, e da molti altri fattori piccoli e grandi.

Il libro racconta la storia di quegli anni con grande dovizia di dettagli, ed è sicuramente utile, per cercare di capire che cosa fosse quel movimento, di cui in gran parte si è persa memoria dopo oltre quattro decenni, ma le cui tracce sono ancora avvertibili. Devo a Giovanni Ziccardi (che insegna a Giurisprudenza all’Università Statale di Milano) la prima segnalazione di questo libro: ne avevamo parlato un paio d’anni fa, pensando a una possibile traduzione italiana, ma poi non se n’è fatto nulla. Finalmente ho avuto la possibilità di leggerlo con calma.

Perry racconta, fa una cronaca molto dettagliata: questo non è un libro di sociologia o di analisi storica. Solo ogni tanto si lascia andare a qualche considerazione più generale, e nel settimo capitolo (“What was that?”) cerca di tirare un po’ le somme. Il che non è per forza un difetto: il bello del libro è proprio il restituirci nel racconto un po’ dell’atmosfera di quel periodo. Perry, peraltro, c’era, e per un certo periodo a Berkeley fu anche compagno di stanza di Owsey Stanley, che sarebbe poco dopo diventato il maggiore produttore di LSD degli Stati Uniti. La sua carriera di giornalista a Rolling Stone è iniziata solo dopo la Summer of Love.

A me interessava, in questo momento, soprattutto il versante musicale, che di quel periodo è caratteristica saliente, ma ha un interesse anche in sé. E’ il momento in cui, diventando parte integrante dell’esperienza psichedelica (negli Acid Test, in altre manifestazioni analoghe, quando l’LSD era ancora legale), la popular music, nella fattispecie il rock dei Grateful Dead, dei Quicksilver Messenger Service, dei Big Brother and the Holding Company, dei Jefferson Airplane e di molti altri gruppi, esce dalla dimensione del ballo per entrare in quella dell’ascolto, e per di più in una condizione di forte interazione-partecipazione fra musicista e “pubblico”. Nella musica di quelle band confluiscono gli elementi più eterogenei: dal beat della British Invasion al folk nelle sue varie declinazioni, dal blues al jazz, progressivamente conditi anche con un po’ di influenze etniche. Un crogiolo da cui Ë difficile, o forse del tutto impossibile, estrarre delle costanti stilistiche, al di là di una grande libertà inventiva; comune sembra invece la dimensione esecutiva, partecipativa, esplorativa, non legata alle movenze del ballo né costretta dai vincoli temporali della resistenza fisica di un danzatore o dal modello del disco a 45 giri (sono anche gli anni in cui si diffondono i 33 giri: il gusto psichedelico alla dimensione dilatata non farà che contribuire a definirne il successo).

Poi, le luci, i light shows di Bill Ham, di Ray Anderson, e altri ancora, che usavano una tecnica inventata da Seymour Locks allo State College di San Francisco (diapositive riempite con un pigmento liquido, o proiettori il cui fascio di luce veniva fatto passare attraverso colori liquidi) negli anni Cinquanta e non si era mai diffusa fino ad allora: una particolarità della scena Californiana, rispetto ai modi d’uso delle luci sviluppati negli anni Sessanta a New York o dal gruppo di Timothy Leary. Da quel momento la luce entra a far parte dello spettacolo del rock e avrà un posto importante nel lavoro dei gruppi che si muoveranno fra la psichedelia e il progressive (Pink Floyd per primi), soprattutto in Inghilterra. (Le “luci psichedeliche” da discoteca sono un’altra derivazione, più vicina all’idea dello sballo che alla creatività artistica.)

Ancora, la grafica: i poster di Wes Wilson per Chet Helms di Family Dog e per Bill Graham, poi quelli di Stan Mouse (Stanley Miller) e di Rick Griffin, la grafica dell’Oracle (il periodico di Haight-Ashbury), semplici fogli informativi dapprima, poi sempre più complessi, con la scoperta da parte di Wilson dello stile di lettering del viennese Alfred Roller, sempre meno leggibili ma sempre più amati. Comincia qui l’uso di conservare i poster come lavori grafici degni di attenzione e rispetto in sé, e non semplicemente come fonte di informazione deperibile. Racconta Perry che un giorno del 1966 Bill Graham stava appendendo i poster che annunciavano uno dei suoi eventi lungo Telegraph Avenue a Berkeley; finiti quattro isolati, scoprì che i poster erano già stati staccati dagli appassionati che li volevano conservare. Da quel momento Graham cominciò a stamparne più dei cinquecento che commissionava solitamente, e cominciò a regalarli (poi a venderli) in occasione di serate e concerti. Dai poster l’attenzione per la grafica è passata ai dischi: fino a quel punto le copertine erano state prevalentemente povere, foto degli artisti o dei gruppi nel migliore dei casi, in genere “in posa”, ma dai primi dischi dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane (complici un po’ anche i Beatles di Sgt. Pepper) la grafica è diventata una componente essenziale dell’immagine di un genere o di uno stile. Per fare solo l’esempio più famoso, le copertine di Roger Dean per gli Yes dei primi anni Settanta sono state un marchio del progressive non meno del gusto nella composizione musicale, nell’arrangiamento, nell’esecuzione, e hanno inaugurato un filone che ha i suoi modelli e i suoi stilemi (sicuramente rafforzati poi dal marketing alla ricerca di segni di identificazione e di articoli da merchandising).

04. dicembre 2008 · Commenti disabilitati su Nanotecnologia, paura, moda · Categorie:filosofia, media, progetti · Tag:, , , ,

Il New York Times dedica un articolo alla “paura da nanotecnologia”: New Products Bring Side Effect: Nanophobia. In breve: aumentano i prodotti, in particolare nel settore della cura della pelle, della bellezza, della cosmesi, che incorporano nanooggetti attivi. Con tutta probabilità svolgono effettivamente la loro azione, come annunciano le pubblicità, realizzando qualcuna delle promesse della nanotecnologia. L’aspetto meno attraente è che questi oggetti a nanoscala entrano nell’organismo ma poi, in molti casi, non ne escono, si accumulano magari nel fegato e possono provocare danni – perché l’obiettivo di arrivare presto sul mercato fa trascurare un controllo di medio-lungo periodo e forse anche sono ancora deboli gli strumenti di riflessione critica su queste intraprese. Così in molti si sviluppa una nuova paura: che nell’organismo possano entrare nanooggetti ineliminabili e capaci di svolgere un’attività a nostra insaputa.

Bene (o forse: male), ecco un tema che potrebbe essere di interesse. Intanto, c’è da esercitare un po’ di spirito critico: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, l’articolo del New York Times non è vangelo, la notizia va verificata, per quanto si può, sul piano scientifico. E’ vero che esistono prodotti di nanotecnologia che hanno questo comportamento? O è una delle tante bufale che ci vengono propinate?

Che la notizia abbia un fondamento scientifico o meno, c’è la questione della nanofobia (che può nascere anche ove non esistesse realmente alcun pericolo), più in generale della “paura“, che è un concetto che si può esplorare sotto molti aspetti, non ultimo quello filosofico – ma senza trascurare quanto ci possono dire in proposito gli psicologi.

C’è anche un altro aspetto interessante: l’articolo del New York Times compare nella sezione “Fashion and Style”, cioè “moda e stile”, non in una sezione dedicata alla scienza. Già l’atteggiamento della redazione che colloca l’articolo in quella sezione e non in un’altra ammette qualche riflessione (potremmo classificarla sotto l’etichetta di “filosofia della comunicazione”?), poi si può analizzare il significato che hanno oggi la moda e il culto del corpo (bellezza/fitness), quanto sono entrati a far parte dell’immagine di sé.

Proseguendo su questa strada, si può forse trovare la chiave per costruire un telegiornale (di orientamento) filosofico. Filosofia del/dal quotidiano (pensando a Rocco Ronchi e ad Augusto Cavadi).