04. gennaio 2016 · Commenti disabilitati su Mito e natura · Categorie:arte, storia

È ancora aperta per pochi giorni a Milano, a Palazzo Reale, la mostra dedicata a Mito e natura. Dalla Grecia a Pompei, curata da Gemma Sena Chiesa e Angela Pontrandolfo. Sono riuscito ad andare a vederla, negli ultimi giorni dell’anno – e ne valeva la pena. La mostra /che sarà ripresa al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), come scrive Gemma Sena Chiesa,

vuole essere un insolito percorso intorno ad un tema centrale, ma pochissimo indagato specificamente, del mondo antico: la rappresentazione figurata dell’ambiente che ci circonda. Un tema ben noto alla riflessione filosofica greca e al sapere naturalistico ellenistico, ma molto meno preso in considerazione per quanto riguarda la storia delle immagini che si snoda per più di sette secoli dalla Grecia a Roma.

Quello di paesaggio è un concetto moderno, che non si può applicare all’antichità se non in un senso molto lato: nell’arte greca la natura compare spesso, ma sempre come sfondo all’azione (degli dei, degli eroi, degli uomini), e per lo più con un valore simbolico – gli dei si identificano con i fenomeni naturali, e questi ultimi diventano simbolo degli dei. Così le messi dicono Demetra, la vite dice Dioniso, l’ulivo dice Atena, come testimonia l’albero sacro dell’acropoli ateniese.

Le immagini attraverso i loro codici compositivi consentono di percepire come i Greci, in parallelo all’astrazione concettuale espressa dai miti cosmogonici, si rapportavano allo spazio e all’ambiente naturale di cui erano parte integrante, e riflettono anche come essi guardavano e riproducevano lo spazio in cui operavano ed erano inseriti, da sempre risultato dell’interazione tra l’Uomo e la Natura

In quest’orizzonte culturale l’ampio ventaglio di raffigurazioni a soggetto mitologico racchiude più livelli di lettura: uno immediato e descrittivo dei personaggi e delle azioni che compiono; uno che, associando nella composizione delle scene figure umane e elementi naturali (alberi, rocce, onde, rivoli etc.) concorre a definire un “paesaggio”, intenso non in senso realistico, ma come definizione di un ambiente in cui collocare l’azione o l’evento rappresentato, e uno che metaforicamente rimanda ai principi fondamentali del pensiero mitico-religioso che i racconti mitici sostanziano. (Angela Pontrandolfo, p. 41)

A partire dall’epoca ellenistica, l’atteggiamento muta: anche se le vicende mitologiche rimangono al centro dell’interesse, i luoghi in cui si dipanano cominciano ad acquistare una maggiore autonomia e una fisionomia più precisa, sia pure ancora non propriamente realistica. Nel passaggio al mondo romano (ampiamente rappresentato nella mostra soprattutto dai materiali pompeiani), la tecnica si affina, ma

L’osservazione dei tanti dipinti con vedute di coste punteggiate di ville, portici, tempietti, di sacelli campestri frequentati da viandanti, di piccole baie popolate di barche, pescatori e ammantati che attraversano ponti, e ancora una volta di devoti che si avvicinano ad altari e statue votive, resi sempre in una stessa tecnica veloce ed esperta, padrona dell’uso del colore e di tutte le possibilità di dare volume a schematiche sagome con sapienti lumeggiature, induce a ritenere che più che di un’imitazione di luoghi e paesaggi reali si tratta di riferimenti a situazioni verisimili dalle quali sono stati tratti elementi caratteristici utilizzati secondo schemi tipologici prefissati.(Valeria Sampaolo, p. 223)

Oltre duecento gli oggetti in mostra, e tutti meritevoli di attenzione – ma a questo serve il catalogo pubblicato da Electa. Per parte mia, ci sono tre cose che mi hanno colpito in modo particolare.

La prima, la lastra dalla tomba del Tuffatore di Paestum (480 a.C.): vista molte volte in fotografia, “dal vivo” è ancor più affascinante – gli alberi stilizzati, la pozza azzurra, la struttura che sembra un trampolino, il gesto plastico dell’uomo che si tuffa, assai più realistico dei pochi elementi naturali. La scena è con tutta probabilità simbolica: il tuffo è il passaggio all’altra vita.

La seconda è il cosiddetto Vaso Blu da Pompei, lavorato in vetro-cammeo, uno dei pochissimi esemplari di oggetti prodotti con questa tecnica e ritrovati integri, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (da cui, leggo, è la prima volta che esce). È alto 32 cm, e risale al I secolo d.C.

particolare degli affreschi dalla Casa del Bracciale d'Oro di Pompei

Affresco dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

La terza sono gli affreschi dalla Casa del Bracciale d’Oro di Pompei, con scene di giardini, testimonianza dell’amore che i Romani delle classi agiate avevano per l’hortus, non per fini utilitaristici ma per il puro godimento estetico. Non sono giardini “ritratti dal vero”, ma, in quella che doveva essere una sala da banchetto, una grande scena dipinta su tre pareti, la quale

Illustra molto bene le principali caratteristiche dei giardini dipinti: lo sfondo uniforme, in questo caso azzurro, che limita lo sfondamento illusionistico della parete e quasi ne circoscrive lo spazio, creando così quella caratteristica impressione di irrealtà e astrazione, pur nella minuziosità della descrizione di fauna e flora, la varietà e la molteplicità delle specie vegetali raffigurate; la presenza degli animali, di norma uccelli (usignoli e piccoli aironi), che popolano e animano il giardino; l’introduzione dell’arredo marmoreo scelto appositamente per dare un tono dionisiaco al luogo ameno raffigurato. (Matteo Cadario, Valeria Sampaolo, p. 287).

 

01. gennaio 2016 · Commenti disabilitati su Anno nuovo… · Categorie:Senza categoria

È molto tempo che non scrivo su questo blog: il trasferimento dalla periferia milanese alla Lunigiana, deciso proprio tre anni fa, ha avuto i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, ma di sicuro ha dato il via a una serie di cambiamenti nelle nostre abitudini, al di là di quel che mi aspettavo. Se ci si aggiungono i problemi imprevisti non legati al cambio di residenza – quelli di lavoro, quelli finanziari – è stato un periodo difficile. C’è chi trova nella scrittura una valvola di sfogo (la scrittura autobiografica come terapia…) ma per me scrivere è sempre stato una fatica, richiede concentrazione e, soprattutto, una buona disposizione, che invece è mancata.

Siamo tornati per qualche giorno nel milanese, per passare Natale con le figlie, domani torneremo in Lunigiana: la testa è un po’ qui, un po’ là, ancora con parecchia confusione. Ma è il primo dell’anno, forse val la pena fare un buon proposito, una volta tanto: tornare a scrivere qui, con regolarità. In fondo, le cose di cui parlare non mancano.

22. aprile 2012 · Commenti disabilitati su Roberto Casati, la forma saggio e l’iPad · Categorie:editoria, media · Tag:, , , ,

Leggo con curiosità sul «Domenicale» del Sole 24 Ore l’articolo di Roberto Casati intitolato «Il saggio, vittima dell’iPad»: ho apprezzato molti fra gli scritti di Casati, in genere mi piace il suo modo di porre le questioni, e anche il suo stile di scrittura. Ma questa volta non mi convince del tutto.

Mi sembra condivisibile la tesi più generale: l’iPad (o un qualsiasi dispositivo analogo, direi) è un ecosistema, ed è un ecosistema completamente differente da quello del libro (dove l’ecosistema è il libro in generale, non uno specifico libro, beninteso). In effetti, l’uno e l’altro sono sistemi all’interno, potremmo dire, di un sistema più grande – lo chiamerei genericamente il sistema della comunicazione. E quando in un sistema un elemento muta, o si introduce un elemento nuovo, le ripercussioni si fanno spesso sentire da tutt’altra parte, anche in modo controintuitivo. L’arrivo di dispositivi come i tablet, con la presenza di un’infrastruttura che consente la connessione pressoché costante anche in mobilità, sta producendo cambiamenti notevoli nella dieta mediatica e nelle modalità di fruizione: a suo tempo, però, una funzione simile l’ha svolta proprio il libro stampato (la stampa come agente di mutamento, come suonava il titolo originale del libro di Elizabeth Eisenstein, in italiano La rivoluzione inavvertita, il Mulino).

 Poi, però, Casati finisce per dedurne che il nuovo contesto «non è favorevole alla lettura dei saggi, e finirà per non essere favorevole alla loro scrittura», perché in questo nuovo contesto «l’ebook non è la primadonna ma una comparsa fra le tante, e in cui l’attenzione viene continuamente sollecitata da tutte le altre comparse». Mi sembra però che arrivi a questa conclusione perché nel corso dell’articolo è passato dall’idea (che condivido) del libro come ecosistema (libro in un senso molto vicino alla Biblioteca di Babele) a quella del singolo libro come ecosistema: «La particolarità del formato-saggio viene dal fatto di dover presentare un argomento complesso in modo sostenuto e in continua interazione con il lettore» e «lo zapping non fa parte delle opzioni di lettura come non ne fa parte la troppo grande discontinuità nel tempo».

Ma non è proprio così, o non è sempre così: se leggo un saggio (magari dello stesso Casati?) e ci trovo una citazione, che ne so, da Cicerone, Machiavelli o Proust, o un rimando in nota, posso benissimo pensare che l’autore l’abbia fatto solo per scaricarsi la coscienza e tributare un riconoscimento ai suoi predecessori, ma è molto più facile che lo interpreti come un invito: mi alzo, prendo dalla mia biblioteca il testo citato e vado a vedere la citazione nel suo contesto originale, per verificare la pezza d’appoggio o capire meglio, o semplicemente perché quella citazione o quel rimando mi hanno incuriosito. E se il libro non lo possiedo, posso addirittura andare fino a una biblioteca pubblica a consultarlo o a una libreria per acquistarlo. Intanto le ore passano… non è esattamente zapping, ma divagazioni, escursioni o fughe sono all’ordine del giorno, se un saggio non è banale.

Devo dire, anzi, che mi sembra un indice di qualità di un saggio (non l’unico, certo) la sua capacità di suscitare interessi e favorire sollecitazioni. Peraltro, non so cosa succede agli altri (non credo però di costituire un caso eccezionale o patologico), ma ciò che mi spinge verso un saggio, verso un libro o verso qualsasi altro mezzo di comunicazione, è l’interesse per un tema, un argomento, un soggetto: e l’interesse per l’argomento prevale. Mi porta a iniziare un saggio, ma se un’indicazione all’interno di quel saggio mi conduce da un’altra parte, posso benissimo prendere quella diramazione. Poi magari tornerò indietro, anche a distanza di tempo; e poi magari mi allontanerò nuovamente, sotto l’influsso di una suggestione. O anche perché mi renderò conto che, per capire bene qualcosa, devo prima approfondirne un’altra.

Le strategie di «lettura» sono molto diverse e ciò che mi sembra degno di attenzione in questo passaggio di contesto è il fatto che ci costringa a rimetterle in primo piano e a rianalizzarle. Vado a vedere la mostra su Tiziano e il paesaggio moderno a Palazzo Reale a Milano, scopro cose che non conoscevo, acquisto il catalogo della mostra, lo leggo, incontro altre cose che non sapevo, sono spinto ad acquistare un altro libro, mi vien voglia di tornare a vedere la stessa mostra, oppure mi vengono in mente altri dipinti visti agli Uffizi, al Prado o alla Tate Gallery, vado a ripescare cataloghi acquistati tempo addietro per rivedere, sia pure in riproduzione, un Canaletto o un Constable… Sarà anche zapping, ma non riesco a dargli una connotazione negativa. Forse è poco sistematico? Sarà, ma questo è il modo in cui ho imparato la maggior parte delle cose che so (molto poche, è vero, mi vergogno).

L’esempio che ho fatto è solo uno, e se ne possono fare, credo, anche su temi molto più astratti: vorrei farvi notare che non ho nominato neanche una volta la Rete o qualche «new medium». Così mi sembra funzionino le cose: capita, certo, anche il saggio che si legge di filato dalla prima pagina all’ultima, magari perché è così avvincente da non lasciarti allontanare – o magari perché parla di argomenti che conosci così bene che non hai bisogno di andare a verificare nulla né di rinfrescarti la memoria né di appurare qualcosa che ti giunge nuovo. Ho fatto invece più di una volta l’esperienza di tornare, anche dopo anni, a un libro, scoprendo finalmente di capirlo davvero, o di coglierci uno spessore che prima mi era sfuggito (anche se magari l’avevo letto fino in fondo): anni di zapping in mezzo! E lo stesso mi è capitato per musica, opere d’arte, film, ma anche luoghi… e persone.

Ho fatto un giro lungo, mi rendo conto, ma spero di aver reso l’idea. Mi sembra che i nuovi dispositivi digitali non facciano che accelerare, potenziare e favorire una modalità che già esisteva: abbiamo conquistato un’altra ala della Biblioteca di Babele. Non credo che per questo la forma-saggio ne sia penalizzata. Sarà interessante, al contrario, vedere come evolverà, mettendo a frutto tutte le nuove possibilità. Ci vorrà un po’ di tempo, immagino, e qualche buona idea, ma bisogna liberarsi dall’idea che il libro cartaceo «[assolve] al suo compito in modo egregio perché contiene solo se stesso […] segnala, con la sua compiutezza, la promessa di un incontro esclusivo tra autore e lettore». Perché un libro cartaceo è stato, per parecchi secoli, il modo migliore che abbiamo avuto per comunicare vincendo i limiti della distanza fisica e temporale, e traendo sostentamento dalla ricchezza delle relazioni con gli altri libri (e con altre forme di comunicazione), ma oggi ha molti concorrenti. E non è affatto detto che questo sia un male o un ritorno alla barbarie.

15. dicembre 2011 · Commenti disabilitati su Parole e musica · Categorie:media, musica · Tag:, ,

Senza commento. Ma mi sembra un passo troppo bello per non riportarlo. L’originale (in islandese) è del 1957.

«A Brekkukot le parole erano troppo preziose per usarle – perché significavano qualcosa; la nostra conversazione era come denaro intatto prima dell’inflazione: l’esperienza era troppo profonda per potersi esprimere a parole; solo il moscone era gratuito. La lussureggiante poesia tedesca a dire il vero mi diceva ben poco, e a volte niente; ero solo stupefatto. ma una nota, se suonata nella corretta relazione con le altre, poteva dirmi tanto; e a volte tutto.

Ja spanne nur den Bogen mich zu töten,

du himmlisch Weib.

[Stendi pur l’arco per uccidermi / tu donna divina.]

Se si accetta la teoria che le parole vengono dette per nascondere i pensieri, che le parole significano qualcosa di totalmente diverso, se non addirittura opposto, di quel che dicono, allora è possibile, almeno occasionalmente, riconciliarsi con loro e perdonare il poeta; per non parlare poi se le parole in tutta la loro stranezza hanno il compito di indicare la verità in musica; si è costretti ad ammetterle, in una certa misura – per amore della musica.»

– Halldór Laxness (Reykiavik, 1902-1998), Il concerto dei pesci, Iperborea, Milano, 2007, pp. 169-170.